Costanza Miriano

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Aggiornato: 24 min 34 sec fa

Un ponte che non porta alla Verità

Lun, 18/06/2018 - 00:21

di Costanza Miriano

Credo che l’invito di James Martin al World Meeting of Families di Dublino sia un grave torto che viene fatto alle persone con tendenza omosessuale che cercano Dio (la seconda parte della frase del Papa sempre omessa nelle citazioni), le quali già hanno la loro grande parte di fatica, e hanno bisogno di tutto tranne che di confusione. A coloro che cercano Dio provando attrazione verso lo stesso sesso non servono attivisti, persone che accusano la Chiesa e che li incoraggiano a restare dove stanno senza fare un cammino, senza individuare una meta né una direzione certa.

James Martin infatti è un militante omosessualista che non parla di castità (non vorrei sbagliarmi, ma nel suo libro non mi è parso di vederla neppure citata di striscio), ascesi, preghiera, mentre invece parla molto, direi esclusivamente di cattiveria della Chiesa. Ora, se certo alcuni uomini di Chiesa potranno anche aver bisogno di imparare a guardare al tema diversamente, la causa della sofferenza delle persone con attrazione verso lo stesso sesso non è certo da cercare lì, come invece il saggio di Martin ribadisce a ogni pagina.

A chi ha davvero a cuore la vera, profonda felicità delle persone che cercano Dio, qualunque inclinazione abbiano, non serve la propaganda dei militanti, serve la verità detta con un amore che si chini davvero sulle loro ferite, per curarle, non per rivendicare qualcosa dando la colpa alla cattiveria altrui. Serve un amore personale, perché l’amore, come Dio, conta solo fino a uno, e non può mai essere una questione di categorie. Le persone omosessuali che conosco sono addolorate dalla presenza di Martin a Dublino, perché la Chiesa è – era? – l’unica voce che dice loro la verità con amore, e vedere che vengono promosse certe letture ideologiche e militanti della loro condizione li fa sentire lasciati soli. Già il mondo legge la loro condizione di sofferenza invitandoli solo a rivendicare la libertà, se anche la Chiesa si mette a dire le stesse cose, chi li aiuterà? Se il sale perde sapore, a che serve? Se al Forum l’unico a parlare del tema sarà uno che critica apertamente e continuamente il Catechismo, proprio come un qualunque redattore di Vanity Fair, cosa devono pensare?

Spero che chi ha fatto pressioni per questa presenza a Dublino si ravveda, o che chi è sopra di lui fermi questa operazione che fa torto e addolora i più fragili. E addolora anche i tanti cattolici che stanno al loro fianco, e le famiglie.

Riepiloghiamo i fatti: James Martin è un gesuita autore di best sellers americani e molto attivo nella comunicazione, ospitato volentieri soprattutto da testate ed emittenti ostili alla Chiesa (New York Times, CNN), da tutto quel mondo che contesta la visione dell’uomo che la Chiesa nel suo grande amore all’uomo propone. È un militante “lgbt”. Uso questo acronimo, secondo me offensivo, perché lui invece ci tiene molto, tanto da scrivere un libro proprio per difendere e diffondere questa espressione. L’idea che sta al fondo del libro è prima di tutto lottare perché questa espressione sia accettata dalla Chiesa. Il fatto è che la Chiesa invece, da buona madre, si rifiuta invece di definire i propri figli in base all’orientamento sessuale. E’ come se io etichettassi i miei figli in base a un singolo loro disordine: il pigro, l’ansiosa, la capricciosa e il superficiale. Io so che i miei figli hanno anche queste inclinazioni, ma so che loro sono molto, molto di più, sono persone, e cerco di guardarli sempre con occhi di madre, cioè nella certezza – va be’, a volte è solo una speranza – che lavorino sul loro carattere, che maturino e soprattutto che incontrino Dio per la loro particolare, unica strada. Strada che, ne sono certa, passerà anche dalla loro ferita, dalla loro fatica nel combattere il disordine. Tutti ne abbiamo qualcuno, si chiama peccato originale, ed è vero che Martin – mi spiace ma non riesco a chiamarlo padre – ha detto che il Catechismo della Chiesa cattolica può indurre al suicidio (può uno così parlare a nome della Chiesa?), ma a me invece il pensiero della redenzione di Cristo che salva dal peccato mette al contrario tanta voglia di vivere, mi solleva dal peso della mia fragilità.

Martin, che è anche consultore della Segreteria per la comunicazione, comincia il suo libro con una specie di bugia elegante e sottile, ma pur sempre una bugia, e se questo non è proprio estraneo a chi lavora nella comunicazione, dovrebbe esserlo per un sacerdote. Comincia dicendo che ha deciso di scrivere il suo libro perché dopo la strage del 2016 nel locale di Orlando frequentato da persone omosessuali la Chiesa espresse solidarietà, sì, ma non usò la parola “lgbt”. Da come scrive il gesuita, invocando solidarietà per la comunità “lgbt” lascia intendere che la strage fosse motivata da una fantomatica omofobia. Invece poi si scoprì che l’autore voleva vendicarsi dei suoi amanti perché temeva di avere contratto l’HIV da uno di loro (altro dato taciuto: il virus è diffuso soprattutto tra gli omosessuali). Quindi uno che gli omosessuali li “amava”, e non li odiava di certo. Avrei qualcosa da dire invece sull’uso della parola di comunità: non credo che persone che frequentano un locale notturno possano solo per questo essere definite comunità, come non userei il termine per i frequentatori di locali per incontri intimi. La comunità è molto di più che bere insieme e organizzare incontri sessuali tra estranei.

Indipendentemente da questo, la Chiesa esprime solidarietà verso le persone, non verso le sigle, e non è che possa fare solenni messaggi di cordoglio tutti i giorni, visto che 215 milioni di cristiani sono perseguitati ogni anno, e 9 uccisi OGNI GIORNO (una strage di Orlando a settimana, e in questo caso non per contagi di virus, ma per il nome di Cristo). Invece, parlando della strage, Martin afferma che “è la Chiesa istituzionale che ha fatto in modo che i cattolici LGBT si sentissero marginalizzati”, lasciando intendere in un colpo solo che: a) le persone con attrazione verso lo stesso sesso non sono felici, non per il loro disordine ma a causa dello stigma sociale b) di questo è responsabile la Chiesa c) in fondo in fondo se in questo clima di odio poi qualcuno spara alla fin fine un po’ è colpa anche della Chiesa (non importa se il killer amasse gli omosessuali, la colpa è comunque sempre dei cattolici rigidi).

La soluzione per Martin? Cambiare la Chiesa, la dottrina, il Catechismo. Per questo trovo gravissimo che il gesuita, grazie ai suoi buoni uffici nella gerarchia, sia stato invitato al World Meeting of Families a Dublino in agosto (personalmente questa scelta mi ha tolto dagli impacci della decisione: io non andrò): credo sia un torto verso le persone che cercano Dio, e lo cercano nella loro fragilità non negata ma anzi via privilegiata per l’incontro con il Signore.

Proviamo a rispiegare la cosa dalle basi. Secondo Martin la dottrina della Chiesa è “inutilmente offensiva” (testuale!), e io mi chiedo perché mai uno decida di diventare sacerdote di una Chiesa cui non aderisce. Poteva farsi protestante, lì la posizione è ben diversa. Ma leggiamo le parole della Chiesa per intero, mentre il gesuita slealmente cita solo l’aggettivo, disordinata. Il Catechismo è invece di una delicatezza estrema: “questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita… sono chiamate alla castità…e alla perfezione cristiana”. Altro che discriminazione, la Chiesa chiama le persone con attrazione verso lo stesso sesso alla perfezione, come ognuno di noi, ognuno non a dispetto ma proprio a partire dalla propria fragilità.

Ma per capire la differenza tra accompagnare verso una meta e accompagnare a zonzo, proviamo a sostituire all’omosessualità, tema su cui ormai la propaganda ci ha fatto il lavaggio del cervello da ogni palco testata canale schermo pagina, il problema del rapporto con i soldi e dell’avidità, che è forse un tema su cui la sensibilità contemporanea è, in teoria, concorde (cioè almeno a parole la condannano tutti). Esempio. C’è una persona che tende ad accumulare denaro. Il peccato per la Chiesa non è che desideri il denaro – i sentimenti non assecondati non sono peccato – ma che obbedisca attivamente a questo desiderio nella pratica, e quindi non scucia il becco di un quattrino. Anche se gli passa vicino uno che sta morendo di fame lui non ce la fa proprio, non gli dà una briciola di pane. La Chiesa dovrebbe andare dal ricco, fargli pat pat sulla spalla? Dirgli non ti preoccupare, non è colpa tua se sei avaro? Continua così a non dare nulla, se è così che ti senti? Dovrebbe dire, a dar retta a Martin, “poverino, come sono cattivi gli altri! Ti dicono che sei avaro? Ma questa è avarofobia! Sei discriminato! Se tu proprio senti questo desiderio non ci puoi fare niente, non lo devi combattere! Anzi, costruiamo un ponte fra te e gli avarofobi, in modo che tu possa continuare a fare una cosa che fa male a te, alla tua anima, alla tua vita e anche al prossimo, e che non ti senta discriminato”?

Forse così è più chiaro perché non si può accompagnare uno affinché rimanga nella sua ferita – ogni disordine è una malattia spirituale, non una colpa, mentre è una colpa l’adesione consapevole e volontaria con le azioni – , ma va accompagnato affinché la superi. Come mi ha detto Daniel Mattson quando è venuto a cena a casa mia (Dan, ti aspetto per rifarti le patate con salvia e coriandolo!), il punto non può essere solo ed esclusivamente l’accompagnamento: uno può essere accompagnato anche sul ciglio di un burrone. Quindi non basta accompagnare, occorre farlo verso una meta.

Nel suo libretto – non è dispregiativo, sono meno di 80 pagine, diverse delle quali di citazioni bibliche, da cui è espunta le Genesi, fondamento dell’antropologia cristiana, con il suo “maschio e femmina, a sua immagine” – Martin sostiene che la Chiesa “insulta, calunnia e persino licenzia” le persone che provano attrazione verso lo stesso sesso. Io pensavo che i Gesuiti fossero l’élite intellettuale della Chiesa, per cui ero armata di pazienza e matita, credendo di dover rileggere tre volte. Invece la pochezza delle argomentazioni mi ha permesso di percorrerlo velocemente: una rassegna piuttosto semplice dell’armamentario vittimista. Credo che a renderlo oggetto di curiosità sia stata solo l’identità dell’autore (un prete che parla contro il Catechismo è sempre una goduria per il mondo).

Al contrario io conosco tante persone che si sentono accolte e ascoltate solo dalla Chiesa, e conosco l’apostolato generoso di Courage, conosco sacerdoti che passano la vita in confessionale ad abbracciare e accogliere senza giudicare. Oppure forse si riferiva al Papa, che ha detto che se c’è il sospetto che una persona ha un’inclinazione omosessuale non può entrare in seminario? Vorrà contraddire persino il Papa? Vogliamo dimenticare che molto spesso (nell’80% dei casi) i casi di pedofilia sono casi di omosessualità, cioè l’oggetto degli abusi sono giovani maschi adolescenti, non bambini?

Il punto vero è che abbiamo bisogno di preti virili, di una Chiesa virile, capace di educare, mettere paletti, insegnare il senso della realtà, che è il compito di un padre. Per questo il Papa dice che chi prova attrazione verso lo stesso sesso non ci deve neanche entrare in seminario.

Infine, non conosco la storia personale di Martin e non voglio giudicare lui. Non conosco la sua storia né le sue sofferenze. Ma conosco delle persone omosessuali che si aggrappano alla roccia delle parole della Chiesa, invece che accusarla. Persone che invece che parlar male dei preti (è come il nero, va su tutto) ascoltano la verità che è scritta dentro i loro cuori per cominciare un cammino verso la felicità. Davvero, loro non si meritano che Martin vada a parlare di loro a nome della Chiesa a Dublino. Voglia il cielo che ci sia un prete virile capace di impedirlo.

 

Raccontare padre Aldo Trento

Dom, 17/06/2018 - 14:52

Presentato a Piacenza Un cuore acceso da Cristo, il documentario di Guido Tombari (che poi sarebbe mio marito).

di  Costanza Miriano

Sono tua perché mi hai creata, sono tua perché mi hai redenta, mi hai voluta, mi hai chiamata, mi hai attesa, perché non mi hai perduta: cosa vuoi fare di me? Il canto di Mira e Lucia – che hanno dato voce a santa Teresa d’Avila – e la chitarra di Stefano si sono appena spenti nel monastero di San Raimondo a Piacenza, quando, mentre mio marito e Alfonso “Nanni” Baruffaldi, il medico volontario in Paraguay che lo ha trascinato nell’avventura, raccontano del loro viaggio in Paraguay e della loro amicizia con padre Aldo, mi appare chiarissimo che non ci sarebbe potuta essere canzone migliore per iniziare la serata.

Perché la storia di padre Aldo prima di essere quella di un uomo che si è dato ai poveri è quella di un uomo che ha detto al Signore “sono tuo, cosa vuoi fare di me?”, e lo ha detto più volte nella vita, a tutte le svolte della sua esistenza. Alla prima vocazione, quando è entrato in seminario a undici anni; lo ha detto all’incontro con CL; lo ha detto nel momento in cui è stato provato col fuoco, come capita a tutti i discepoli, quando si è innamorato di una donna e ha consegnato il suo cuore sanguinante a Cristo; lo sta dicendo ancora adesso, quando anziano, malato e solo (a parte pochi amici italiani), rimane al suo posto in trincea tra gli ultimi. Lo ha spiegato benissimo mio marito – il quale da venerdì sera non potrà mai più con me adottare la scusa “sai che non mi piace parlare” -: ci sono stati tanti momenti in cui padre Aldo ha rinnegato se stesso, ha preso la sua croce e lo ha seguito. Ma mentre certe scelte a favore dei poveri anche il mondo le capisce e le approva, la decisione di non seguire il proprio cuore, solcare l’Oceano e non voltarsi più verso la donna di cui era innamorato, e che lo amava, questa proprio il mondo non la capisce. Perché senza Cristo non puoi capirla.

In quel momento padre Aldo non era solo, però. Perché il Signore permette le prove ma ci dà anche quello che serve per superarle. In quel momento vicino a lui c’era un santo, don Giussani, e come ha detto Nanni ripercorrendo i suoi anni di amicizia con padre Aldo, tu non puoi dire è impossibile, puoi dire non ci riesco, ma se hai intorno una compagnia di amici ce la fai. Questa compagnia negli anni lo ha portato a essere il responsabile di uno studio dentistico – responsabile vuol dire tutto: dal fare il medico al fare l’operaio che monta le poltrone per i pazienti – che cura gratuitamente i poveri di Asunciòn.

Accanto a padre Aldo c’è una grande donna, adesso: quello che toglie il Signore lo restituisce, diverso ma più bello e più buono per noi. Hermana Sonia è le braccia e le gambe che vanno quando il padre non ce la fa, ed è il cuore che accoglie e le mani che accarezzano i poveri, le bambine e le donne abusate, i malati. Senza apparire troppo, perché le grandi donne fanno così, come madre Maria Emmanuel, la benedettina che ci ha ospitati per questo incontro a Piacenza nel monastero letteralmente ritirato su da lei e da suor Maria Martina, uno scricciolo con la forza di un gigante, partita con la madre da Isola san Giulio per fra tornare a battere il cuore del monastero nel cuore della città. “Grazie perché ci avete dato la felicità stasera ricordandoci che tutto quello che serve è stare davanti al Signore, con un povero accanto”.

Ah, e a proposito: la gente di Piacenza ha dato 2020 euro e 25 centesimi che sfameranno un bel po’ dei poveri di Asunciòn. E che diranno a padre Aldo che non è solo! Grazie.

***

Il vizio (dimenticato) della gola

Ven, 15/06/2018 - 00:22

di Emanuele Fant

Dei sette vizi capitali, ce n’è uno che non prendiamo sul serio. È la gola. Alzi la mano chi lo riconosce come proprio difetto in confessionale. La smodatezza nel mangiare e nel bere è tollerata con compiacenti sorrisini, a volte è imposta ai bambini (“Ancora un cucchiaio!”), si impiega per festeggiare sacramenti e cerimonie.

L’uomo medievale aveva una vita spirituale meno disinvolta. Dante Alighieri immaginava una pena tutt’altro che leggera per i golosi del suo Inferno: si rotolavano nel fango come maiali, erano colpiti in eterno da una pioggia scura e puzzolente e, se questo non bastava, a turno venivano scuoiati da un grosso cane a tre teste.

“Non è un po’ troppo per dei semplici mangioni?”, ci chiediamo sbigottiti rileggendo le tragiche terzine che ci giungono, ancora vivide, da lontano.

I peccati sono spesso desideri nati sani (la necessità di nutrirsi), corrotti dalle eccessive attenzioni che dedichiamo loro. Come figli viziati, gli istinti eletti a ragione di vita, pretendono uno sguardo continuo ed esclusivo. E finiscono per farci soffocare.

È proprio l’apnea una delle patologie più comuni tra gli obesi. Gli accumuli di adipe premono sul diaframma e sulle vie respiratorie, il cuore deve pompare maggiormente un sangue con scarsi livelli di ossigenazione. Le conseguenze di tanto sforzo possono essere anche molto gravi: ben mille persone a settimana muoiono per complicazioni legate all’obesità, e la tendenza è tutt’altro che in diminuzione.

Se ai tempi di Dante era in sovrappeso solo qualche esponente delle classe sociali elevate, oggi le statistiche dicono che a mangiare troppo e male siamo in molti e, curiosamente, le persone meno abbienti sono le prime, vista la ricca offerta di cibo-spazzatura a basso prezzo.

Alla luce di questo allarme universale che preoccupa le organizzazioni di sanità, forse dovremmo rivalutare la bilancia come dispositivo per un allarme spirituale; ammettendo che l’anima sta addirittura in relazione con la nostra, imminente, prova-costume.

fonte: Credere

 

Il viaggio di padre Aldo Trento, venerdì a Piacenza

Mar, 12/06/2018 - 18:19

UN CUORE ACCESO DA CRISTO
Il viaggio di Padre Aldo Trento: dal Veneto al Paraguay passando per il fondo degli abissi.

Una storia per immagini (in una nuova e più lunga versione), girata e montata da Guido Tombari, editor Rai

presenta, insieme all’autore,

Alfonso Baruffaldi, medico dentista, volontario all’ospedale di Asuncion

VENERDI 15 GIUGNO 2018, ORE 21
MONASTERO BENEDETTINO – CHIESA DI SAN RAIMONDO
Corso Vittorio Emanuele II, 154, Piacenza

le offerte raccolte durante la serata saranno devolute alle opere di Padre Aldo Trento per gli orfani ed i malati terminali

La testimonianza di “Casa Betlemme” a Brescia

Ven, 08/06/2018 - 07:00

Al convegno di sabato, tra i testimoni della sessione pomeridiana, avremo anche Davide Zanelli e Marina Bicchiega, due sposi che collaborano da venticinque anni con Flora Gualdani: l’ostetrica aretina la cui opera comincia ad essere sempre più conosciuta al grande pubblico.

Ci racconteranno come Flora, ai tempi del Concilio Vaticano II, ha concepito “Casa Betlemme” e come la conduce da mezzo secolo a servizio dell’Humanae vitae, in un voluto nascondimento e in povertà. Finita la lunga gestazione solitaria, questa ostetrica ha consegnato anni fa l’opera alla Chiesa cattolica nelle mani dell’allora vescovo Gualtiero Bassetti. Ma da quel momento l’ha consegnata anche alla stampa, nonostante la sua personale ritrosia davanti ai riflettori. Nel 2005 fu l’allora direttore di Avvenire che volle una paginata su Flora proprio il giorno del referendum sulla legge 40: e mandò Marina Corradi. Nel 2013 arrivò Ritanna Armeni per conto dell’Osservatore Romano, mandata da Lucetta Scaraffia. Qualche mese fa Costanza Miriano per conto della Rai.

La storia di Flora ha molto da dire alla Chiesa e alla società intera perché esprime il genio femminile di cui parlava san Giovanni Paolo II, cioè quel “nuovo femminismo” (Evangelium vitae n. 99) che – ripete lei – non passa dalla contraccezione (che è una proposta vecchia), ma dall’Humanae vitae cioè dai metodi naturali, che rappresentano il futuro. E sono la via «per costruire famiglie solide nell’epoca dell’amore liquido».

Davide e Marina ci illustreranno come quest’opera sia stata pionieristica nella pastorale della vita nascente, ma anche profetica: poiché ha incarnato anticipatamente – nel campo della procreatica – concetti oggi di moda come ospedale da campo, chiesa in uscita, periferie esistenziali. Oltre ad accogliere le maternità più difficili, Flora si è presa cura anche di quelle negate, cioè delle donne che soffrono la ferita profonda di un aborto.

I due coniugi toscani, con la loro testimonianza, ci spiegheranno come incontrarono l’Humanae vitae alla scuola formidabile di Casa Betlemme e quanto questa scoperta ha trasformato la loro esistenza. Oggi fanno parte, insieme ad altre coppie di sposi, di una fraternità di laici missionari sulle encicliche Humanae vitae e Veritatis splendor. Uno dei più grandi frutti delle fatiche di Flora è quello infatti di preparare famiglie cristiane e formare formatori: «non intellettuali della bioetica né spiritualisti disincarnati, ma apostoli intelligenti, capaci di trasmettere in mezzo alla società il messaggio autentico dell’Humanae vitae». Sono un gruppo di sposi che si dedicano anima e corpo a portare tra la gente lo splendore della verità: in un continuo aggiornamento dove si coniugano la competenza e la passione, tra fede, scienza e cultura. Dodici di queste coppie hanno sottoscritto qualche mese fa una lettera preoccupata per le sorti dell’Humanae vitae, dopo la clamorosa lezione di don Chiodi alla Gregoriana e l’accalorata replica della fondatrice di Casa Betlemme .

I coniugi Zanelli, in vista del convegno di Brescia, affermano: «l’enciclica va lasciata stare in tutta la sua statura e nella sua andatura. Coloro che oggi credono di riuscire astutamente a manometterla, si assumono una grande responsabilità che ci fa tornare alla mente l’ammonizione del vecchio Gamaliele (At 5, 39)».

La loro testimonianza e quella della fondatrice di Casa Betlemme è stata pubblicata qualche settimana fa in un corposo dossier della rivista Punto Famiglia Plus dedicato all’Humanae vitae.

E comparve già dieci anni fa, per il 40esimo dell’enciclica, nel libro della bioeticista Angela Maria Cosentino “Testimoni di speranza. Fertilità e infertilità: dai segni ai significati” (Cantagalli, Siena 2008), un testo che ha ricevuto il premio letterario “Donna, verità e società” «per aver mostrato il valore umano e sociale del talento naturale della femminilità» (Scienza & vita, Pontremoli ottobre 2009).

Nel loro apostolato moderno e itinerante, questo gruppo di sposi “betlemiti” ha sviluppato da qualche anno anche un ramo artistico, chiamato Wolokita Project. «A questa enciclica devo la mia famiglia e la mia fede: praticamente tutto ciò che ho», spiega Davide Zanelli. Il quale ha costruito un esperimento di nuova evangelizzazione focalizzato sull’Humanae vitae. E’ un recital acustico per voce e chitarra, intitolato “Dal cielo alla terra” :

«una catechesi in forma spettacolare e multimediale dove ho distillato in poesia e canzone tutto ciò che ho imparato in vent’anni di matrimonio cristiano alla scuola di Flora Gualdani». L’autore ha voluto dare così la sua piccola risposta personale ad una sollecitazione dei vescovi che, nel sinodo 2015, invitavano a trovare linguaggi nuovi per parlare di fecondità, procreazione e amore coniugale (Instrumentum laboris n. 78): «ma l’ho fatto utilizzando una chiave di volta che ci suggerisce san Giovanni Paolo II al n. 83 di Evangelium vitae cioè lo sguardo contemplativo». E’ quella la chiave che aiuta le persone ad aprire gli occhi davanti alla meravigliosa bellezza della Creazione. A recuperare lo stupore davanti al mistero. E con quella chiave – spiega Davide – «si sbriciolano le accuse di “biologismo” che ancora vengono rivolte all’enciclica di Paolo VI».

L’esperimento sta funzionando ogni oltre aspettativa, apprezzato per la sua originalità sia dal mondo pastorale che da quello accademico. In meno di tre anni sono già ventidue le repliche eseguite dal Trentino alla Puglia: serate organizzate dentro le chiese, in semplicità e in povertà di mezzi, ma nella ricchezza intensa dei contenuti e dei talenti, messi a disposizione da un gruppo di sposi che vogliono esprimere il loro omaggio all’enciclica di Paolo VI. In totale gratuità, sull’esempio di Flora: sacrificio e letizia francescana. Davide mi spiega che questo esperimento sta viaggiando senza il patrocinio di vescovi e benefattori ma, visti i frutti, con un patrocinio di altro tipo: «un patrocinio evidentemente celeste». Non c’è alcuna pubblicità, è solo «un passaparola nel sottobosco pulsante del popolo di Dio. Alla fine di ogni serata nascono amicizie e arrivano nuove richieste».

Marina Bicchiega invece è una biologa che racconterà come Flora l’abbia introdotta al mondo dei metodi naturali, facendola passare dalla biologia alla teologia attraverso la bioetica. Ci spiegherà lo stile che ha appreso dall’ostetrica aretina nell’insegnare la regolazione naturale della fertilità. Marina ha dedicato le tesi dei suoi studi (Istituto Superiore di Scienze Religiose “Beato Gregorio X”, Facoltà Teologica dell’Italia Centrale) all’attuazione dell’Humanae vitae, ricevendo due volte il premio nazionale “Achille Dedè” dalla Confederazione italiana dei centri per la regolazione naturale della fertilità (www.confederazionemetodinaturali.it). A Brescia presenterà in anteprima il suo libro “Fertilità umana. Consapevolezza e virtù”, uscito giorni fa per le edizioni Studio Domenicano di Bologna (collana Teologia). Un’indagine di 380 pagine dove si spazia dagli aspetti scientifici a quelli teologici e pastorali, analizzando la storia di un dibattito che ha attraversato i secoli e si è recentemente infiammato. L’autrice ha ricostruito in modo capillare anche lo scontro che si sta consumando oggi sull’enciclica di Paolo VI, esaminando quello che Flora definisce «l’ultimo assalto all’Humanae vitae». Un assalto con cui si tentano raffinate e seducenti (quanto improbabili) “riletture” e “reinterpretazioni” di una norma morale che – spiegava san Giovanni Paolo II – è definitiva e cristallina nella sua chiarezza. Ma al contempo è esigente poiché ci indica la strada della “vera felicità” (Humanae vitae n. 31). Tutto ciò che sta avvenendo intorno all’Humanae vitae, dal sinodo 2014 (fin dalla famosa prolusione preliminare del cardinale Kasper) ad oggi, è stato dissezionato in questo libro con la perizia certosina di un anatomo patologo, facendo emergere le linee della sottile strategia in campo. Esaminando minuziosamente il ruolo della stampa e dei mass media in questo tormentato 50esimo anniversario, l’autrice cita anche l’appello lanciato dal nostro blog e il convegno di Brescia tra i più importanti eventi a difesa dell’enciclica Humanae vitae.

Il libro ha la presentazione di mons. Vittorio Gepponi e la prefazione di Renzo Puccetti, che riportiamo qui di seguito.

 

PREFAZIONE (Renzo Puccetti)

 

“Castità”. Provate a fare un piccolo test: mettete una croce sul calendario ogni volta che ne sentirete parlare nelle omelie delle feste di precetto e alla fine dell’anno contate il numero delle croci. Ho la convinzione che la quasi totalità non avrebbe sul calendario il necessario per fare una singola moltiplicazione. Perché? Forse che l’homo post-conciliaris ha mutato a tal punto la propria anatomia da essere immune dal peccare contro il VI comandamento?  Ma esiste ancora una pastorale de sexto? Di più: si crede che esista un tale comandamento? O peggio: si ha ancora fede nell’esistenza di comandamenti?

Nel grande ospedale da campo che è la Chiesa sembra proprio che l’intero padiglione della clinica morale sia stato chiuso, o peggio, sia stato demolito piazzando le cariche ai pilastri portanti della coscienza e del peccato. Non solo la terapia, ma persino la profilassi è svanita. Secondo la regola di Paul Bourget “bisogna sforzarsi di vivere come si pensa, altrimenti, prima o poi, si finisce per pensare come si è vissuto”. Sfigurato l’aggiornamento in adattamento, l’uomo ha così finito per perdere persino la percezione dell’esistenza di criteri oggettivi di salute e malattia.

Il risultato è che sciami di persone si aggirano spiritualmente malate fradice fin nel midollo convinte di essere sane come pesci dispensando con gran prodigalità consigli su come mantenersi in forma. Non sorprende che il medico che si limiti ad indicare come veri malanni soltanto la sindrome guerrafondaia e il morbo epulonico goda nel breve di una certa popolarità, stante il fatto che, non avendo il mitra al collo, né la Rolls Royce parcheggiata fuori, nessuno tra le panche della chiesa è incline a ravvisare su di sé i segni di tali mali.

Parlare di castità significa invece misurare la febbre a tutti: consacrati, fidanzati, donne ed uomini sposati con il rischio che qualcuno si trovi con qualche linea sopra il 37, debba sospendere le proprie attività e prendere le medicine. La dottrina della Chiesa sulla inscindibilità dei significati unitivo e procreativo dell’atto coniugale è rimedio imprescindibile per combattere quel morbo terribile che sfigura esseri creati poco meno degli angeli in esseri animati aventi come natura il solo istinto che li conduce a trattare come cose i propri simili. 

Questo libro di Marina Bicchiega è né più né meno assimilabile ad un magnifico testo medico che ha la peculiarità di essere dedicato alla prevenzione e cura delle malattie spirituali a genesi genitale. È fondamentale per quei medici specialisti dell’anima che vanno sotto il nome di preti, ma non è meno utile per i genitori, gli educatori, i giovani e gli sposi. Scritto con semplicità mai banale, il testo non si limita a riportare una panoramica letteraria delle altrui conoscenze, ma da ogni pagina trasuda la passione, lo studio, l’esperienza e la dedizione dell’autrice che, seguendo i giganti Santi e Beati, gli scienziati testimoni del Vangelo della vita e della famiglia, e la sua mentore, la piccola grande fondatrice di “Casa Betlemme” Flora Gualdani, guida il lettore alla comprensione della grandezza, bellezza e bontà della scuola bimillenaria della Chiesa.

Sacerdoti, catechisti, laici impegnati nella pastorale familiare, sanitaria, giovanile, e tutti quanti con buona volontà, mettendo da parte i propri eventuali pregiudizi, si accosteranno alla lettura di questo libro, saranno in grado di vedere con occhi nuovi gli effetti devastanti prodotti dall’arrogante violazione del progetto generativo stabilito dal Creatore e riceveranno i fondamenti per consigliare chi desidera porvi rimedio.

 

Chi prega si salva. La prefazione di Franceso

Gio, 07/06/2018 - 16:13

La Prefazione di Francesco. Sulle pagine di Avvenire di domenica 3 giugno, è stata pubblicata la Prefazione di papa Francesco alla nuova edizione di Chi prega si salva, libretto che raccoglie le preghiere più semplici della tradizione cristiana, nato da un’intuizione di don Giacomo Tantardini (1946-2012) ed edito dal mensile internazionale 30Giorni. Il libretto si apre con una breve riflessione di papa Bergoglio cui segue l’introduzione firmata nel 2005 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger che l’anno successivo sarebbe stato eletto Pontefice

«Vieni dunque, Signore Gesù. Vieni a me, cercami, trovami, prendimi in braccio, portami».

Questa preghiera di sant’Ambrogio era molto cara a don Giacomo Tantardini, la recitava spesso, ci ricorda il suo cuore bambino, la sua preghiera così cosciente che è il Signore il primo a prendere l’iniziativa e noi non possiamo fare niente senza di Lui. Non a caso a questo libretto volle dare come titolo “Chi prega si salva”, un’espressione di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Gli amici di don Giacomo lo considerano il suo regalo più bello: un piccolo libro in cui, su richiesta di giovani che si convertivano al cristianesimo, il sacerdote volle raccogliere le preghiere più semplici della tradizione cristiana e tutto ciò che aiuta a fare una buona Confessione. Tradotto nelle principali lingue, è stato diffuso in centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo dalla rivista 30Giorni, giungendo gratuitamente anche in molte missioni cattoliche sparse in ogni angolo del pianeta, e anche oggi mi dicono che continuano a giungere numerose richieste di esemplari.

«Chi si confessa bene diventa santo»: è una frase che don Giacomo ripeteva spesso nell’ultima parte della sua vita. Il libretto suggerisce come confessarsi bene. Il punto di partenza è l’esame di coscienza, il dolore sincero per il male commesso. L’accusa dei singoli peccati, con concretezza e sobrietà. Senza vergognarsi della propria… vergogna. Perché anche la vergogna è una grazia se ci spinge a chiedere il perdono, come è una grazia il dono delle lacrime, che lava il nostro sguardo, ci fa vedere meglio la realtà… Al Signore basta un accenno di pentimento.

La misericordia divina, come impariamo dal Vangelo, attende paziente il ritorno del figliol prodigo, anzi lo anticipa, lo previene toccando per prima il suo cuore, così da destare in lui il desiderio di poter essere riabbracciato dalla Sua infinita tenerezza e di poter ricominciare a camminare. Nel confessionale dobbiamo essere concreti nell’accusa dei peccati, senza reticenze, ma poi vediamo che è il Signore stesso che ci “tappa la bocca”, come a dirci: basta così… Gli basta vedere questo accenno di dolore, non vuole torturare la tua anima, la vuole abbracciare. Vuole la tua gioia.

Perché Gesù è venuto a salvarci così come siamo: poveri peccatori, che chiedono di essere cercati, trovati, presi in braccio, portati da Lui.

Città del Vaticano, 28 marzo 2018

Francesco

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Per richiedere “Chi prega si salva” occorre contattare l’associazione “Don Giacomo Tantardini” alla email: info@assotantardini.it; telefono: 3275857356; sito internet: associazionedongiacomotantardini.it.

Le copie sono disponibili al costo di 1 euro l’una, più spese di spedizione. Il volumetto è disponibile anche in inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e cinese). 

QUI disponibile in pdf

Metodi naturali, una strada per conoscersi

Gio, 07/06/2018 - 08:00

L’Humanae Vitae è molto più che un no alla contraccezione e un sì ai metodi naturali, ma forse può essere utile a qualcuno ricordare i fondamentali, per cui pubblichiamo questo contributo di Anna Debenedettis, per chi non sapesse nulla, ricordando che qui  si può cercare un insegnante dei metodi, il o la più vicina a voi, per regione o città. Un lavoro capillare e gratuito, un vero servizio all’uomo e alla donna nella loro verità.

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Metodi di Regolazione Naturale della Fertilità: una strada per conoscersi

Cosa sono i Metodi Naturali di Regolazione della fertilità? Né metodi per coppie frustrate che non vogliono usare contraccettivi, né strumenti poco affidabili e di scarso valore scientifico. Sono, invece, una splendida occasione per la donna, per l’uomo e per la coppia di vivere la propria sessualità e fertilità da veri protagonisti. Chiunque, nella vita – guadagnando più gusto nel vivere –  è pronto a seguire uno strumento, una strada o una persona che lo aiuta a vivere da protagonista un “pezzo di realtà”. Ecco: i Metodi Naturali sono uno strumento per questo.

Se chiedessimo a qualsiasi persona, ragazzo, donna, moglie cosa siano i Metodi Naturali di Regolazione della Fertilità, non saprebbero bene cosa rispondere, e non lo saprebbero nemmeno la maggior parte dei sacerdoti (che quando sanno, si limitano a qualcosa di molto antico e superato). Non lo saprebbero, purtroppo, neppure la maggior parte dei medici e degli operatori che pure ruotano intorno all’affascinante tematica della fertilità. Tutto ciò non è certamente imputabile a precise responsabilità da parte loro, dal momento che al riguardo vi è scarsa formazione e molti luoghi comuni. In più, forse per pregiudizio, viviamo in un’epoca in cui preferiamo delegare ad altri, persone o strumenti che siano, anche le responsabilità più grandi della nostra vita, come per l’appunto quella di decidere del nostro corpo o la decisione di voler accogliere un figlio. Non ci fidiamo più della realtà e della natura, pensiamo di non essere in grado di far fronte alle responsabilità che diverse situazioni impongono, occorre quindi essere accompagnati in questo e scoprire la precisione con cui siamo fatti. Delegare non è sbagliato in sé, ma se ridotto a gesto arido e privo di coscienza fa perdere il meglio! I metodi sono un’occasione per riappropriarci del nostro corpo – che è un regalo preziosissimo – fatto con leggi precise e ordinate, e rappresentano, inoltre, una strada privilegiata per provare a comprendere un pezzettino di più quel mistero e quella diversità di un uomo e una donna: due universi differenti. Come diceva Gaber: “Sì, secondo me la donna e l’uomo sono destinati a rimanere assolutamente differenti. E contrariamente a molti io credo che sia necessario mantenerle se non addirittura esaltarle queste differenze. Perché proprio da questo scontro incontro, tra un uomo e una donna, che si muove l’universo intero.
All’universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni, l’universo sa soltanto che senza due corpi differenti, e due pensieri differenti, non c’è futuro
.”(1)

 

Cosa sono e come funzionano?

I Metodi non sono contraccettivi naturali. Possono essere appresi, infatti, con tre finalità: per una conoscenza di sé (per questo l’invito ad imparare i metodi è rivolto anche a ragazze adolescenti o a donne non sposate o consacrate); per rinviare o per evitare una gravidanza; per essere usati come prima scelta per cercare una gravidanza anche nelle difficoltà di concepimento. (6)

Come funzionano? Questi metodi consentono di individuare all’interno del ciclo femminile il periodo fertile ed i tempi non fertili, attraverso l’osservazione quotidiana di alcuni segni e sintomi naturali di fertilità strettamente dipendenti dall’andamento ormonale proprio di ciascun ciclo (2). Ogni donna, ogni coppia, infatti, hanno una loro storia precisa, occorre quindi conoscere se stessi e decidere di intraprendere un percorso personale. Non potrà mai funzionare imparare i metodi da autodidatti o confrontandosi con altri utenti, come sarà spiegato a breve.

Quali sono i metodi naturali? Il Metodo dell’Ovulazione Billings ed i metodi Sintotermici (metodo Sintotermico CAMEN e metodo sintotermico Roetzer). Essi possono essere applicati in ogni circostanza della vita della donna:

  • Cicli regolari e irregolari
  • Situazioni di stress
  • Allattamento al seno
  • Premenopausa
  • Dopo la sospensione dei contraccettivi ormonali

 

Il Metodo dell’Ovulazione Billings e i Metodi Sintotermici

Il Metodo dell’Ovulazione Billings, che deve il suo nome ai suoi ideatori – i coniugi John e Lyn Billings – si basa esclusivamente sulla rilevazione quotidiana del “sintomo del muco”, che rispecchia le caratteristiche modificazioni della secrezione prodotta dal collo dell’utero per effetto della stimolazione degli ormoni ovarici (estrogeni e progesterone). Perché il muco è un indicatore così affidabile? Perché è uno specchio di tutto ciò che avviene nell’ovaio: tutto ciò che accade al suo interno viene comunicato con messaggi ormonali sul collo dell’utero. Dunque possiamo capire se siamo lontani, nei pressi, o proprio nei giorni dell’ovulazione. (2)

Ogni donna può riconoscere con facilità l’andamento della secrezione del muco facendo attenzione alla sensazione percepita a livello vulvare, durante lo svolgimento delle sue normali attività.
Il metodo Billings è molto utile in tutte le situazioni in cui l’ovulazione è ritardata o manca del tutto (quali, ad esempio, l’allattamento). Inoltre, evidenziando il giorno del ciclo con più alta probabilità di concepimento, il metodo Billings può essere di particolare aiuto per le coppie che ricercano la gravidanza o sub-fertili (3).

Metodi Sintotermici si fondano sull’osservazione di più effetti fisiologici prodotti dagli ormoni ovarici durante il ciclo femminile. I principali sono: il muco cervicale, la temperatura basale e le modificazioni della cervice uterina.

Nello specifico l’andamento del sintomo del muco cervicale identifica il periodo fertile, mentre il rialzo della temperatura basale, indicatore attendibile di ovulazione avvenuta, conferma l’inizio del periodo sterile. In aggiunta ai segni maggiori vi sono sintomi minori, quali i dolori addominali, la tensione al seno, le perdite ematiche intermestruali. L’osservazione di tutti questi segni e sintomi consente di riconoscere il periodo fertile ed i tempi non fertili, indipendentemente dalla regolarità o irregolarità dei cicli della donna.

La combinazione in diversa maniera di questi segni determina la possibilità di avere più metodi sintotermici ed in particolare differenzia il Metodo Sintotermico CAMEN ed il Metodo Sintotermico Rötzer (2).

Sono affidabili? Se correttamente appresi ed applicati, la loro efficacia – comprovata da numerosi studi scientifici – è del 98-99%.

 

Come impararli?

Lo abbiamo detto: vietato essere autodidatti! Altrimenti poi è facile dire che “non funzionano”. Primo passo: cercare un’insegnante certificata, diplomata e abilitata da uno dei Centri Regionali riconosciuti dal Centro di Coordinamento Nazionale (Centro di Studi sulla Regolazione Naturale della Fertilità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma).

Dopo di ciò, occorrerà fissare almeno quattro incontri base tra l’insegnante e la coppia – a distanza di due settimane i primi, e di un mese i successivi – e il tutto verrà poi adattato alle esigenze e alle caratteristiche della coppia stessa. Oltre che l’apprendimento del metodo per la finalità di ciascuna coppia i colloqui con l’insegnante sono un’occasione per i due partner per prendere sul serio questioni, domande o desideri nell’ambito della sessualità. In questo percorso è interessante, ad esempio, avere la possibilità di essere ancora più consapevoli del significato dell’atto sessuale: espressione concreta dell’amore tra un uomo e una donna. Esso è un atto di relazione, un atto di incontro intimo in cui l’uomo e la donna possono desiderare di mostrarsi nudi l’uno all’altro senza maschere, senza fingere, certi che l’uno accetta e accoglie l’altro così come è. Perchè quest’atto sia vissuto davvero, e la coppia possa goderne a pieno in un’autentica relazione, è necessario che i due si conoscano e considerino l’altro nella sua totalità. Ad esempio la curva di eccitamento nell’uomo e nella donna è completamente diversa, entrambi dovrebbero considerare questo e trovare il ritmo dettato dalla natura. Così vale per tutto il ciclo della donna, a un su e giù ormonale durante il mese corrisponde una costanza dell’ormone principale nell’uomo. Questo non può non influire nel modo di essere della donna e anche sul desiderio sessuale. Chi si affaccia a questo mondo, dunque, scopre che il primo passo è iniziare a conoscersi. Troppe poche ragazze sanno come funzionano, la precisione e il fascino dei propri ritmi biologici e come questi incidano sulla vita quotidiana e anche sull’essere donna, così come pochi ragazzi si conoscono e soprattutto pochi ragazzi conoscono la diversità della donna e viceversa. Tutto ciò meriterebbe un grande approfondimento a parte. Insomma, è un mondo vasto e misterioso, i metodi naturali, appunto, possono essere un’occasione per cominciare ad addentrarsi.

per maggiori informazioni  http://www.confederazionemetodinaturali.it/

 

(1) Gaber, Secondo me la donna

(2) http://www.confederazionemetodinaturali.it

(3) Pilar Vigil Portales, “Amare ed essere amati. Fondamenti per un’autentica educazione all’amore”

(4) Fabio Veglia, “C’era una volta la prima volta”

(5) E. Giacchi, Sgrotto e G. Bozzo, “Il periodo Fertile”

(6) Gabriella Paci, “La fertilità umana bene prezioso da conoscere e valorizzare responsabilmente”

Cari pastori, sull’Humanae Vitae non rivedete, rilanciate

Mer, 06/06/2018 - 12:00

Riprendiamo a pubblicare gli appelli a teologi e sacerdoti perché ascoltino cosa la profetica enciclica di Paolo VI ha concretamente operato in tante vite. Questa giovane, intrepida donna, porta alla luce un aspetto di cui forse non si parla abbastanza. Una che non ci sta abbastanza velocemente rischia di essere “fuori mercato” – scusate la brutalità dell’immagine, ma è la brutalità con cui viene vissuta la sessualità tra i ragazzi, a meno che non incontri un giovane formato nella Chiesa, ma formato solidamente. Vi preghiamo, pastori, riprendete a parlare di eroismo e di martirio.

Noi speriamo che sabato a Brescia cominci una ripresa di vigore nella diffusione di Humanae Vitae: nel ’68 ancora qualcuno poteva sbagliarsi, ma a desso che abbiamo assaporato fino in fondo i frutti della liberazione sessuale, e abbiamo visto che hanno diffuso tanta infelicità, non abbiamo più scuse per non fidarci della profezia di questa enciclica.

Caro don Maurizio,

Le scrivo accogliendo l’invito di Costanza Miriano a scriverLe in merito alla revisione di Humanae Vitae a cinquant’anni dalla sua pubblicazione.

Premessa doverosa: sono una giovane di 24 anni, né fidanzata, né sposata. Non vivendo le gioie e le fatiche di una relazione affettiva, il mio contributo è sicuramente meno significativo di quelli che Le saranno giunti da chi, invece, le gioie e le fatiche di un fidanzamento o di un matrimonio le vive quotidianamente. Posso tuttavia portarLe l’esperienza di giovane donna che ha scelto di vivere l’affettività secondo l’insegnamento della Chiesa, con difficoltà, certo, ma gioiosamente e senza rimpianti.

Difficoltà, perché oggi, in Occidente, chiedere ad un ragazzo di aspettare il matrimonio per fare l’amore, senza poi utilizzare filtri di lattice o soluzioni chimiche di sorta, equivale con certezza (quasi) matematica ad essere mollate seduta stante. Con ciò, non intendo colpevolizzare i miei coetanei maschi: sono cresciuti, e noi femmine con loro, in una società sessuomane in cui l’essere ancora vergine a 16 anni è fonte di profonda vergogna e insicurezza, senza adulti in grado di educarci, in maniera credibile, ad amare l’altro in verità.

Gioiosamente e senza rimpianti, perché nonostante il dolore per relazioni finite o mai iniziate per questo mio desiderio di vivere l’affettività secondo l’insegnamento della Chiesa, sono grata al Signore di avermi messo una mano sul capo nei momenti in cui avrei potuto tradire questo desiderio che mi accompagna dalla prima adolescenza e di avermi fatto incontrare pastori che hanno saputo confermarmi quando tentennavo.

Glielo chiedo come donna, come “giovane”, ancor prima che come figlia nella fede: non rivedete, rilanciate. Di un’altra voce che ci dice di assecondare le logiche di questo mondo, noi nipoti del Sessantotto, di cui soffriamo le conseguenze senza neanche averne vissuto gli entusiasmi iniziali, non sappiamo davvero che farcene.

In Cristo,

Benedetta

Humanae Vitae è alleanza totale

Mar, 05/06/2018 - 16:45

di Costanza Miriano

Ieri mi è capitato sotto gli occhi il post di Facebook del noto teologo e politologo Ermal Meta, che diceva a proposito del ministro Fontana  “Ma davvero credete che al buon Dio interessi come raggiungete l’orgasmo? Non gli interessa nemmeno di cosa vi rende felici, ma che siate felici”, come se Fontana avesse detto qualcosa a proposito della vita sessuale delle persone, e non come ha fatto, a proposito del riconoscimento della famiglia (che, dal punto di vista legislativo, non è una questione di orgasmo ma di seminarium rei publicae, Cicerone lo aveva capito senza scomodare Dio, ma lui aveva i neuroni).

La legge non si occupa di quello che facciamo in camera da letto, per fortuna. Dio invece sì. Volevo dire che non so di quale dio parlasse il cantante, ma il Dio dei cattolici, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, è al contrario moltissimo interessato al nostro piacere, proprio perché ci vuole felici. Ignoro dove abbia studiato teologia Ermal Meta, ma Tommaso d’Aquino, che un po’ ne masticava, sostiene che prima del peccato originale Adamo ed Eva provassero piacere al sommo grado, molto più di noi mortali dopo la caduta. E come dice Clive Staple Lewis la grande vittoria di Berlicche è proprio non farci capire che Dio è un oceano di piacere immenso. L’unica speranza che ha di conquistarci è appunto farci credere che Dio ci vuole fregare, che è invidioso o al massimo indifferente al nostro piacere, come dice il cantante, il quale però, sia detto a sua scusante, esprime perfettamente il sentire di medioman.

A Dio il nostro piacere invece interessa, eccome: avrebbe mai affidato la trasmissione della vita all’orgasmo, altrimenti? E la proposta della Chiesa – perfettamente riassunta in Humanae Vitae che il Papa raccomanda di riscoprire – è quella che offre la massima possibilità di piacere, innanzitutto escludendo la contraccezione, che al netto di stimolanti e lubrificanti vari diminuisce il piacere, o dell’uomo o della donna, o meccanicamente, o agendo con gli ormoni, o anche solo da un punto di vista psicologico, togliendo l’emozione di fare una cosa davvero irrevocabile, come è un rapporto aperto alla vita. I metodi naturali di regolazione delle nascite, inoltre, chiedono dei periodi di astinenza, o perché si decide di non potersi aprire ad altri figli, o perché i figli sono appena nati (ottimo contraccettivo naturale): e come si sa non c’è niente che accende di più il desiderio che il doverne rimandare il soddisfacimento.

L’alleanza in cui entra una coppia che prova a seguire Humanae Vitae è un’alleanza totale, una resa e una consegna incondizionata l’uno all’altra. Io prendo tutto di te, anche i tuoi difetti, anche i tuoi limiti, e accetto di poter rimanere legato a te per l’eternità – un figlio è per sempre. Se i figli non vengono, io accetto anche questo di noi, della nostra storia. Io e te siamo consegnati per sempre, la nostra alleanza è totale. Questo, però, è possibile dirlo solo se si mette in mezzo Dio.

Provare a seguire Humanae Vitae è una cosa che cambia per sempre l’esistenza delle persone: ci si sposa prima, si fanno più figli, ci si dà da fare a cercare lavoro oltre ogni limite (conosco gente che si è laureata col quarto figlio in braccio, gente che ha vissuto di scatolette di tonno per tirar su un bambino, gente che si ha lavorato di giorno e studiato di notte per potersi sposare). L’economia occidentale riprenderebbe in uno o due decenni se tutti provassimo a seguirla seriamente, è una ricetta anche politica fenomenale. Per questo speriamo che sabato a Brescia (ricordatevi di iscrivervi!!!!) venga un sacco di gente, e magari, chissà, anche il ministro Fontana, perché è la proposta più trasgressiva e avventuriera che ci si possa sentir fare.

Contraccezione is boring, Humanae Vitae is rock!

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HUMANAE VITAE

La verità che risplende

Una giornata di studio e promozione dell’insegnamento di PaoloVI sui temi della vita e dell’amore. Un convegno aperto a studiosi, movimenti e famiglie.

Brescia, 9 giugno 2018

Istututo Salesiano Don Bosco

via San Giovanni Bosco, 15

INFORMAZIONI – amicipaolovi.it

Per iscriversi al convegno clicca QUI

 

 

 

È la famiglia a essere invisibile

Lun, 04/06/2018 - 16:47

di Costanza Miriano

“Tiziano Ferro risponde al ministro contro le famiglie arcobaleno” – dice Vanity Fair – e chiede “solo di non essere invisibile”.

Allora. Innanzitutto il ministro Fontana non è contro le famiglie con due persone dello stesso sesso, solo, a una domanda fattagli al volo al telefono da una collega, ha semplicemente chiarito un dato di fatto: le famiglie “arcobaleno” (in realtà monocolore) non esistono perché neppure la legge Cirinnà osa definire famiglie due uomini e due donne che non possono generare la vita – li chiama “specifica formazione sociale ” – e non esistono neanche nella nostra legislazione perché le persone possono fare tutto quello che vogliono in privato ma non possono legalmente comprare bambini, affittare uteri e dichiararsi padri o madri di figli che non sono i loro (come non lo può fare nessuna persona anche eterosessuale che non sia unita stabilmente a una dell’altro sesso, e che non abbia superato un lungo iter grazie al quale un magistrato lo abbia valutato idoneo, e uno dei criteri di buon senso è che un bambino sia affidato a un padre e a una madre).

E’ un dato di fatto. Una notazione di cronaca. (E no, è una bufala che ci siano tanti bambini negli orfanotrofi e tanti generosi omosessuali pronti ad accoglierli, a cui vengono negati a causa di noi cattivoni: sono molte più le famiglie che attendono bambini, che i bambini in cerca di famiglia).

Comunque, Tiziano Ferro che chiede di non essere considerato invisibile è davvero esilarante. Il cantante che brilla dal palco di Sanremo e che dalle pagine di Vanity Fair dichiara la sua intenzione di avere un figlio “da solo”, il che vuol dire portarlo via a una madre, quindi che annuncia il suo desiderio di fare una cosa che è contro la ragionevolezza umana, l’amore per l’umanità e al momento anche contro la legge, e ha anche il coraggio di dire che si sente invisibile, è bellissimo.

I cosiddetti diritti delle persone che provano attrazione verso lo stesso sesso hanno negli ultimi anni occupato direi militarmente  l’agenda politica dei governi di tutta Europa, pur essendo innanzitutto richieste ideologiche che avevano il solo intento (come per esempio Lo Giudice ha ammesso, e come tutti sanno) di cambiare – per legge – il modo comune di percepire l’omosessualità. I diritti infatti – convivere, intestarsi le eredità, andarsi a trovare reciprocamente all’ospedale e in carcere e moltissimi altri – già c’erano, sono per tutte le persone conviventi indipendentemente dal sesso. Inoltre sono richieste che pur interessando meno dell’1% della popolazione – visto il flop delle unioni civili successivo alla legge Cirinnà – hanno dettato l’agenda politica per mesi e mesi, occupando il Parlamento e inducendo il governo a mettere la fiducia. Il problema è che le elezioni successive a queste operazioni ideologiche, servite ad ammantare di una tonalità progressista i governi di tutta Europa, hanno tutte bocciato i governi autori di dette riforme, come sanno bene Hollande, Cameron, Zapatero, Renzi. Quindi i diritti sono solo un vezzo delle sedicenti elites progressiste, e l’ultimo problema che hanno avuto in Europa le persone omosessuali è esattamente quello di essere invisibili.

E’ così poco virile lamentarsi e fare le vittime. Siate uomini, indipendentemente dalla vostra preferenza sessuale, e abbiate il coraggio di chiamare le cose col loro nome. Ditelo: “desidero tanto un figlio anche se non lo posso fare perché non ho rapporti con le donne. Lo desidero così tanto che sono pronto a pagare una donna perché produca degli ovuli e venga operata e me li venda. E poi sono pronto a pagarne un’altra perché faccia crescere un bambino dentro di sé, lo partorisca e me lo ceda senza poterlo allattare, baciare, accudire come pure è indispensabile al bambino”. Se questo scempio vi viene negato, non siete vittime, non è crudeltà, è legittima difesa.

Nel frattempo, mentre i governi di tutta Europa spendono la loro credibilità per obbedire ai diktat lgbt imposti dall’Europa – a Tirana campeggia una bandiera lgbt in piazza Skanderberg: ce lo chiede l’Europa come condizione per entrare, dicono gli albanesi – le famiglie sono penalizzate fiscalmente, tanto che sempre più coppie si separano per finta, per godere dei benefici fiscali, fanno sempre meno figli (non è principalmente un problema economico ma certo qualche aiuto gioverebbe) e quelli che ci sono non riescono a uscire fuori di casa per la disoccupazione e il costo degli immobili. Sono loro, le famiglie, le vere invisibili. E la cultura radical è nemica della famiglia per una complessa serie di motivi culturali ed economici, per cui si vuole a tutti i costi impedire che il nuovo governo se ne occupi. Qualunque cosa avesse detto Fontana, sarebbe partito il tiro al bersaglio.

Io volevo dire che ho percorso l’Italia in lungo e in largo negli ultimi anni, sono andata in provincia e nelle grandi città, al nord, al centro e al sud. Anche se io parlo solo di famiglia e della mia esperienza e di vita spirituale, quando partono le domande la gente mi chiede spessissimo spiegazioni sul gender ed è lì che partono gli applausi più vigorosi. La gente, le famiglie che portano carichi seri sulle loro spalle, a volte anche carichi enormi, non ne può più di questo birignao sui diritti e si sente lasciata sola. Invito i colleghi dei giornaloni a farsi un giro con me, qualche volta, a impolverarsi le scarpe e a fare l’una di notte ad ascoltare storie. Magari scoprono una cosa incredibile: la realtà.

 

Il Coraggio dell’uomo che piega i fucili

Dom, 03/06/2018 - 00:01

di Sarah Numico  per Credere

È pacato e ostinato, innamorato di Dio e del Centrafrica, dove Dio lo ha portato nel 1992, e dove, da allora, vive e lavora senza risparmiarsi per arginare la povertà e per costruire la pace in un Paese che pace, da troppi anni, non trova. Ogni volta che lo incontro, padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano, cuneese d’origine, mi dona qualcosa: un calendario pieno di foto della sua gente, il suo libro appena uscito, una stoffa africana inzuppata di colori, i racconti del suo mondo, appassionati come quelli di una madre che non si stanca mai di parlare dei propri figli.

All’indomani dell’attacco del 1 maggio scorso alla chiesa di Fatima a Bangui, degli scontri che ne sono succeduti e che hanno lasciato 16 morti e troppi feriti, non si può non parlare di questo: “La pace è ancora molto lontana”, dice rattristato p. Aurelio. Il Centrafrica è stremato da una storia fatta di colpi di stato e un presente deciso dalla violenza delle milizie e dei gruppi armati che come funghi nascono per spartirsi il potere e un bottino tutto sommato misero. La situazione nella capitale “è più tranquilla perché lì l’Onu ha investito molto”, con Caschi blu e forze Minusca sempre presenti; ma il resto del Paese, che non interessa quasi a nessuno, nemmeno al governo attuale, è per più dell’80% in mano a gruppi ribelli”.

Non ha mai peli sulla lingua p. Aurelio: il governo di Faustin Touadera democraticamente eletto nel 2016 non ha “abbastanza forza per imporre degli accordi” con  i ribelli che, nonostante i cessate il fuoco, “rimangono sul territorio, lo controllano con le loro barriere, uccidono e vivono di criminalità”. Nemmeno i Caschi blu e forze della Minusca, che succhiano risorse ingenti, “sono stati per ora in grado di mettere in campo una strategia” per imporre il disarmo e aprire una prospettiva di pace. Effimeri appaiono oggi anche “gli accordi di pace sostenuti dall’Unione Africana e da Sant’Egidio”. “Le strade per uscire sono molte e sono tutte difficili”, dice padre Aurelio che quando si sono verificati gli scontri del 1 maggio era già in Italia, per un periodo di riposo.

La priorità per lui e la Chiesa in Centrafrica è il “lavoro, che continuiamo a fare, di riflessione e di formazione: è un lavoro di lungo periodo”; ma “ci vuole qualcosa di concreto adesso” perché la situazione non ritorni nel baratro del 2013 quando era scoppiata la guerra civile tra milizie Seleka e anti-Balaka, e quando p. Aurelio, oltre ad occuparsi di dare acqua, cibo e un tetto alle migliaia di rifugiati che si erano riversati nella missione a Bozoum, aveva portato avanti in prima persona un processo di mediazione tra le milizie di ribelli. Per questo lo avevano persino soprannominato “l’uomo che piega i fucili”. Perché ci deve stare un missionario lì in mezzo? Perché “la Parola di Dio ha un messaggio di liberazione, che va in profondità”; perché “abbiamo un impegno formativo”, perché bisogna “cercare di rendere la gente attenta ai problemi, ed evitare che si lasci guidare dalla voglia di vendetta”.

A Bozoum si parla il più possibile di perdono e di riconciliazione: “funziona ed è molto sentito: una delle cose che mi dicono più in confessione riguarda proprio questo”. P. Aurelio non se ne è mai andato, nonostante i rischi personali, perché c’è da portare avanti la commissione “Gustizia e pace” e la Caritas, che “lavorano molto per aiutare tutti e per insegnare ad aiutare tutti”. La Chiesa è l’unico luogo di rifugio e di sicurezza: “anche se non sempre riesce a soddisfare tutti i bisogni, tutti sanno che la Chiesa è sempre aperta a tutti, come lo è stata negli anni della guerra civile”. Resta lì, tra la sua gente, perché poi capita che arrivano “due balordi con un mitra che distruggono tutto in pochissimo tempo”, e bisogna ricominciare. La speranza sta nel fatto che “i nostri giovani su certe cose hanno idee molto chiare e la gente inizia a capire che se si vuole un Centrafrica nuovo c’è tanto da cambiare”.

Nelle sue giornate a Bozoum ci sono anche le responsabilità delle scuole della missione, che accolgono ogni giorno 1500 studenti, e dei villaggi vicini (altri 2500 virgulti centrafricani): è particolarmente fiero del “metodo che abbiamo inventato per l’insegnamento della lingua nazionale nelle prime classi elementari. Adesso il governo ci sta pregando di allargare l’esperienza al Paese”. Poi c’è l’attività nei dispensari, il progetto sull’aids e quello per le mamme incinte. E ancora: “Ci occupiamo del settore agricolo: formazione alle nuove tecniche di coltivazione e creazione di spazi di vendita.

Il fiore all’occhiello di questo lavoro sono le fiere a Bozoum e Bouar: uno spazio annuale per la gente della regione in cui “vendere i prodotti e stare in serenità”. “Quest’anno siamo arrivati a 90 mila dollari di vendite”. E il reddito pro capite in Centrafrica è di 400 dollari l’anno. La rinascita economica ha permesso anche di dare vita a una Cassa di Risparmio (5 sportelli tra Bozoum e i villaggi vicini). Oltre all’ordinario, nei prossimi mesi nascerà una radio comunitaria e poi ci sono “le scuole da allargare”. Nonostante tutto questo fiume di attività, che p. Aurelio elenca con la semplicità di chi spiega gli ingredienti di una ricetta, è nato anche un libro, che raccoglie le pagine del diario che dal 2011 tiene regolarmente su un blog. “Coraggio”, s’intitola il volume, parola che ama spesso ripetere. In quelle pagine c’è la “vita” del Centrafrica, la “bellezza della vita missionaria e del lavoro nel Paese” nonostante tutto; perché “accanto al nostro piccolo lavoro e al nostro operare c’è la grande opera di Dio che fa fruttificare”.

Per maggiori informazioni e per ordinare il libro clicca QUI

 

Riccardo Paracchini, o della Trasfigurazione

Ven, 01/06/2018 - 08:49

di Sergio Mandelli

L’Italia (ma si potrebbe dire l’Europa, il mondo) è divisa, culturalmente parlando, grossomodo in due.
Da una parte ci sono i santoni del laicismo, sempre presenti, onnipresenti, su giornali, televisioni, radio, università, redazioni, ovunque. I vari savianolittizzettoscalfari serragalimbertimarzanoeccetera, scritti tutti di seguito perché, più o meno, dicono tutti le stesse cose e li trovi dappertutto.
Poi ci sono i cattolici.


Fra i due mondi c’è una cesura netta, nel senso che i cattolici sanno benissimo che cosa dicono i precedenti “pensatori”, mentre questi non sanno nulla, ma proprio nulla, del mondo cattolico, salvo pochi, invariabili, stantii pregiudizi; conosco molto bene entrambi i mondi (per i quali provo uguale affetto, perché si possono detestare le idee, ma non le persone), visto che li ho frequentati, e so cosa dico.
Però, devo essere sincero, alla gente che considera come intellettuali di riferimento un Galimberti – o persino un Saviano, mioddio! – , io mi sento di dire, scusate, ma sono abituato troppo bene; dopo aver ascoltato una conferenza di Padre Giuseppe Barzaghi, i primi due mi sembrano pane raffermo e scipito, senza sale, nutriente, forse, ma senza gusto, senza sapore.
E se da una parte mi propongono un trio femminile tipo Marzano, Concia, Bonino (e perché no Boldrini, Murgia, Cirinnà), io replico, così, tanto per riferirmi a persone che frequento su Facebook, con Costanza Miriano Silvana De Mari e Paola Bonzi.
State tranquilli, se non le conoscete, non vanno in televisione, non ce le fanno andare.
Ma vi assicuro che, se le leggete, senza fermarvi ai (pochi) titoli scandalistici dei soliti giornali, vi accorgete di essere in presenza di gente tosta, in gamba, divertente, sapiente. E poi, per quanto riguarda Paola Bonzi, ci sarebbe da aprire una parentesi enorme tutta solo per lei: è una che da sola, con pochissimi mezzi, ma con grande amore, ha convinto 21000 donne ad non abortire; ciò significa avere 21000 bambine e bambini in più in Italia, una piccola città, e 21000 donne felici. Se in televisione e in parlamento ci fosse andata lei invece della Bonino, non avremmo problemi demografici, in Italia.
E poi che dire dei Mienmiuaif, coppia di giovani sposi capaci di dedicare canzoni a Santa Teresa di Lisieux, a San Leopoldo e a Radio Maria: se essere trasgressivi vuol dire fare cose che gli altri non fanno, allora questi due sono addirittura osceni!

Questa premessa, magari un po’ lunga, è doverosa per introdurre l’artista che sono andato a trovare recentemente in studio, Riccardo Paracchini.
Riccardo è un artista dal curriculum di tutto rispetto, avendo fondato, insieme a Luca Scarabelli, anni fa, una piccola, preziosa rivista d’arte chiamata Vegetali Ignoti, dove sono state ospitate (e dove si è parlato di) alcune delle migliori esperienze artistiche degli anni novanta.
La sua carriera d’artista ha sempre preso in considerazione l’aspetto della mistica: i suoi lavori degli anni novanta, che coinvolgevano pittura e ambiente, già erano dedicati a San Francesco, Santa Chiara e a Teresa di Lisieux (sì, ancora lei).
Io, invece, sono stato attratto da alcuni dipinti recenti che ho scoperto in rete e che trovo incantevoli.
Sono figure sacre, madri con bambino, sacre famiglie, ma soprattutto angeli.
Infatti, negli ultimi anni, la sua biografia ha conosciuto una presenza sempre più forte della fede, che lui ha raccontato in forma di fiaba o di racconto. In particolare ha approfondito il mistero della Chiesa, e ha indagato il senso di appartenenza a questa strana associazione, nata da dodici autentici cialtroni (gli apostoli), che però è stata, ed è tuttora, in grado di fare cose impossibili per chiunque altro.
Ora, che sia cattolico, e convinto, Paracchini non ha nemmeno bisogno di dirlo, e non fa nulla per nasconderlo, anzi.

E’ uno che è stato capace di fare una indagine a tappeto su tutto il territorio nazionale per raccogliere quante più litanie possibili dedicate alla Vergine Maria, e di pubblicarle tutte, inframmezzate da splendide immagini della stessa Madonna provenienti dalla tradizione, in una invocazione che accompagna il nostro cammino esistenziale, giorno dopo giorno.
Una prelibatezza per raffinati intenditori.
Ovviamente, lui sa benissimo che, nel mondo dell’arte contemporanea, dichiararsi cattolici vuol dire scontare parecchi pregiudizi e oggettive difficoltà di collocazione nel mercato: ma lui è fatto così, cosa ci volete fare. I cattolici, se sono convinti, non c’è niente che li faccia tacere, hanno bisogno di parlare, di dire, di testimoniare, di raccontare…
E cosa ci racconta Paracchini?
Ci racconta la Trasfigurazione, né più né meno.
Ossia, prende dei rotocalchi e poi ci dipinge sopra, trasformando figure di modelle seducenti e modelli prestanti in angeli e santi.
Oppure sono semplici foto di gente comune, oppure ancora (attività per la quale ha costantemente delle richieste) di persone che vogliono essere “trasformate” da lui.
Quello che ci dice, in queste delicatissime opere, è che se Gesù si è trasfigurato, la stessa cosa può capitare ad ognuno di noi, quando incontriamo la Grazia.
Perché, a suo parere, e secondo il parere di qualche milione di persone, l’incontro con Dio ci fa diversi, più disponibili verso il prossimo, più sereni, più teneri, più attenti. Persino più felici.
E questo, Paracchini, lo racconta con uno stile scarno, pudico, immediato. Forse non c’è bisogno di scomodare Beato Angelico, per la sua delicatezza, e Matisse, per le tinte piatte e l’apparente semplicità della composizione, o forse sì.
Fatto sta che queste immagini mi hanno incantato, e ve le voglio proporre.
Perché uno che dipinge così, con tutto quello che ha studiato, o è un matto o è uno che si sta avvicinando alla santità. E, a mio parere, vale la pena dedicargli qualche minuto di attenzione. Può darsi che non vi piaccia.
Ma, magari, vi trasfigurate pure voi.

fonte: facebook

 

La libertà di dire la verità

Mar, 29/05/2018 - 13:24


di Costanza Miriano

Domenica scorsa correvo lungo la Cristoforo Colombo, in un tratto ero parallela al percorso del Giro d’Italia, e invidiavo i ciclisti perché almeno la loro strada, immaginavo, sarebbe stata liscissima, a differenza della parte su cui potevo correre io. Nessuna rabbia, ormai: le buche sono parte del panorama romano, così come i cartelloni del Gay Village di Roma che decoravano tutti gli autobus che mi hanno affiancata. Nessun fastidio, solo noia.

Non mi è mai venuto in mente che fosse sensato chiedere la rimozione di uno di quegli innocui manifesti, trasgressivi come un tinello che sa di minestrone o una pubblicità del centro bricolage (ben 60 like su facebook il pezzo più letto tra quelli che annunciano l’apertura della festa paesana al Testaccio). Non credo che chiederei mai la rimozione di un manifesto che non contenga offese o insulti o minacce a qualcuno, perché penso che niente di quello che viene da fuori ci possa danneggiare. Il problema è sempre quello che abbiamo dentro. Ci danno fastidio solo le cose che risuonano con il nostro mondo interiore, con il male che abbiamo dentro.

Ecco, io non capisco come sia possibile in un paese in cui vige la libertà di espressione – fatta salva la calunnia e la diffamazione – il Comune di Roma possa far rimuovere un manifesto che fa vedere un bambino nella pancia della mamma, a 11 settimane. Appellandosi a quale legge? Non c’era un’immagine di nudo, non un’offesa, neanche un’accusa alle donne, cose orribili tipo “assassine”: semplicemente “tu sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”. Cioè, un dato di fatto, secco. Una notazione direi cronachistica, valida per quasi tutti noi che siamo al mondo tranne rari casi tipo Gianna Jessen, di aborti fortunatamente non riusciti).

Ora, io posso anche capire le posizioni di chi sostiene che non è questo il modo per convincere una donna a non abortire, che è necessario parlare della bellezza della vita eccetera eccetera (Sinceramente non credo che una donna in difficoltà se vede una foto dei miei figli sorridenti abbandona l’idea di abortire, non lo so, magari mi sbaglio.). Comunque non stiamo sindacando sulla bellezza o bruttezza di un manifesto. Stiamo parlando di una cosa gravissima, cioè la libertà di espressione. Stiamo parlando di leggi dello stato contravvenute. Stiamo parlando di democrazia. Non è che tutti i manifesti debbano superare test che valutino impatto comunicativo, artistico e delicatezza nel messaggio, no? Immagino, perché credo che certe signore non starebbero cosce all’aria davanti agli asili, altrimenti. I manifesti devono rispettare la legge, anche quando vogliono mettere in risalto i limiti di una norma dello Stato, purché lo facciano rispettosamente.

La verità è che alle donne viene detto che quello nel loro grembo è un grumo di cellule, e, se invece poi scoprono che quello che Emma Bonino aspirava con la pompa di biciletta era un bambino col cuore che batteva e la testa e i piedini, stanno male, se lo hanno ucciso. Ma non stanno male per colpa di quei cattivi di ProVita, stanno male per quello che hanno fatto, nella maggior parte dei casi senza rendersene conto, quindi essendo anche loro vittime di una bugia. Il grande genocidio infatti in Italia (come dappertutto) ha avuto inizio con una enorme, gigantesca notizia falsa, quella della diossina di Seveso e delle malformazioni certe e terribili dei bambini, e soprattutto con quella del numero di donne morte per aborti clandestini. Il “maestro” Marco Pannella ha raccontato un sacco di bugie al popolo italiano, e un manifesto che dice la verità è insopportabile ai veritofobi che lo hanno fatto rimuovere, Cirinnà in testa.

Se uno è convinto di quello che pensa, non è una foto a disturbare. A me non disturba nessuna foto che vedo in giro, casomai mi giro dall’altra parte perché mi piace la vera bellezza. La verità è quella che è scritta sul manifesto di Citizen Go (definito “choc” da miei solerti colleghi, e “opera degli estremisti prolife”: come si può essere estremista prolife? Facendo nascere un bambino tre volte? O lo fai nascere o lo ammazzi, non è che puoi essere estremista…). La verità, dicevo, è che l’aborto uccide sempre almeno una donna: quella che lo fa. E in almeno metà dei casi un’altra donna, la sua bambina. Ho chiesto a tanti ginecologi, e tutti confermano: non c’è una donna che riesca da sola a superare davvero, profondamente e del tutto il dolore di un aborto. Una parte di lei muore per sempre.

E’ per queste donne che continuiamo a far sentire la nostra voce: questa orribile, indifendibile legge ormai c’è, e credo non sia realistico pensare di poterla abrogare in questo clima culturale. Quello che dobbiamo fare, e di cui saremmo responsabili se non provassimo almeno, è tendere una mano alle donne in difficoltà economica, come fanno per esempio nei Centri Aiuto alla Vita (e come fanno tanti di noi sostenendoli), e anche rendere sempre più consapevoli le donne di quello che – legittimamente secondo il nostro ordinamento – vanno a fare. Chi ha paura di quei manifesti ha paura della verità, sa che se le donne sapessero non ucciderebbero i loro figli, sa che se fossero minimamente aiutate e accompagnate non sceglierebbero mai la morte. E comunque le donne che soffriranno per il resto della vita il rimpianto per il loro bambino ringraziano la Raggi, la Cirinnà e tutti i difensori della censura che hanno tolto loro una possibilità di capire prima.

E così un manifesto che evidenzia semplicemente un dato di realtà – un bambino a undici mesi è fatto così, è scienza, è scritto sui libri di medicina – viene vietato, un manifesto che dice una bugia viene invece largamente diffuso e affisso anche davanti alle scuole: mi riferisco a quello di RTL con i due uomini che si sposano, con scritto NORMAL, il che è semplicemente una bugia, perché normale in italiano significa conforme alla generalità, e meno dell’1% NON è la norma, non c’è bisogno di una laurea in statistica per capirlo. Si poteva scrivere FIGHISSIMI se volevate, ma normal proprio no. Ecco, manifesti con delle bugie in faccia ai bambini magari li eviterei, ma piuttosto che fare ancora più pubblicità a una bugia si può cogliere l’occasione per spiegare la verità ai bambini.

Infine, ricordiamo il trattamento che hanno subito le Sentinelle in piedi per questa epidemia di veritofobia. Ovviamente, che Facebook non sia un posto democratico si sapeva già, e nessuno glielo chiede. E’ un posto che ha le sue regole, se non ti piace te ne vai. Basta che si sappia. Facebook obbedisce alla dittatura del pensiero unico, e puoi imparare a starci sfruttandone i tantissimi vantaggi: almeno ha l’attenuante di non avere una Costituzione a cui obbedire, di non avere l’articolo 21 con cui fare i conti, ma certo è bene ricordare che la pagine della Sentinelle in piedi non è stata solo bloccata, ma soppressa, ripeto soppressa, non per avere insultato qualcuno, ma per avere postato foto dei camion col manifesto di ProVita. Ricorderei che questa enorme campagna prolife è stata finanziata anche da tantissima gente comune, con una gigantesca colletta di massa per aiutare la diffusione dei camion vela. Grazie a tutti quelli che hanno sborsato i propri soldi, quelli dei risparmi di famiglie spesso numerose, quelli della gente di buona volontà che non ha voce da nessuna parte, spesso neanche tra le gerarchie ecclesiastiche. Il popolo, questo sì, il vero popolo che ha dato l’obolo della vedova.

Questa cosa che è successa è profetica perché le Sentinelle sono nate proprio per difendere la libertà di espressione che i guardiani del pensiero unico sono costretti a cercare di silenziare, chiudendo pagine, oscurando manifesti: la verità ha una forza insopportabile per chi dice le bugie. E così mentre noi non chiediamo di oscurare siti e pagine piene di insulti e bugie, è stata soppressa la pagina Facebook delle Sentinelle, prezioso strumento per la diffusione delle informazioni per le veglie (oggi pomeriggio a Udine alle 18.30 in piazza San Giacomo e sabato 2 alle 21 a Salò in piazza  Serenissima). Volevo dire comunque che noi abbiamo anche altri mezzi: la rete, i telefoni, i piccioni viaggiatori, lo Spirito Santo… noi siamo un piccolo esercito e abbiamo i nostri portaordini tra una sentinella e l’altra.

 

Il Cardinale Sarah a Chartres: «Abbiate il coraggio di andare controcorrente!»

Lun, 28/05/2018 - 00:01

Si è concluso il 36° pellegrinaggio di Pentecoste organizzato dall’associazione laicale Notre-Dame de Chrétienté. Un appuntamento annuale che prevede tre giorni di cammino, un percorso di 100 km, dalla cattedrale Notre-Dame di Parigi a quella di Chartres. Più di 10mila pellegrini sono partiti alla Vigilia di Pentecoste per concludere il loro pellegrinaggio lunedì 21 maggio con un’ Eucaristia celebrata nella Forma Straordinaria del Rito Romano1. Una partecipazione straordinaria secondo gli organizzatori che parlano di un incremento di 10% rispetto allo scorso anno e di una età media in continuo calo assestata attorno ai 21 anni. La solenne celebrazione è stata presieduta da il cardinale guineano Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e ha visto la partecipazione straordinaria di circa 15mila pellegrini, provenienti da tutto il Paese e dall’estero, molti dei quali costretti ad accamparsi fuori dalla cattedrale. Numerosi i sacerdoti, i religiosi e le religiose. Moltissimi i giovani e intere famiglie con bambini (come si può osservare nelle immagini dei servizi della televisione francese qui sotto e in fondo all’articolo). La processione è stata affidata alla protezione di San Giuseppe, “padre, sposo e servitore”. In processione anche la teca con una straordinaria reliquia: il cuore di San Pio da Pietrelcina.

L’omelia del cardinale ha preso le mosse dal Vangelo di Giovanni proclamato durante la liturgia (Gv. 3,16-21). A partire da questo testo, ed in particolare dal versetto 19 («La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce») il cardinale Sarah ha affrontato diversi temi come la scelta radicale per Dio e la secolarizzazione dell’Occidente che ha rifiutato la Luce.

Il card. Sarah si è rivolto ai sacerdoti parlando dell’importanza dell’Eucaristia – celebrata nel silenzio e nel raccoglimento – come fulcro del ministero presbiterale. Parlando del celibato e dell’idea di ammettere al sacerdozio uomini sposati, il cardinale ha denunciato la tentazione di creare «un sacerdozio a misura umana» promuovendo una pratica che violerebbe la tradizione apostolica. Ai genitori ha ricordato il fondamentale ruolo di educare i propri figli alla Luce di Cristo, sapendo che sarà necessario «lottare contro il vento dominante»; a loro ha anche parlato del «ruolo profetico» affidatogli dall’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI: quello di essere «guardiani intelligenti dell’ordine naturale». Il cardinale si è rivolto in modo particolare ai giovani – accorsi numerosi all’evento – invitandoli ad avere il coraggio di rinunciare al mondo, di andare controcorrente, senza paura scegliendo la Luce di Dio che non delude mai («Gesù vi darà tutto! […] non perderete nulla, guadagnerete l’unica gioia che non delude mai»). Ai giovani ha chiesto di opporsi alle leggi “contro natura” e “contro la vita” e ha rivolto, infine, un particolare appello a rispondere alla chiamata di Dio, rinunciando a tutto per seguire radicalmente Lui, scegliendo la strada del sacerdozio o della vita consacrata.

Di seguito il testo tradotto dall’originale francese:

 

Permettetemi innanzitutto di ringraziare calorosamente Sua Eccellenza il vescovo Philippe Christory, Vescovo di Chartres, per il suo fraterno benvenuto in questa splendida Cattedrale.

Cari Pellegrini di Chartres,

«La luce è venuta nel mondo» ci dice Gesù nel Vangelo di oggi (Gv 3,16-21) «ma gli uomini hanno preferito le tenebre».

E voi, cari pellegrini, avete accolto l’unica luce che non delude: quella di Dio? Avete camminato per tre giorni, pregato, cantato, avete sofferto sotto il sole e sotto la pioggia: avete accolto la luce nei vostri cuori? Avete davvero abbandonato l’oscurità? Avete scelto di percorrere la Via seguendo Gesù, che è la Luce del mondo? Cari amici, permettetemi di porvi questa domanda radicale, perché se Dio non è la nostra luce, tutto il resto diventa inutile. Senza Dio tutto è buio!

Dio è venuto a noi, si è fatto uomo. Ci ha rivelato l’unica verità che salva, è morto per redimerci dal peccato, e a Pentecoste ci ha donato lo Spirito Santo, ci ha donato la luce della fede… Ma noi preferiamo le tenebre!

Guardiamo intorno a noi, la società occidentale: ha scelto di organizzarsi senza Dio, e ora è abbandonata alle luci appariscenti e ingannevoli della società dei consumi, del profitto a tutti i costi e dell’individualismo frenetico. Un mondo senza Dio è un mondo di tenebre, bugie ed egoismo.

Senza la luce di Dio, la società occidentale è diventata come una barca ubriaca nella notte. Non c’è abbastanza amore per accogliere i bambini, proteggerli nell’utero della madre, proteggerli dall’aggressione della pornografia. Priva della luce di Dio, la società occidentale non sa più rispettare i suoi anziani, accompagnare i malati alla morte, dare spazio ai più poveri e ai più deboli. È abbandonata all’oscurità della paura, della tristezza e dell’isolamento. Non ha altro da offrire che il vuoto e il nulla.

Permette di proliferare le ideologie più pazze. Una società occidentale senza Dio può diventare la culla di un terrorismo etico e morale più virulento e più distruttivo del terrorismo islamista. Ricorda che Gesù ci ha detto: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28).

Cari amici, perdonatemi questa descrizione, ma bisogna essere lucidi e realisti. Se vi parlo in questo modo è perché nel mio cuore di sacerdote e di pastore provo compassione per tante anime disorientate, perdute, tristi, preoccupate e sole.

Chi li condurrà alla luce? Chi mostrerà loro la via della Verità, l’unica vera via della libertà che è quella della Croce? Li lasceremo cadere nell’errore, nel nichilismo senza speranza o nell’islamismo aggressivo senza fare nulla? Dobbiamo proclamare al mondo che la nostra speranza ha un nome: Gesù Cristo, l’unico salvatore del mondo e dell’umanità.

Cari pellegrini di Francia, guardate questa cattedrale, i vostri antenati la costruirono per proclamare la loro fede. Tutto nella sua architettura, nella sua struttura, nelle sue vetrate proclama la gioia di essere salvato e amato da Dio. I vostri antenati non erano perfetti, non erano senza peccato, ma volevano lasciare che la luce della fede illuminasse la loro oscurità.

Anche oggi, popolo di Francia, svegliati, scegli la Luce, rinuncia alle tenebre!

Come si fa? Il Vangelo ci risponde: chi agisce secondo la verità viene alla luce. Lasciamo che la luce dello Spirito Santo illumini concretamente le nostre vite, semplicemente e anche nelle aree più intime del nostro essere più profondo. Agire secondo la verità è innanzitutto mettere Dio al centro della nostra vita così come la croce è il centro di questa cattedrale.

Fratelli miei, scegliete di rivolgervi a Lui ogni giorno. In questo momento, prendiamo l’impegno di prendere qualche minuto di silenzio ogni giorno per rivolgersi a Dio e dirgli: Signore, regna in me, ti offro tutta la mia vita.

Cari pellegrini, senza silenzio non c’è luce. Le tenebre si nutrono del rumore incessante di questo mondo che ci impedisce di rivolgerci verso Dio. Prendiamo, per esempio, la liturgia della Messa di oggi. Ci porta all’adorazione, al timore filiale e amoroso innanzi alla grandezza di Dio. Essa culmina nella consacrazione dove tutti insieme rivolti verso l’altare, lo sguardo puntato verso l’Ostia, verso la Croce, ci comunichiamo in silenzio, nel raccoglimento e nell’adorazione.

Fratelli, amiamo queste liturgie che ci fanno assaporare la presenza silenziosa e trascendente di Dio e ci fanno rivolgere verso il Signore.

Cari fratelli sacerdoti, ora mi dirigo a voi in maniera speciale.

Il Santo Sacrificio della Messa è il luogo dove troverete la luce per il vostro ministero. Il mondo in cui viviamo ci sollecita incessantemente. Siamo costantemente in movimento. Corriamo il grande pericolo di considerarci degli “assistenti sociali”. Non porteremo più al mondo la Luce di Dio bensì la nostra propria luce che non è quella che gli uomini attendono.

Rivolgiamoci a Dio, in una celebrazione liturgica di raccoglimento, piena di rispetto, silenzio e sacralità. Non inventiamo nulla nella liturgia, riceviamo tutto da Dio e dalla Chiesa. Non cerchiamo lo spettacolo o il successo. La liturgia ci insegna che essere prete non significa innanzitutto fare molte cose. È stare con il Signore sulla Croce. La liturgia è il luogo in cui l’uomo incontra Dio faccia a faccia. È il momento più sublime in cui Dio ci insegna ad essere «conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Non è, non deve essere un occasione di lacerazione, di lotta e di contese.

Nella forma ordinaria del rito romano come nella forma straordinaria, l’essenziale è volgere lo sguardo verso la croce, verso Cristo, il nostro Oriente, il nostro tutto, il nostro unico orizzonte. Sia nella forma ordinaria, sia nella forma straordinaria, celebriamo sempre, come in questo giorno, secondo quanto insegna il Concilio Vaticano II, con una nobile semplicità, senza inutili sovraccarichi, senza estetica fattiva e teatrale ma con senso del sacro, avendo come prima preoccupazione la gloria di Dio e con un vero spirito di figli della Chiesa di oggi e per sempre.

Cari fratelli sacerdoti, abbiate sempre questa certezza: stare con Cristo sulla Croce è ciò che il celibato sacerdotale proclama al mondo. Il nuovo progetto che alcuni hanno suggerito di separare il celibato dal sacerdozio per conferire il sacramento dell’ordine a degli uomini sposati, i “viri probati”, adducendo delle ragioni o delle necessità pastorali, produrrà in realtà la grave conseguenza di rompere definitivamente con la tradizione apostolica.

Si vorrebbe fabbricare un sacerdozio su misura umana, ma così non si sta perpetuando, non si sta estendendo il sacerdozio di Cristo, obbediente, povero e casto. Perché in effetti il ​​sacerdote non è solo un Alter Christus, un altro Cristo. È davvero Ipse Christus, Cristo stesso. Ed è per questo che, seguendo Cristo e la Chiesa, il sacerdote sarà sempre un segno di contraddizione.

E voi cari cristiani, laici impegnati nella vita della città, a voi dico con forza: “non abbiate paura!” Non abbiate paura di portare in questo mondo la Luce di Cristo. La vostra prima testimonianza dev’essere la vostra vita, il vostro esempio. Non nascondete la fonte della vostra speranza, al contrario, proclamate, testimoniate, evangelizzate. La Chiesa ha bisogno di voi. Ricordate a tutti ciò che solo «Cristo crocifisso rivela il senso autentico della libertà» (Veritatis Splendor 85).

A voi, cari genitori, vorrei rivolgere un messaggio del tutto particolare. Essere padre e madre di famiglia, nel mondo di oggi, è un’avventura difficile, piena di sofferenze, di ostacoli e di preoccupazioni. La chiesa vi ringrazia. Si, grazie per il dono generoso di voi stessi. Abbiate il coraggio di crescere i vostri figli alla Luce di Cristo. A volte bisognerà lottare contro il vento dominante, sopportare il disprezzo e le prese in giro del mondo, ma non siamo qui per compiacere il mondo. Noi proclamiamo Cristo crocifisso, «scandalo per gli ebrei e pazzia per i gentili» (1 Cor. 1, 23-24). Non abbiate paura, non arrendetevi.

La Chiesa, attraverso la voce dei papi, specialmente dall’enciclica Humanae Vitae, vi affida una missione profetica: testimoniare davanti a tutti la vostra gioiosa fiducia in Dio che ci ha resi guardiani intelligenti dell’ordine naturale. Voi annunciate ciò che Gesù ci ha rivelato attraverso la sua vita. Cari padri e madri, la Chiesa vi ama, amate la Chiesa. Amate vostra madre.

In fine, mi rivolgo a voi, a voi i più giovani che siete qui molto numerosi. Vi prego di ascoltare soprattutto un anziano che ha più autorità di me. Si tratta dell’evangelista San Giovanni. Oltre all’esempio della sua vita, San Giovanni ha anche lasciato un messaggio scritto ai giovani. Nella sua prima lettera, leggiamo queste commoventi parole di un anziano ai giovani delle chiese che egli aveva fondato. Ascoltate questa voce forte di un anziano: «Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno. Non amate né il mondo, né le cose del mondo!» (1Gv 2, 14-15).

Il mondo che noi non dobbiamo amare, commenta il padre Cantalamessa nella sua omelia del Venerdì Santo, e al quale non dobbiamo conformarci, non è – lo sappiamo bene – il mondo creato e amato da Dio. Non sono le persone del mondo, verso le quali, al contrario dobbiamo sempre andare, soprattutto i poveri e i più fragili, per amarli e servirli umilmente.

No! Il mondo da non amare è un altro. È il mondo così come è diventato sotto il dominio di Satana e del peccato. È il mondo delle ideologie che negano la natura umana e distruggono le famiglie. È il mondo delle strutture delle Nazioni Unite (“onusiennes”) che impone imperativamente una nuova etica globale a cui tutti dovremmo sottometterci. Ma un grande scrittore britannico del secolo scorso, il T.S. Eliot, ha scritto tre versi che dicono più di interi libri: «Nel mondo dei fuggiaschi, chiunque si muove nella direzione opposta sembrerà un disertore».

Cari giovani, se ad un anziano come lo era san Giovanni è permesso parlare direttamente a voi, vi esorto anche io e vi dico: “Avete sconfitto il maligno”. Combattete ogni legge che vada contro natura e che vogliano imporvi, opponetevi a ogni legge contro la vita e contro la famiglia, siate di quelli che prendono la direzione opposta. Abbiate il coraggio di andare controcorrente. Per noi cristiani, la direzione opposta non è un luogo, è una persona: è Gesù Cristo, nostro amico e nostro redentore.

Un compito è stato assegnato in modo particolare a voi giovani: quello di salvare l’amore umano dalla tragica deriva in cui è caduto: l’amore, che non è più il dono di sé ma solo il possesso dell’altro, un possesso spesso violento e tirannico. Sulla Croce, Dio si è fatto uomo e ci ha rivelato che Lui è “Agape”, ossia l’Amore che si dona fino alla morte. Amare veramente è morire per l’altro, come il giovane poliziotto, il colonnello Arnaud Beltrame!

Cari giovani, senza dubbio sperimentate spesso, nella vostra anima, la lotta dell’oscurità e della luce, a volte siete sedotti dai facili piaceri di questo mondo. Con tutto il mio cuore di sacerdote, vi dico: non esitate, Gesù vi darà tutto. Seguendolo a essere santi, non perderete nulla, guadagnerete l’unica gioia che non delude mai. Cari giovani, se oggi Cristo vi chiama a seguirlo come sacerdote, come religioso o religiosa, non esitate, ditegli «fiat», un sì entusiastico e incondizionato. Dio vuole aver bisogno di voi. Che gioia, che grazia

L’Occidente è stato evangelizzato da santi e martiri. Voi, giovani di oggi, sarete i santi e i martiri che le nazioni attendono per una nuova evangelizzazione. Le vostre terre hanno sete di Cristo, non deludeteli. La Chiesa si fida di voi. Prego che molti di voi rispondano oggi, durante questa Messa, alla chiamata di Dio a seguirlo, a lasciare tutto per Lui, per la sua Luce. Quando Dio chiama è radicale. Egli ci chiama interamente, fino al dono totale, al martirio del corpo o del cuore.

Caro popolo di Francia, sono i monasteri che hanno costruito la civiltà del vostro paese. Sono le persone, gli uomini e le donne, che hanno accettato di seguire Gesù fino alla fine, radicalmente, coloro che hanno costruito l’Europa cristiana. Questo perché hanno cercato solo Dio, hanno così costruito una civiltà bella e pacifica come questa cattedrale.

Popolo di Francia, popoli dell’Occidente, non troverete la pace e la gioia se non cercando Dio solo. Tornate alle vostre radici, tornate alla fonte, tornate ai monasteri. Sì, tutti voi, abbiate il coraggio di trascorrere qualche giorno in un monastero. In questo mondo di turbolenze, bruttezza e tristezza, i monasteri sono oasi di bellezza e gioia. Sperimenterete che è possibile mettere concretamente Dio al centro della propria vita, sperimenterete l’unica gioia che non passa mai.

Cari pellegrini, rinunciamo all’oscurità. Scegliamo la Luce! Chiediamo alla Beata Vergine Maria di insegnarci a dire fiat, cioè “sì”, pienamente come lo ha detto Lei, di insegnarci ad accogliere la luce dello Spirito Santo, come lo ha fatto lei. In questo giorno in cui, grazie alla sollecitudine del Santo Padre Papa Francesco, celebriamo Maria, Madre della Chiesa, chiediamo a questa santissima madre di avere un cuore come il suo, un cuore che non rifiuta nulla a Dio, un cuore ardente di amore per la gloria di Dio, desideroso di annunciare agli uomini la buona notizia, un cuore generoso, un cuore ampio come il cuore di Maria, dalle dimensioni della Chiesa, dalle dimensioni del cuore di Gesù.

(traduzione Miguel Cuartero Samperi)

fonte: TestaDel Serpente

Cinque Passi 2017-2018 in streaming e download

Dom, 27/05/2018 - 00:58

Come ogni anno, in concomitanza con la Solennità di San Filippo Neri del 26 Maggio, pubblichiamo i Cinque Passi dell’anno appena trascorso.
Ogni singolo Passo è disponibile sia in Streaming che in Download.
Augurandovi un buon ascolto e una buona festa di San Filippo Neri, vi ringraziamo con la speranza di vedervi presenti per i prossimi Cinque Passi dell’anno 2018-2019.

http://cinquepassi.org/2018/05/cinque-passi-2016-2017-in-streaming-e-download/

 

Perché non mi definisco gay. Intervento del Card. Müller alla presentazione del libro di Daniel C. Mattson

Ven, 25/05/2018 - 22:35

Perché non mi definisco gay. Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace
di Gerhard Card. Müller
TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO NON RIVISTA DALL’AUTORE
Innanzitutto vorrei congratularmi con l’autore del libro «Why I don’t call myself gay» – disponibile adesso anche in traduzione italiana – per il suo coraggio davvero straordinario. Perché coraggio è proprio quel che ci vuole per contrapporre, all’«Internazionale pansessista», la dottrina cattolica sull’origine della differenza tra i sessi espressa nella volontà creatrice di Dio. E come vedremo, l’autore – non contento di contestare la radicale antropologia anticristiana che riduce l’uomo a puro desiderio sessuale – riesce anche ad avanzare dei validi argomenti per indicarne i punti deboli e le catastrofiche conseguenze.

Ma vorrei ringraziare l’autore anche per l’aiuto che lui offre a tutte le persone afflitte dalla «same-sex-attraction». Per lui, il riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso come se fossero unite in matrimonio, non indicherebbe il successo della «Homosexual Liberation» – come John Murphy la definisce nell’omonimo libro cult (1971) –, ma piuttosto il fallimento del vero processo di liberazione di queste persone, che verranno così private della verità su loro stesse, l’unica verità che rende davvero liberi. Con la sua chiara distinzione tra la dignità inviolabile della persona e il comportamento (behaviour) giusto o sbagliato, la Chiesa cattolica è la vera avvocatessa dell’uomo – sia per quanto riguarda il fallimento, che il successo nell’intento di perseguire il bene.

Il libro comincia come una biografia e mantiene questo tratto del coinvolgimento personale anche per il resto del libro, introducendo il lettore poi in una profonda riflessione teologica e filosofica. In questo senso, il presente libro mostra delle notevoli analogie con le Confessioni di Sant’Agostino, al quale l’autore si riferisce espressamente, attingendo anche dalla sua profonda conoscenza dei Padri della Chiesa, di San Tommaso, nonché di altri autori spirituali e di teologia morale.

Questo libro non vuole essere un’auto-giustificazione, puntando magari il dito sugli altri, sulla società o persino contro la Chiesa cattolica, per ritenerli colpevoli della propria condizione o inclinazione.
In tutta la sua schiettezza, l’autore rimane comunque sempre discreto e rispettoso dei limiti del pudore, non cadendo mai – come spesso accade quando un autore rende pubblica la propria omosessualità – nella trappola di assegnare al lettore il ruolo del «guardone». In fin dei conti, fa anche parte della dignità dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, che egli, dopo il peccato originale, rispetti l’altro, in modo da non ridurlo a oggetto della sua sensualità disordinata o delle sue incontrollate passioni. La contemplazione erotica della nudità infatti è riservata soltanto all’amore coniugale (cfr. Gen 1,24s).

La disintegrazione di sexus e eros viene superata mediante la Redenzione. Il
matrimonio sacramentale è il luogo dove avviene l’intrinseco orientamento di sexus e eros verso la loro integrazione nell’agape. L’agape è l’amore che si realizza nel dono di sé, rivelando così anche la sua origine in Dio, che, nella vita trinitaria, è l’amore stesso.

Essere attratti da persone dello stesso sesso, non è di per sé un peccato personale. Soltanto laddove si consente ad un comportamento che è contrario alla sacra e salvifica volontà divina, si imbocca la strada della colpa. Siccome la sola presenza di un disordine negli impulsi psichici e fisici non è qualcosa che ci rende colpevoli dinnanzi a Dio e agli uomini, essa non dovrebbe neanche sbocciare in complessi di colpa.

Con l’aiuto della grazia e un po’ di buona volontà, l’uomo riesce a fare il bene, evitando il male. Con la grazia di Dio, la castità – e cioè la sessualità ordinata all’amore – è possibile sia nel vincolo del matrimonio che nella forma di astinenza, come nel caso di persone non sposate o consacrate. Ma il peccato originale ha fatto sì che un certo desiderio disordinato sia presente in tutti gli uomini. Si tratta di una sessualità morbosa, opposta alla naturale inclinazione a dominata con difficoltà dalla ragione. E questa concupiscenza non si riferisce solo agli impulsi sessuali, ma a tutte le inclinazioni, a tutti gli stimoli mentali, psichici e fisici.

Quando l’uomo cede alle inclinazioni disordinate, rimanendo intrappolato in esse, può anche succedere che egli sviluppi un odio verso Dio e i suoi comandamenti che lo rivelano peccatore. Soltanto attraverso la grazia redentrice veniamo creati di nuovo, anche se l’inclinazione al peccato rimane. Essa è inclinazione al peccato, ma non peccato in sé, come dice il Concilio di Trento, e, come tale, funge da strumento di indagine e di maturazione più profonda, nell’obbedienza della fede nei confronti di Dio.

Il peccato originale ha ferito la natura umana, ma non l’ha distrutta. L’uomo è chiamato a diventare partecipe della Figliolanza di Dio, attraverso la grazia della giustificazione e dell’ascesi spirituale. L’aiuto dello Spirito Santo ci rende capaci di sconfiggere i desideri della carne e cioè la natura scissa in realtà spirituale-corporea e sociale, nonché la struttura altrettanto divisa della personalità. «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.[…] Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,22-24).

L’identità dell’uomo nasce dal suo rapporto con Dio, che è il garante della nostra dignità e libertà. Noi riconosciamo Dio come origine e meta degli uomini. Il senso della vita non può consistere nel soddisfare i sensi, gli stimoli, i nostri desideri sessuali, ma soltanto nella ricerca della verità e nel fare il bene. Ed è per questo che l’autore giustamente si rifiuta di farsi sequestrare – a causa della sua attrazione per lo stesso sesso – da un’ideologia che, partendo da questa inclinazione disordinata, inventa una terza categoria accanto alla categoria dell’uomo e della donna: quella del gay.

Nell’ideologia gender, questa categoria viene amplificata all’infinito, fabbricando, da qualsiasi forma di preferenza sessuale, una propria identità sessuale. Identificare se stesso come gay, o farsi identificare come tale, significa dunque ridurre l’intera ricchezza dell’essere umano, lo sviluppo dei talenti intellettuali e artistici, la responsabilità per il mondo, nonché l’apertura alla trascendenza con la vocazione alla vita eterna, a mera attrazione sessuale suscitata da persone dello stesso sesso.

Quest’immagine dell’uomo dovuta a una costruzione sociale, si contrappone all’antropologia cristiana, orientata alla natura creata dell’uomo e alla rivelazione della verità e dell’amore di Dio. Il fatto che un termine come quello di gay sia nato da un’invenzione teorica, trasforma la normalità del vincolo matrimoniale tra uomo e donna in una variante della natura umana. La distinzione tra uomo e donna, ad un tratto, cede il posto a due categorie fondamentali di uomini: quelli omosessuali e quelli eterosessuali. Con il cambiamento della lingua, della terminologia e delle categorie concettuali, cambia la percezione della realtà, ma non cambia la realtà
stessa. L’uomo rimane uomo, la donna donna, nonostante il «cambiamento di sesso» artificiale, ma – appunto – non reale. In questo modo era nato anche il termine provocatorio dell’omofobia, con l’intento di screditare a priori ogni alternativa all’ideologia dei movimenti gay o gender. E chi soffre di problemi di disorientamento sessuale, ma si rifiuta di abbracciare questo movimento, viene subito bollato come traditore.

È insita nella natura delle ideologie che essi costruiscano una falsa realtà, che rende l’uomo loro schiavo. Basti pensare alla brutalità con la quale dei governi
apparentemente liberali e socialisti, impongono questa agenda con la forza,
assoggettando le coscienze di chi la pensa in modo diverso, senza avere il minimo scrupolo.

Nel contesto di questo dibattito globale, ciò che è in gioco non sono – come si vorrebbe far credere per placare gli animi – i diritti di una minoranza sinora perseguitata, ma il senso originario e la meta ultima dell’esistenza umana! Ma che cos’è la natura umana? Qual è il senso e la meta del matrimonio tra un uomo e una donna, quale cellula germinale della Chiesa e della società, fonte della loro felicità e strada verso la perfezione in Dio? Qual è la vocazione espressa nel riconoscimento dell’uomo come persona, se l’uomo è l’unica creatura pensata e voluta da Dio per se stessa – creatura che «non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (GS 24) –, e se la singolare dignità di ogni uomo viene riconosciuta per mezzo della Rivelazione e della ragione (DP 2)? Potrà mai l’uomo, nonostante egli sia una creatura terrena e mondana, trovare compimento in ciò che è terreno e transitorio grazie all’apertura infinita del suo spirito? O non è forse proprio per questo che egli ha una vocazione divina e trova compimento in Dio nell’auto trascendenza del suo spirito, che avviene attraverso l’uso della ragione e nell’esercizio della libertà?

Sono queste le domande che ci hanno interpellato in tutti i tempi e ci interpellano ancora oggi. La riduzione a creatura animalesca, che fa sì che Dio venga sottratto all’uomo con l’inganno, dividendo la società in bugiardi e ingannati, non costituisce alcun progresso verso la perfezione dell’uomo, ma è un deficit enorme nell’antropologia, abbandonando l’uomo ad una vita priva di senso e alla disperazione. Il paradigma segreto di questa riduzione è il nichilismo.

E le rovine di questa riduzione dell’uomo a creatura mossa solamente dagli istinti, lasciano un retaggio davvero sconcertante: aborto; ricerca logorante sugli embrioni; un grandissimo numero di persone tradite dal coniuge o adulteri loro stessi; bambini e giovani privati della sicurezza di un ambiente in cui possono vivere con i propri genitori; e infine l’ingannevole ri-definizione del matrimonio derubato dalla fondamentale unione tra uomo e donna nell’amore fecondo come «complicità sessuale».

Contrariamente a ciò che si vuole far credere, la rivoluzione sessuale non ha liberato gli uomini da una rigorosa e pudica doppia morale borghese. Essa è piuttosto responsabile della disintegrazione di sexus, eros e agape, che si fondano nella sostanziale unità tra anima e corpo.

L’autore riesce a spiegare, in modo convincente, che una vita secondo i comandamenti di Dio, così come vengono spiegati nella dottrina della Chiesa, non fa ammalare l’uomo, ma lo guarisce dall’interno, dandogli speranza e facendogli scoprire un senso che orienta oltre ciò che è puramente umano. I comandamenti divini, non essendo norme imposte dall’esterno, non richiedono una mera obbedienza formale. Sono invece espressione della volontà di Dio che ci ama, ed è proprio per questo che Egli vorrebbe guarirci dal nostro egocentrismo. Soltanto nell’amore verso Dio e verso il prossimo, che dobbiamo amare come noi stessi, tutti i comandamenti possono essere soddisfatti in modo salvifico: «Perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti […]. Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5,3s).

Nel passaporto che il Creatore ci consegna, la nostra identità non viene descritta come gay o qualcosa di simile, ma come ciò che siamo davvero: figli e amici di Dio. Aver spiegato proprio questo, attraverso la storia della sua vita e una profonda riflessione, è il grande merito del libro di Daniel C. Mattson. Grazie.

***

Perché non mi definisco gay. Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace – Cantagalli 2018

 

leggi un estratto del libro

Parliamo con Marcella, la “Mamma Mongolfiera”

Ven, 18/05/2018 - 16:31

di Andreas Hofer

«La mongolfiera lascia che [i figli] se la cavino senza telefonino almeno fino ai 14 anni, non li seppellisce da piccoli sotto strati di vestiti e da grandi di raccomandazioni…» La sfida è trovare la giusta distanza da tenere con i figli per lasciare che trovino la propria strada nel mondo e spicchino il volo.

Torna ad allietarci con una nuova uscita la collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio” della Berica editrice. Ci riferiamo a Mamma Mongolfiera, l’ultima fatica di Marcella Manghi, al suo terzo libro dopo Qualcosa di diverso e Via col tempo (entrambi pubblicati con la Ares). È un libro dalla scrittura semplice e dalla vena umoristica, perfettamente inserito nella tradizione della collana pensata da Giuseppe Signorin.

Ma di che parla “Mamma Mongolfiera”? Abbiamo pensato di chiederlo direttamente all’autrice, matematica e mamma di tre figli.

Un altro libro che parla di una mamma. Perché? 

Perché la mamma perfetta non esiste e non è quindi ancora stato scritto il libro che spiega come esserlo. Ci si muove tutte per approssimazione, cercando di dare il meglio di sé. E allora ogni spunto – ogni nuovo spunto che viene da un modello diverso – stimola la crescita, di noi madri intendo.  Mamma mongolfiera offre un punto di vista particolare.
Poi non sono d’accordo che parli di una mamma. Il punto di vista è quello del genitore, ma al centro del libro ci sono i figli. Con i loro litigi, le discussioni, le gelosie. La mamma si limita a cucire tutto assieme con il filo sottile dell’ironia.

E ci riesce? 

Certo. Un tratto in comune con tutte le altre mamme del mondo – chiocce, tigri, Ferragni – è il multitasking: noi madri siamo brave a fare cento cose alla volta.
“Ci sono, dammi il sussidiario che ti ascolto. Dimmi, a che pagina è la tabellina del Pascoli?”.

Sicuramente ci vuole dell’ironia per definirsi ‘mongolfiera’. A cosa si riferisce? 

Si riferisce al modo di guardare i figli. Dall’alto sì, ma una altezza che va oltre la distanza di sicurezza. Con tre figli si conoscono moltissimi genitori, e parecchi di loro sono proprio simili a degli elicotteri: gli elicotteri osservano dall’alto con la missione soprattutto di proteggere, sono pronti ad intervenire per rimuovere fatiche e ostacoli appena si presentano. Ma in questo modo tendono anche a soffocare il comportamento del figlio che rischia di sperimentare ben poca fatica o frustrazione.
Mamma Mongolfiera è l’opposto. Si affida al principio di Archimede: che la spinga su fino a un’altezza più lunga del cordone ombelicale. E’ convinta: i figli crescono anche senza l’Apache che da vicino gli copre le spalle. Quindi a un certo punto, una volta che ha dotato i figli di uno zainetto con dentro i mezzi per sfangarsela, vola su provando a lasciar loro la libertà di giocarsela.

Ma se è vero che mamma mongolfiera, ‘sale su’, non rischia di essere una madre un po’ assente? 

Assente, che parolona. A me piace di più l’espressione… ‘diversamente presente’.
Il contenuto spiegato in una sola frase molto semplice: Senza ipocrisie, è lo spaccato della vita di una madre e dei suoi figli: dura un giorno, 24 ore esatte in cui incalzano le sfide tra una madre e i tre ragazzi, dai 10 ai 15 anni.

Nella pratica quotidiana, come si traduce il comportamento di una mongolfiera rispetto a una chioccia, per esempio. 

La mongolfiera lascia che se la cavino senza telefonino almeno fino ai 14 anni, non li seppellisce da piccoli sotto strati di vestiti e da grandi di raccomandazioni, stabilisce che si preparino da soli lo zaino per le gite, cerca di non intervenire nei bisticci tra fratelli, non corre a scuola a recapitare in segreteria vocabolari dimenticate a casa, non si prende lo zaino sulle spalle all’uscita da scuola di un figlio, non gli organizza i compiti delle vacanze, non si sostituisce a lui nello svolgere gli esercizi a casa.

Qual è quindi la distanza giusta da tenere con i figli? 

Trovarla è la sfida. Ciascuno deve trovare la sua, nella consapevolezza che la spinta propulsiva, quella che fa crescere i figli è una spinta che viene dai figli stessi, e non dai genitori. Quindi i figli crescono comunque. Non crescono ‘grazie’ ai genitori, ma crescono comunque. I buoni genitori sono consapevoli di quello che possono essere per i figli, ma anche di quello che non possono essere. Esasperando il sottotitolo, si potrebbe dire che i figli crescono ‘nonostante’ la distanza che si tiene da loro.

Si parla molto della madre, molto dei figli, poco del padre. Un pensiero sulla coppia?

La coppia viene prima dei figli! In termini di tempi e priorità. Come la matita viene prima del mascara, il prezzo pieno del saldo e la gallina prima dell’uovo. E non è filosofia, ma buon senso.

“L’omofobia è uno strumento del dominio totalitario sulla mente degli altri”. Intervista esclusiva al cardinal Müller

Gio, 17/05/2018 - 00:09

di Costanza Miriano

Forse se non avete ancora aperto i giornali potete non saperlo, ma a breve ve lo diranno in tutte le salse, oggi è l’IDAHOT, acronimo delle parole inglesi che servono per dire che è la giornata internazionale contro l’omofobia e tutta quella miriade di sigle per indicare la stessa cosa. Il fuffaday. Già, perché l’omofobia non esiste – non esiste nessuna fobia, nessuna patologia. Esistono invece posizioni culturali che possono legittimamente non essere condivise, ma che hanno un ampio fondamento scientifico e una lunga storia e serie motivazioni, di chi ritiene che l’attrazione verso lo stesso sesso non sia una variante della sessualità umana. Ma siccome nessuno può imporre a nessun altro cosa pensare, l’argomento dovrebbe essere chiuso qui, senza bisogno di giornate mondiali.

Però anche l’IDAHOT a qualcosa serve: è un’ottima occasione per parlare di un libro che esce fra una settimana esatta (ma è già disponibile in ebook), un grande libro di Daniel C. Mattson che si chiama Perché non mi definisco gay, Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace, edito in Italia da Cantagalli con la prefazione del Cardinal Robert Sarah e presentato a Roma e Milano in varie date che trovate qui https://www.nonmidefiniscogay.blog/wp/

E’ innanzitutto una storia, appassionante e intima, di un uomo che ha il coraggio di mettersi davvero a nudo, senza risparmiare particolari, e di questo gli siamo davvero grati. E’ un grande servizio a chi vive storie simili alla sua, e intuisco il sacrificio che deve essere costato. E’ la storia di un bambino che si sente inferiore agli altri, a disagio, ma che non è sfiorato dall’idea di essere omosessuale, o di avere rapporti con degli uomini:

“La ragione più grande per cui rifiuto di definirmi gay è semplice: penso che non sia oggettivamente vero. Focalizzarsi sui sentimenti porta le persone lontano dalla loro realtà di figli di Dio nati maschi e femmine. Dobbiamo imparare a distinguere la nostra identità dalla nostra attrazione sessuale, dal nostro comportamento. Non è quello che “sentiamo” che deve regolare la nostra vita, altrimenti passeremmo col semaforo rosso solo perché, appunto, ce lo “sentiamo”. Esiste una oggettiva verità che ci protegge, fatta per il nostro bene”.

Vedere come questa storia si evolve è intrigante come un romanzo, e senza rovinare il gusto di leggere posso dire che il contesto culturale e le forti pressioni hanno avuto un grande peso nella storia di Daniel, e in come le ferite della sua storia personale lo hanno portato a scegliere alcune condotte per “ripararsi”. Proprio per questo segue una sezione del libro di acuta, informatissima e intelligente analisi degli strumenti della propaganda omosessualista, che si gioca innanzitutto sulla scelta delle parole – gay e omofobia sono fra queste. Infine c’è la proposta di fede, attraverso la quale si intuisce come in ogni cammino, anche quelli apparentemente davvero pesanti da percorrere, c’è la possibilità di un’intimità privilegiata con Dio.

Il grande ricatto emotivo delle persone che vivono problemi con la propria sessualità è: se non mi accetti come sono, non mi vuoi bene. Quindi sei omofobo. Il fatto che tutti dobbiamo essere accettati come siamo, però, è una delle grandi balle della contemporaneità, di questa grande palude in cui sembra che l’inconscio debba necessariamente e sempre avere libero sfogo. Per millenni l’uomo ha invece avuto in qualche modo la consapevolezza di dover fare un grande lavoro su di sé, di doversi migliorare: prima dell’anno zero questo si traduceva con l’imperativo dell’eroismo, dell’onore, del superare le colonne di Ercole. Dopo l’anno zero, grazie alla redenzione e alla verità che Cristo è venuto a portare all’uomo tutto ciò si è tradotto con “rinnega te stesso” se vuoi veramente “la gioia piena”. Amare quindi non significa mai dire “tieniti i tuoi problemi” facendo pat pat sulla spalla. Questo non è amore. Amare è accompagnare, ma nel cammino verso la verità di ciascuno, non nel nulla. Amare una persona che prova attrazione verso lo stesso sesso non significa avallare le sue convinzioni, ma stare vicini nell’amicizia e annunciargli – se ce lo chiede – la verità.

Abbiamo chiesto al Cardinal Gerhard  Ludwig Müller, prefetto emerito per la congregazione della dottrina della fede, la massima autorità quanto alla dottrina della Chiesa, qualche parola netta. Il cardinale presenterà il libro di Mattson a Roma il 25, e ci ha ricevuti a casa, fra un viaggio e l’altro.

Costanza Miriano: Vostra Eminenza, partiamo dall’attualità: domani è la giornata mondiale contro l’omofobia. Sappiamo che la parola è stata inventata in America nel 1971, ma sappiamo anche che le persone che provano attrazione verso lo stesso sesso a volte davvero vivono nella sofferenza. Noi cristiani, chiamati ad amare tutti, come dobbiamo comportarci su questo tema?

Gerhard Ludwig Müller: L’omofobia, semplicemente non esiste, è chiaramente un’invenzione, uno strumento del dominio totalitario sulla mente degli altri. Al movimento omosessualista mancano gli argomenti scientifici, per questo hanno costruito un’ideologia che vuole dominare, cercando di costruire una sua realtà. E’ lo schema marxista, secondo cui non è la realtà a costruire il pensiero, ma il pensiero che costruisce la realtà. Quindi, chi non accetta questa realtà deve essere considerato malato. Come se, tra l’altro, si potesse agire sulla malattia con la polizia o con i tribunali. D’altra parte in Unione Sovietica i cristiani venivano chiusi nei manicomi: sono i mezzi dei regimi totalitari come il nazionalsocialismo e il comunismo. Oggi in Nord Corea la stessa sorte tocca a chi non accetta il pensiero dominante.

CM: Ci sono alcuni vescovi che hanno appoggiato veglie o altre iniziative “cattoliche” contro l’omofobia. Alcuni ne conosco personalmente e sono per quello che posso capire molto aderenti alla dottrina. Perché secondo lei accettano di stare a questo gioco, perché già accettare la parola omofobia significa accogliere una certa visione ideologica?

GLM: Alcuni vescovi oggi non hanno il coraggio di dire la verità e si lasciano intimidire: non capiscono che l’omofobia è un inganno che serve a minacciare la gente. Ma noi cristiani non dobbiamo avere paura delle minacce: nei primi secoli i seguaci di Cristo venivano gettati in carcere, o fatti dilaniare dalle belve. Oggi si dilania la gente con lo psicoterrorismo, approfittando dell’ignoranza. Però da un vescovo, un sacerdote possiamo aspettarci che sia in grado di non andare dietro a queste ideologie. Noi siamo quelli che cercano, con la grazia di Dio, di amare tutte le persone, comprese quelle che provano attrazione verso lo stesso sesso, ma deve essere chiaro che amare non è obbedire alla propaganda genderista.

CM: Il libro di Mattson dedica un ampio capitolo proprio a smontare le parole della propaganda, a cominciare dal titolo: perché non mi definisco gay. Lei sarà presente alla presentazione del volume a Roma, con l’autore. Cosa ne pensa?

GLM: Mattson è un uomo che basa le sue parole sulla sua propria esperienza, e questo vale più di tutte le ideologie. La sua storia mostra anzi come queste ideologie siano forti ed esercitano una oppressione nei confronti di tutti coloro che hanno problemi con la propria sessualità. Si possono avere problemi per diverse cause, ma la realtà è che si è solo o uomo o donna. Esistono due sessi, questa è la realtà. Il resto sono interpretazioni. Papa Francesco viene molto frequentemente citato nella sua intervista rilasciata in aereo, quel famoso “chi sono io per giudicare…?”. Ma il Papa ha detto la stessa cosa che è nel Catechismo: ogni persona merita rispetto perché è a immagine di Dio, e noi non possiamo usare le persone per nessuno scopo. Ma nello stesso momento Francesco ha parlato di lobby gay. Ed è vero, purtroppo. Noi abbiamo avuto alla Congregazione per la dottrina della fede un collaboratore, si può dire pubblicamente perché lui stesso ha fatto con grande rumore outing, dicendo “io sono gay”, ma non ha mai chiesto nessun aiuto né accompagnamento. Mattson invece al contrario afferma “io non voglio definirmi gay” perché sa innanzitutto che gay è una falsa espressione che esprime disprezzo, e poi perché nonostante questo problema di attrazione verso lo stesso sesso, non è l’attrazione che definisce una persona. Una persona è sempre molto più di questo. Noi siamo creature che grazie alla redenzione abbiamo la vocazione alla vita eterna. E chi vive questa attrazione deve vivere in castità, cosa a cui sono chiamati tutti i cristiani che non vivano in un valido e vero matrimonio.

CM: Perché questo tema occupa i primi posti delle agende politiche dell’Occidente? Sembra che sia la priorità di tutti i governi?

GLM: I nostri politici in Europa devono occuparsi di tante persone che sono senza lavoro, della denatalità, delle famiglie, di tanti problemi seri, e invece si preoccupano di trasformare le nostre democrazie in sistemi totalitari. Le ideologie in sé sono violente. Come può un Parlamento stabilire cosa è vero e cosa no? Come può affermare che due più due fa cinque?

CM: Uno dei tanti passaggi interessanti del libro mette in correlazione la diffusione in massa della contraccezione e l’affermarsi della ideologia genderista. Ne approfitto per farle una domanda su un tema che mi sta molto a cuore. Lei sa meglio di me come nella Chiesa ci siano forze avverse alla Humanae Vitae, che ne chiedono una revisione. Che ne pensa? Come spiega questo fenomeno?

GLM: Lo spiego con la mondanizzazione della Chiesa: per alcuni dei pastori la Chiesa è solo materiale per fare politica, per piacere. Per loro il rispetto delle masse vale più del rispetto della Parola di Dio. Sono contro la creazione. Io paragono chi vuol rivedere HV per compiacere le masse con chi ha fatto i compromessi durante i regimi totalitari. Invece i testimoni hanno la responsabilità della verità rivelata. L’Humanae Vitae è stata profetica, tutti i pericoli che prevedeva si sono realizzati e sono entrati nella vita moderna: il nichilismo, il materialismo. Manca il senso superiore dell’esistenza umana e quindi dietro le facciate c’è il vuoto. Invece il vero piacere è ogni parola che viene dalla bocca di Dio, e se noi smettiamo di annunciare dove è il vero piacere, dove è la vera gioia, saremo responsabili dell’infelicità di tanta gente. Se i pastori non vigilano, vincono i lupi. Con i lupi non si possono fare compromessi, magari per salvare qualche pecora. Con l’illusione di non perdere qualcuno, si perde tutto il gregge. Non è questa la logica di Gesù. Lui per non perdere nessuna pecora ha sacrificato se stesso, non le pecore.

CM: I pastori che aprono alla contraccezione di solito lo fanno ribadendo che è, sì, un male, ma che in casi estremi…

GLM: Questa è solo una tecnica per aprire la strada: si fa un ragionamento solo emotivo, basato su situazioni estreme. Anche in situazioni estreme un buon pastore trova una soluzione unica e particolare per preservare l’intrinseca unità tra procreazione e sessualità. Invece il trucco di teologi e vescovi che attaccano la dottrina è di emozionalizzare… Per esempio cominciano a dire che c’è un padre di quattro figli, che ha perso il lavoro, e la moglie è malata… e allora si fa una discussione sull’onda dell’emotività e del caso singolo. Ma questo non è un modo serio di affrontare le questioni.

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