Consiglio, Fortezza

  • Posted on: 6 August 2010
  • By: mdmuffa
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Introduzione all'incontro

Consiglio e Fortezza sono doni che interpellano direttamente la fede; richiedono e supportano la fiducia nell'amore di Dio verso ciascuno di noi, nell'esistenza di un progetto di felicità per la nostra vita, nella cura attenta che il Padre ha per ogni suo figlio. Grazie ad essi sappiamo resistere alle tentazioni. Quali? In primis quella secondo cui staremmo meglio senza Dio, quella che ci spinge a considerarlo un seccatore, un gelido burocrate, un inflessibile giudice, un «moralista, un padrone assenteista» e, pertanto, di dover ottenere per noi tutto quanto ci è possibile in questa vita, perché Dio è sostanzialmente ingiusto.

È la tesi di John Milton, il personaggio interpretato da Al Pacino ne L'Avvocato del Diavolo; il suo monologo finale è illuminante - e per questo l'abbiamo guardato e ascoltato - sulle tentazioni e su come l'uomo cerca di riempire la vita, una volta che vi ha tolto Dio. Potere, ricchezza, «beatitudine istantanea, puoi averla a comando», sesso, il «piacere senza condizioni», la vanità: c'è tutto in quello che Milton offre, e nel modo subdolo in cui lo offre, e nel fatto che va accettato "per libero arbitrio". Significa che l'uomo può scegliere, saper vedere al di là delle menzogne, e in questo ha l'aiuto dello Spirito.


Consiglio, Fortezza

Consiglio

Nella Bibbia, la parola «consiglio» significa per lo più «progetto»: «I popoli non comprendono il consiglio del Signore» (Mic 4,12): gli uomini non cooperano a realizzare il «disegno» che Dio ha su di loro, anzi lo rifiutano.

Su ogni uomo Dio ha un progetto: egli chiama ciascuno a realizzare qualcosa di unico e irripetibile. Dio non fa mai fotocopie!  Il progetto di Dio su di noi non è un’imposizione, è invece una proposta di lavoro insieme: Dio sa qual è la via per la nostra riuscita nella vita, per la realizzazione piena della nostra personalità. Se noi la comprendiamo, l’accogliamo, c’impegniamo a seguirla, con intelligenza e amore, diventiamo «autentici», «veri»; diventiamo «unici», «irripetibili». Proprio come ci vuole Dio.

Noi siamo segnati dal soggettivismo, dall’individualismo dove ognuno mette al centro il proprio io, pensa a realizzare liberamente se stesso facendo leva sulle proprie forze, pronto sì a ricevere dagli altri, ma non a donare gratuitamente senza sperare il contraccambio.

Quello che avviene nel rapporto sociale, si ripete anche a livello religioso. Molti non sanno concretamente che cosa farsene di Dio.

Non sentono il bisogno di lui, della sua parola che illumina, orienta, consiglia.. Eppure, per poco che ci pensiamo, e specialmente nei momenti più problematici e confusi della nostra vita, cogliamo tutta la nostra fragilità e precarietà: cogliamo il bisogno che abbiamo degli altri, e soprattutto di quell’Altro, che supera ogni limite umano, che può davvero «consigliarci»: Dio. Prezioso, insostituibile diventa per noi il dono del «consiglio», che porta sicurezza, fiducia, speranza nella nostra vita.

Ecco la preziosità del dono del «consiglio». Ci aiuta a deciderci nel modo giusto: a progettare il futuro, a proiettarci nel domani.

Ci aiuta a decidere, a decidere presto e a decidere anche alla grande. Quante note in una chitarra, quante scintille in un ceppo, quante stelle in uno squarcio di cielo, quante potenzialità in un uomo! L’intelligenza e la memoria dell’uomo hanno delle possibilità straordinarie, largamente ancora da esplorare. Ma non minore in lui è la capacità di amare, contemplare, pregare. Siamo dunque sollecitati a non sprecare le nostre risorse, ma a farle fruttificare al massimo, realizzando nel modo migliore il «progetto» di Dio su di noi, il suo grande «sogno». In questa «impresa» non siamo soli: è con noi lo Spirito Santo, con il dono del suo «consiglio». E noi, resi capaci di accogliere i «consigli» dello Spirito, diventiamo capaci di «consigliare» i nostri fratelli.

Fortezza

Uno scrittore dei primi secoli del Cristianesimo paragonava lo Spirito Santo all'allenatore e l'allenatore, si sa, prepara alla fatica. Anche questo dono ha due dimensioni, quella passiva ci aiuta a resistere agli attacchi del male, mentre quella attiva è la forza d’attacco per vincere il male con il bene.
Con il dono della «fortezza» lo Spirito Santo elargisce all’uomo coraggio, costanza, tenacia nel testimoniare la fede e nel fare il bene. Gli effetti di questo dono sono già chiaramente visibili nell’evento della Pentecoste, quando gli Apostoli sono resi coraggiosi nel testimoniare la risurrezione di Gesù.
Il dono della «fortezza» ha sostenuto gli Apostoli e i discepoli nelle persecuzioni subite a causa del Vangelo. E ha continuato, lungo i secoli, a sostenere i martiri nel momento della prova. Ma questo dono non è solo per il martirio «glorioso», «eccezionale», ma anche per il martirio «sommesso», «quotidiano», che coinvolge tutti attraverso la fedeltà all’ideale cristiano.

Il mondo in cui viviamo è largamente segnato dalla violenza, e la nostra cultura si presenta spesso con i tratti di una cultura di morte, che non sono certamente sinonimi della «fortezza», correttamente intesa; sono piuttosto segnali di debolezza, di insicurezza, di impazienza, di disperazione. Paradossalmente, accanto alla violenza e alla morte, prospera oggi la tendenza a facilitare, livellare e banalizzare ogni cosa. Anche questa tendenza, si oppone alla fortezza, intesa come capacità di affrontare con coraggio, difficoltà e impegni. Dunque Il dono della «fortezza» è il rimedio più sicuro a tre «malattie» mortali:

  1. Il «conformismo» è la malattia di chi si allinea alla cultura dominante, che segue le mode, preoccupato di essere come gli altri, che non sa andare controcorrente per vivere i valori evangelici da vero discepolo di Gesù.
  2. L’ «edonismo» è la malattia di chi mette il piacere sempre prima del dovere e fugge dalla fatica e dal sacrificio senza dei quali non si costruisce nulla di valido e duraturo.
  3. Il «minimismo» è la malattia di chi cerca il massimo risultato con il minimo sforzo, di chi si accontenta in tutto del sei meno e non vive per nessun grande ideale.

E quindi evidente la preziosità del dono della «fortezza» in questo nostro tempo, in cui, per realizzarsi come persone umane e ancor più per essere autentici cristiani, si deve decisamente andare controcorrente. Con l’immancabile fatica che ciò comporta.


CITAZIONI

«Il modo migliore per scacciare il Diavolo, se non vuole cedere ai testi della Scrittura, è di deriderlo ed insultarlo, perché egli non può sopportare la beffa».

Martin Lutero


«Il diavolo...quello spirito orgoglioso...non può tollerare di venir canzonato»

Tommaso Moro


Chi è il mendicante?

Mi ricordo di una volta che incontrai ad un crocevia un uomo che domandava soldi. Diritto, altezzoso, si avvicinava a tutte le automobili, e a tutti diceva: «Dammi dei soldi per mangiare». E, a chi rifiutava, regalava un beffardo: «Grazie, proprio molto gentile», ostentando un'aria di totale disprezzo.
Per anni ho fatto anch'io così. Certo di non essere esaudito, chiedevo quello che mi avrebbe fatto comodo.

Fino a che cessai di essere disperato e mi affidai totalmente, dicendo: questo è quanto vorrei, ma fa' ciò che vuoi di me perché so che mi vuoi bene.

E fui esaudito. Naturalmente non come avrei voluto, ma in maniera diversa, inaspettata e profondamente più aderente a quanto veramente desideravo.

Quidestveritas cita nel suo blog questo brano:

«Pregare per qualche cosa o per qualcuno» scandì lentamente Calahorra «è una cosa molto, molto pericolosa. Si è sempre ascoltati. E mai nessuno sa veramente quello che sta chiedendo. Non domanderei mai nulla senza aggiungere: “Se è la tua volontà”, “Se è per il mio bene” o qualcosa di simile. Naturalmente, talvolta Dio dice “no” alle nostre preghiere… È tutta un’apparenza. Quando lo fa, il Suo “no” in qualche modo si trasforma in un torrente di grazie per un altro, spesso per tanti altri. Non c’è nulla al mondo di simile a una preghiera inesaudita». (Louis De Wohl, L'ultimo crociato - Il ragazzo che vinse a Lepanto, Bur)

Essere un mendicante è non pretendere nulla ed aspettarsi tutto:

«È (...) la libertà di Dio che mi raggiunge attraverso i segni sacramentali e, perciò, chiama la mia libertà a rispondere. Niente di più lontano dal ripetersi di un meccanismo. È il dramma del rapporto tra Cristo e l’uomo, che si riaccende ogni volta che ognuno si avvicina consapevolmente, come un mendicante, a partecipare nel banchetto eucaristico».(Julian Carron al congresso Eucaristico di Bari).

«Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo». (Don Giussani, lncontro dei movimenti col Papa. Piazza San Pietro, 30 maggio 1998)

Chi è il mendicante? L'etimologia dice: «Colui che è difettoso». E tutti difettosi siamo. Ma non veniamo scartati, perché siamo amati. E, non avendo niente da dare in cambio di quello che abbiamo avuto, possiamo solo mostrare il nostro sguardo.


Non si ha fede perché si è bravi. Si ha fede perché si segue un incontro che cambia la percezione della vita e il giudizio su di essa. Molti pensano che la fede sia una specie di test di capacità morali. Se raggiungi un certo punteggio hai fede. No, la fede è un evento, una differenza che entra nella vita innanzitutto come coscienza che non si è più soli e persi. Che non si è inutili. Nessuno. Non si è più persone qualunque, con un destino di creature finite. Si è figli desiderati. La fede è riconoscere che Dio ti da del tu, e dice: il tuo cuore, la tua persona intera sono fatti d'eterno. La fede è un colpo che separa dalla presunzione di salvarsi da soli. Di essere padroni di sé. Infatti, non i farisei, non i bravi, seguivano Gesù, ma coloro che sapevano d'esser poveretti. Poveri di vita, di significato adeguato al vivere. (da un articolo di Davide Rondoni, Avvenire del 26 Aprile 2005)


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