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Una “femminista” italiana ante litteram

Critica Scientifica - Ven, 25/05/2018 - 00:01

Allegoria dell’intelligenza (Cesare Dandini, 1656)

Una “femminista” italiana ante litteram

di Giorgio Masiero

Storia della prima donna al mondo titolare d’una cattedra di matematica all’università, da cui si dimise per farsi serva degli ultimi

 

Qualche giorno fa, nell’occasione del terzo centenario della nascita di Gaetana Agnesi, nominata a metà ‘700 docente di analisi matematica all’università di Bologna (Stato pontificio), mi è venuto in mente un episodio accadutomi nell’ottobre scorso. Ad una conferenza per i 500 anni dello scisma di Lutero, il relatore, uno storico di Berlino, aveva posto l’enfasi sulla parificazione tra i sessi che, a suo dire, ne era seguita nelle nazioni protestanti. Dopo la conferenza, al buffet, avvicinai il relatore e gli chiesi come mai ancora nel 1919, dopo 4 secoli dallo scisma, la geniale matematica Emmy Noether – autrice del teorema che porta il suo nome e su cui si fonda la fisica teorica moderna – si vedesse precluso in Germania l’insegnamento universitario solo per esser donna. Il relatore mi sorprese per la sua sincerità: una cosa sono le idee, un’altra il tempo necessario a farle entrare nella testa della gente. C’è stato di peggio nella patria di Lutero, aggiunse sorridendo: ancora nel secondo Dopoguerra e fino alla fine degli anni ’50, una donna non poteva lavorare nella Repubblica federale tedesca senza il permesso del padre o del marito…

Morale: quando plaudiamo i paesi anglosassoni per le lotte femminili dei secoli XIX e XX, chiediamoci anche se non siano state causate dalle posizioni più arretrate che, sui ruoli della donna, le istituzioni nordiche avevano rispetto alle nazioni mediterranee. In campo educativo per esempio, mentre già nel ‘600 Spagna e Italia ammettevano le donne alle università, la Gran Bretagna dovette aspettare il 1869; e, mentre il primo docente universitario al mondo di sesso femminile fu nel 1729 un’italiana (Laura Bassi, cattedra di fisica), ancora in un’università dello Stato pontificio, gli USA dovettero aspettare il 1866, la Francia il 1886 e la Gran Bretagna il 1919. Ma torniamo all’Agnesi.

Nata il 16 maggio 1718 a Milano, fu la prima di 21 figli d’un ricco commerciante della seta. Manifestando fin da piccola un eccezionale talento per gli studi, il padre le pagò i migliori istruttori privati, generalmente ecclesiastici, dai quali apprese a parlare latino, greco ed ebraico, oltre che l’italiano, il francese, lo spagnolo e il tedesco, allora d’obbligo per ogni fanciulla di buona famiglia. A 9 anni, Gaetana pubblicò il suo primo discorso in latino, dove perorava l’utilità che le donne accedano agli studi superiori parimenti agli uomini.

A 20 anni uscì una serie di suoi saggi di filosofia e scienze, le “Propositiones philosophicae”, con 91 tesi che la ragazza poté discutere con personaggi di spicco della cultura europea dell’epoca, appositamente invitati dal padre nel suo palazzo. Un linguista francese riferisce così una serata estiva del 1739: “Fui condotto in una grande e bellissima sala, dove trovai una trentina di persone provenienti da tutti i paesi d’Europa seduti in disposizione circolare, con al centro mademoiselle Agnesi e la sorellina più piccola sedute in un divano … Il conte Belloni che mi accompagnava cominciò rivolgendosi alla giovane con un fine discorso, in un latino che tutti potevamo comprendere. Mademoiselle gli rispose a modo, dopo di che iniziarono una discussione sempre in latino sull’origine delle fontane e sulle cause del flusso e riflusso che si osserva talvolta in esse, simile alle maree del mare. Ella parlava sull’argomento come un angelo, non ho mai udito voce così piacevole… È molto affezionata alla fisica di Newton ed è meraviglioso vedere una personcina della sua età così preparata in temi tanto astratti. Sono stato ammaliato dal suo insegnamento, ma forse ancor più dall’udir parlare latino con tanta purezza, facilità e accuratezza”.

Può risultare sgradevole ai nostri palati che un padre esibisca i talenti della figlia come ad un circo, ma questi spettacoli erano comuni all’epoca. Lo stesso faceva per esempio il padre di Mozart portando il piccolo Wolfgang in giro per l’Europa, da una corte all’altra. Gaetana agiva in totale obbedienza ai desideri del padre, ma (a differenza di Mozart) non si divertiva affatto, come ebbe a riferire un altro invitato alle serate milanesi: “Mi confessò di dispiacersi che gli inviti del padre prendessero infine la forma di discussioni di tesi scientifiche, cui lei doveva intervenire e nelle quali per ogni persona che si divertiva ce n’erano venti che si annoiavano a morte … Avrebbe voluto entrare in convento”.

E venne il giorno in cui Gaetana chiese davvero al padre di farsi suora. Spaventato, egli la pregò di cambiare idea. Lei gli contropropose che avrebbe continuato a stare in casa a tre condizioni: di poter andare in chiesa ogni volta che l’avesse desiderato, di vestirsi semplicemente e umilmente, di poter rinunciare a balli, teatri ed ogni altro tipo di divertimento mondano.

Da allora, concentrò i suoi studi su due materie: la teologia e la matematica. Per quanto riguarda la seconda, cominciò scrivendo un commento ad un famoso trattato di de L’Hôpital sulle coniche, ma rinunciò a pubblicarlo: si era resa conto che non si possono raggiungere grandi risultati in una disciplina rigorosa senza un’istruzione appropriata. Fortuna volle che un monaco, tal Ramiro Rampinelli, professore di matematica in vari atenei italiani, capitasse a Milano. Col suo aiuto, Gaetana divenne un’esperta di analisi, allora la frontiera più avanzata della matematica, in rapido e disordinato sviluppo. Nella prefazione del suo libro più famoso “Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana”, avrebbe così ringraziato il suo mentore: “Con tutto lo studio ch’io mi sono sforzata di fare da me medesima, sostenuta dalla più forte inclinazione per quella scienza, mi troverei tuttavia intricata nel gran labirinto d’insuperabili difficoltà, se tratta non me n’avesse la sicura guida e saggia direzione del dottissimo Padre Don Ramiro Rampinelli Monaco Olivetano, ora Prorettore di Matematica nella Regia Università di Pavia, a cui mi riconosco altamente debitrice di tutti que’ progetti (quali essi sieno) de’ quali è stato capace il mio picciol talento”.

 

In alto a sinistra, ritratto di Gaetana Agnesi. In basso, una figura tratta dalla prima edizione italiana del suo trattato di analisi matematica, dove è tracciata la famosa versiera di Agnesi. A destra, la prima pagina di un’edizione inglese del 1801 del trattato, in 4 volumi

Le “Istituzioni” sono un testo in italiano di calcolo differenziale, scritto per insegnare agli studenti questa branca della matematica. Nella prefazione l’autrice scrive di aver tentato di presentare la materia con “la dovuta chiarezza e semplicità, omettendo tutto il superfluo, senza lasciare cosa alcuna che esser possa utile o necessaria, e che proceda con quell’ordine naturale, in cui forse consiste la migliore istruzione, ed il maggior lume”.

Col denaro del padre, dispose per la stampa in casa propria, così potendo direttamente supervisionare a tutte le fasi di pubblicazione del libro. Per conseguire il massimo rigore e l’ultimo update nella materia trattata, si avvalse del consiglio d’uno dei più grandi matematici dell’epoca, il veneziano Jacopo Riccati, che accettò di controllare le bozze e le fornì alcuni utili suggerimenti. Il progetto dell’Agnesi si sviluppò infine su due volumi. Il primo uscì nel 1748, mentre l’autrice continuava la corrispondenza con Riccati sul materiale da inserire nel secondo volume l’anno seguente.

Il libro diede all’Agnesi fama in tutta Europa. Così ad esempio si espresse l’Académie des Sciences di Parigi: “Devono esserci voluti molto ingegno e preparazione per ridurre, come è stato fatto, secondo metodi uniformi tutte le diverse scoperte distribuite nei lavori dei matematici moderni e presentate spesso in forme diverse l’uno dall’altro. Ordine, chiarezza e precisione regnano in ogni parte di questo lavoro … che va considerato come il più completo ed il miglior trattato di analisi matematica mai fatto”. Il lavoro dell’Agnesi divenne il testo didattico di riferimento adottato nelle università europee fino a metà ‘800, allorché intervenne una rifondazione secondo gli standard moderni dell’analisi matematica, a partire dai concetti di numero reale, limite, infinitesimo, ecc., per merito di Cauchy, Dedekind ed altri.

Quello dell’Agnesi non fu solo un grande testo didattico: il libro contiene un’originale e completa descrizione delle proprietà di un’importante curva cubica, la “versiera di Agnesi”, così da essere anche un’opera scientificamente rilevante. Versiera è il termine latino per la scotta legata ad un’estremità della vela utilizzata nelle virate: per somiglianza di forma, la curva di Agnesi fu così chiamata dai matematici fin dalla sua scoperta. Il traduttore inglese confuse nel testo italiano la versiera con l’aversiera (diavolessa), tradusse “witch” (strega) e nella letteratura scientifica di tutto il mondo la curva è da allora chiamata witch of Agnesi. La curva di Agnesi ha avuto importanti applicazioni tecnologiche ai nostri giorni, in fisica atomica, in ingegneria e in medicina (raggi X).

Dopo l’apparizione del libro, il papa Benedetto XIV scrisse all’autrice dicendole di apprezzare la matematica per averla studiata da giovane, che lei avrebbe portato ancora più onore all’Italia con un incarico istituzionale e che l’Accademia di Bologna – il principale istituto scientifico allora dello Stato pontificio – avrebbe tratto beneficio dalla sua collaborazione. Le proponeva perciò di diventare lettrice onoraria di matematica nell’università di quella città. Poco dopo, la Agnesi fu avvicinata dal rettore e da altri tre professori bolognesi che le proposero ufficialmente la cattedra di matematica. Pur restia, accettò per rispetto al padre ed insegnò matematica in quell’ateneo per tre anni, senza trascurare lo studio della teologia e, soprattutto, le opere di carità cui teneva prima di tutto.

Nel 1755, alla morte del padre, si ritirò dall’insegnamento per dedicarsi completamente alla cura dei poveri e dei malati da un lato, e dall’altro agli studi teologici e all’istruzione dei fratelli, delle sorelle e dei domestici di casa. Trasformò la sua casa in un rifugio per inferme e divenne ella stessa serva e infermiera. Quando la casa non bastò più, vendette tutti i suoi beni ed aprì un piccolo ospedale, dove andò a vivere con le malate. Nel 1771, grazie ad una donazione del principe Antonio Trivulzi, fu costruito a Milano un ospedale più grande per gli indigenti, il Pio Albergo Trivulzio (sì, quello che ai nostri tempi avrebbe dato avvio in Italia ai processi di Tangentopoli…). In questo ospedale Agnesi lavorò per 26 anni, fino alla morte intervenuta nel 1799.

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Non è più Occidente

Berlicche - Gio, 24/05/2018 - 18:25

Non sono d’accordo con chi identifica l’Occidente con la separazione tra Stato e Chiesa, con una civiltà “laica” caratterizzata dalla distanza fra la politica e la religione. Se guardo alla storia e alla geografia posso vedere come questa definizione non stia in piedi. Ci sono stati imperatori cinesi meno intrusivi in materia religiosa di certi presidenti; e non mi pare che la Regina d’Inghilterra, a capo della confessione anglicana, regni in un paese non occidentale. La rivoluzione francese, con la sua dea ragione, è stata antioccidentale?

Possiamo anche identificare l’occidente con la democrazia, con i diritti umani, con il libero mercato. Sono questi i tesori delle nostre terre, ciò che le costituisce, la loro anima più vera? Sono questi i nuovi dei che le proteggono? Sono loro che ci rendono felici?

Ma, prima ancora, ci dobbiamo domandare cosa sia questo inafferrabile Occidente. Esiste davvero, o è solo un’idea confusa di quella che identifichiamo con la nostra civiltà? Cosa accomuna Praga e Londra, Parigi e Messina, l’America coast to coast? I nostri anni dieci e gli anni dieci del secolo scorso, e di quello ancora prima?

Tutte le idee che ho elencato fanno parte dell’occidente, ma non sono l’Occidente. Sono le conseguenze di un particolare evento che noi cristiani indichiamo come l’Incarnazione. Come se l’irrompere di Cristo nel mondo li avesse rivelati, li avesse indicati come aspetti possibili e gradevoli del vero. No, non sono il vero. Sono parte del vero. Sono scoperte del vero, sue declinazioni rese evidenti da una visione del mondo cristiana. Sono, in altre parole, L’annuncio di Cristo che si è fatto cultura. Quella cultura che rifiuta lo schiavismo, che vede gli uomini come fratelli, che dà a Cesare quello che è di Cesare.

Il guaio è che si è pensato bastasse. Che, dopo che ci ha dato tutte queste cose belle e giuste il cristianesimo non servisse più. Che si possa essere fratelli anche senza. Si è ridotto Cristo ad uno schema, a qualcosa che non c’entra con la vita. La fede la si è data dapprima per scontata, poi per inutile, ora si asserisce sia dannosa. E’ per questo che l’Occidente sta morendo.

L’occidente è il cristianesimo che si fa cultura, abbiamo detto, e tuttavia il cristianesimo è molto più grande dell’Occidente. L’occidente che si crede autosufficiente, orgoglioso del suo essere e delle sue scoperte è un fantasma, è un’idea incompiuta, è come chi si ferma sul pianerottolo asserendo di avere raggiunto il cielo. Non credo che, qualunque sia l’aspetto di questo spettro, possa sussistere senza il cristianesimo. Non senza diventare altro da quella idea che ne abbiamo.

Domani l’Occidente diventerà altro, come è diventato costantemente altro nel corso di tutta la sua. Il suo punto cardinale sarà ancora occidente? O punterà piuttosto verso il basso?

Ciò dipenderà da se resterà fedele, in qualche maniera, a quella sua radice costitutiva.
Se non lo sarà, sappiamo cosa fanno le radici la cui pianta sia stata tagliata. Rinascono altrove.

Repellenti

Berlicche - Gio, 24/05/2018 - 01:30

Con ogni probabilità non lo sapete, a meno che non abbiate dei canali di informazione un poco più ampi dei tradizionali media italiani, ma questo venerdì 25 maggio si terrà in Irlanda un referendum importantissimo. Si tratta di decidere se verrà abrogato l’ottavo emendamento della Costituzione irlandese, ovvero quello che equipara la vita della madre a quella del suo bambino non nato. Gli irlandesi dovranno decidere se introdurre la possibilità dell’aborto senza limiti nella loro nazione. “Repel the 8th”.

Già. L’Irlanda è una di quelle poche nazioni che nell’ultimo mezzo secolo non si sono dotate di strumenti legislativi per eliminare le vite umane quando sono ancora nel grembo materno. A suo tempo questo emendamento passò con una maggioranza schiacciante. Che arretrati.

I sondaggi dicono che vincerà il sì all’abrogazione, ma non sarebbe la prima volta che questi sbagliano. Anche perché quella che sembrava una passeggiata trionfale per i fans di Erode appare oggi sempre più a rischio. Il margine di vantaggio dei sì si è assottigliato settimana dopo settimana.
Complice il fatto che i soliti motivi per l’introduzione dell’aborto, che hanno funzionato così bene altrove, ormai appaiono sempre più logori. Mortalità a causa della gravidanza? L’Irlanda ce l’ha tra le più basse d’Europa, molto minore dei paesi dove l’interruzione di gravidanza è praticata. Favorirebbe l’emanicipazione della donna? Allontanerebbe la povertà? Le statistiche dimostrano ampiamente il contrario. Chiunque abbia potuto vedere un’ecografia o un’altra immagine del bambino nel ventre della madre non può negarne l’umanità, e la scienza ora ne sa molto di più di quanto sente, di quanto soffre, di quanto mamma e figlio siano legati.

Ma quanto di questo giunge a conoscenza del cittadino? I grandi media sono tutti schierati per “repel the 8th”. La campagna pubblicitaria può contare su ingenti finanziamenti da parte di “amici interessati”: tanto per dirne una, Amnesty International ha ricevuto allo scopo 150.000 dollari da Soros: illegale, ma si sono rifiutati di restituirli. Con una mossa senza precedenti, Google e Facebook hanno deciso di rifiutare qualsiasi campagna pro o contro referendum; dato lo schieramento mediatico in campo, equivale a colpire quasi esclusivemante coloro che si battono per il mantenimento dell’emendamento.

In questi mesi di campagna, che ho seguito indirettamente, non si contano gli abusi , le intimidazioni, le blasfemie, le eclatanti menzogne messe in campo dai partigiani dell’aborto. Mette tristezza che tante persone si battano con simile maligna determinazione per la morte. Difficile distinguere se per denaro, per motivi libertini o eugenetici, per odio verso la Chiesa. Per pura e semplice ignoranza del vero. Tra tre giorni sapremo se in Irlanda esite ancora un popolo, o il potere avrà vinto un’altra battaglia sella sua strada verso il nulla.

Il valore del senza valore

Berlicche - Mar, 22/05/2018 - 23:58

I grandi valori laici sono assoluti solo fino a quando conviene.

La democrazia è magnifica finché vince la propria parte. In caso contrario è da ripensare.
Le leggi sono intoccabili solo se ci piacciono, altrimenti si dia spazio ai giudici creativi.
I diritti umani sono riservati agli amici. Se si nega che qualcuno sia umano, tutto diventa lecito.
Viva la libertà, anche quella degli altri, purché se ne stia ben lontana dai miei interessi.

Se un valore non vale che in determinate circostanze significa che non è qualcosa di fondamentale. E’ qualcosa di altro, è qualcun altro che gli dà significato.
O quel Qualcuno è un assoluto, Dio, o è un coglione come me e te che si atteggia a dio.
“Io sono dio, voi non siete niente”, per parafrasare. Il vecchio peccato originale ritorna.

Verremo cacciati anche dai nostri piccoli, patetici paradisi. Non da angeli, ma ciò che è reale.

Che cosa succede quando dimentichiamo il significato dei termini?

Critica Scientifica - Mar, 22/05/2018 - 23:25

 

(un esercizio di logica applicata al concetto di “accanimento terapeutico”)

Alessandro Benigni

Prima di addentrarci nella struttura logica dell’argomento, una breve premessa.

La nota, dolorosissima vicenda-incubo del piccolo Alfie Evans ha dimostrato molte cose.

Ne sottolineo almeno due:

1) un piccolo-mondo, nel-mondo, si è finalmente ribellato

E ben oltre i tweet o i messaggi di protesta sui social. Con le motivazioni più diverse, che per ora non c’interessano, ma tant’è: dopotutto s’è vista quella sollevazione popolare che non c’è stata con Charlie Gard o Isaiah Haastrup (vedi qui Da Charlie a Isaiah, i precedenti del caso Alfie).

Tanto da dover schierare la polizia intorno all’Ospedale in cui il bambino era tenuto sequestrato.

L’immagine è altamente significativa: la folla è a protezione del bambino e vuole la sua vita, la polizia è a protezione dell’Ospedale che vuole la sua morte. Si capisce bene: c’è un piccolo-mondo che è disposto a fare un passo avanti. Qualcuno non ne può più di vedere questi bambini ammazzati come i cavalli (a proposito: qui un bel pezzo di Caterina Giojelli). C’è quindi un sentire comune che ancora non si lascia irretire dal pensiero unico oggi dominante.
Ma c’è anche un’altra questione:

2) l’incredibile vicenda ha definitivamente messo a nudo le altrettanto incredibili amnesie del mondo cattolico sul tema

Questo ci aiuta ad avvicinarci all’analisi logica del concetto di “accanimento terapeutico” (e dei correlati concetti di “best interest” ed “eutanasia”, spacciati per atti di compassione per i malati gravi e gravissimi). Eh sì: scivoloni logici anche nel mondo cattolico. Perché era certamente logico e prevedibile aspettarsi fin nei dettagli più brutali quello che è poi successo, con le giustificazioni più assurde dei giudici, la complicità dei medici – imbarbariti da un’ideologia che li ha trasformati in boia -, la mancata obiezione di coscienza di un intero ospedale, la complicità della polizia ed il plauso indegno dei radical chic di tutto il pianeta (a proposito, ciao Tom Wolf!), ormai alle prese con un un mega-corto-circuito logico che nessuno (di loro) sa disinnescare e che presto verrà a scoppiare nelle mani dell’ultimo sfigato di turno (Jacques Attali è troppo intelligente per cascarci: c’è da scommettere che al momento opportuno si smarcherà dai suoi nipotini).

Jacques Attaliche ne pensa il grande teorico dell’eutanasia?

Era logico e prevedibile, dicevo, che gli ideologi della tanatologia applicata sostenessero l’omicidio preannunciato, spacciandolo per “best interest” del paziente.

Forse un po’ meno logico e prevedibile era invece aspettarsi certe sorprendenti piroette del mondo cattolico, che da più parti è arrivato allo stesso slittamento semantico che hanno abilmente adoperato i mortiferi per ottenere il loro risultato: convincerci della bontà di tutto, dopo aver condotto un’abile manomissione delle parole (per usare l’azzeccata espressione di Carofiglio).

Anche i cattolici, insomma, confusi, piegati al politicamente corretto, incapaci di dar conto del minimo legame tra parole e circostante.

La domanda è quindi: che cosa succede quando dimentichiamo il significato dei termini?

Non mi sembra una domanda ninnolona: siamo davvero sicuri che le cose funzionino anche se le chiamiamo con nomi diversi?

Porterò solo un breve esempio indicativo, proprio in riferimento al caso Alphie Evans, mostrando come il piano inclinato (che in logica è sì una pessima fallacia, ma nel mondo sociale va alla grande) ci abbia portati fino al punto di non riconoscere più la differenza tra accanimento terapeutico e cura.

Diamo per scontato che anche il lettore più radical accetti l’idea che chiunque ha diritto alla cura e che esiste una differenza sostanziale tra cura e guarigione e prendiamo le parole da una riflessione di Elio Sgreccia (che sia anche Cardinale è qui dettaglio trascurabile: si tratta pur sempre di un bioeticista di fama internazionale ed autore, tra i tanti volumi, del conosciuto Manuale di bioetica. Fondamenti ed etica biomedica, Editrice Vita e Pensiero, Milano 2007):

L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da una male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore” (Card. Elio Sgreccia, Il diritto di accompagnare fino alla fine, in Contro Corrente, vol. 4 CroceVia Edizioni).

Insomma: ad ognuno va riconosciuto il diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia stessa che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato, a prescindere dal fatto che possa essere guarito.

E proprio da questo si comprende che cos’è – o cosa dovrebbe essere – ciò che noi chiamiamo “accanimento terapeutico”: in generale, una pervicace pratica di trattamenti medici di comprovata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica (Cfr. Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana, Comitato Nazionale per la Bioetica, 1996. – P. Cattorini, Bioetica: metodo ed elementi di base per affrontare problemi clinici, Milano, Masson Ed., 1996, p. 53: «[L’accanimento terapeutico è una] ostinata rincorsa verso risultati parziali a scapito del bene complessivo del malato».

Anche per la Chiesa Cattolica le cose stanno sostanzialmente allo stesso modo:

«L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente».

(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2278, vedi anche qui)

Ora, proprio in riferimento alla vicenda Alfie Evans (ma anche Charlie Gard o Isaiah Haastrup e chissà quanti altri di cui non si ha notizia), il punto è che per “accanimento terapeutico” s’è voluto intendere anche idratazione, nutrizione e respirazione assistita.

In altre parole: date le condizioni dei piccoli pazienti, i medici hanno ritenuto che il dare loro acqua, nutrimento ed aria da respirare sia una forma di terapia ovvero, per riportare quanto sopra evidenziato, una “pervicace pratica di trattamenti medici di comprovata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica”.

Metto tra parentesi per un attimo il fiume di considerazioni filosofiche, banali e meno banali, che sulla questione potremmo subito innescare.

Ricordo invece che anche alcuni cattolici (!) concordano sostanzialmente con questa posizione (sia pure con sfumature: spiegherò poi perché irrilevanti se non contraddittorie): acqua, nutrimento e ossigeno sono (sarebbero) “terapie”.

Ricordo anche che per terapia (dal gr. ϑεραπεία) s’intende ciò che viene messo in atto per curare una malattia: “attuazione concreta dei mezzi e dei metodi per combattere le malattie”, recita l’Enciclopedia medica Treccani.

Mentre il lettore si chiede quali malattie vengano mai curate con nutrizione, idratazione e ventilazione assistita (ma non è una novità, perché se ci si pensa bene anche gli aborti – che pure vengono praticati negli ospedali – non curano nessuna malattia, a meno di non voler considerare una malattia la gravidanza), andiamo a controllare un caso paradigmatico.

Su Ethics & Medics, del cattolico National Catholic Bioethics Quarterly, il professor John Skalko (un tomista!) ha sostenuto che la ventilazione meccanica può in alcuni casi estremi essere considerata un mezzo sproporzionato, e quindi non obbligatorio, di cura del paziente (in altre parole: far respirare un paziente può essere considerato “accanimento terapeutico”); in particolare, essa si distinguerebbe in maniera moralmente rilevante dalla nutrizione e idratazione artificiali, ad anche dal sostegno con ossigeno fornito tramite mascherina, per il fatto che la ventilazione assistita non si limita a fornire una risorsa necessaria per la vita, ma forza una funzione biologica (la ventilazione, appunto) che altrimenti non sarebbe effettuata, quindi può certamente definirsi terapia, ed il fatto che non “ha per fine la guarigione” (cit.) non le impedisce di essere definita così. (Cfr. Differentiating ANH and the Vent)

In modo sorprendente lo stesso professor John Skalko riconosce che “cibo e acqua non sono medicine. Il fine o lo scopo della medicina differisce dalla fine o dalla finalità del cibo e dell’acqua. La medicina è ordinata verso il ripristino della salute, mentre cibo e acqua sono ordinati alla conservazione di base della vita. […] Se i mezzi artificiali rendono qualcosa un atto medico, allora l’alimentazione del cucchiaio è un atto medico, perché i cucchiai sono artificiali. […] L’inserimento iniziale del tubo di alimentazione è un atto medico. Ma questo significa che l’ANH [artificial nutrition and hydration] è un atto medico in atto una volta inserito il tubo di alimentazione? No, perché il semplice inserimento di cibo e acqua nel tubo di alimentazione non è un atto medico. La fine di ANH non è correggere un difetto ma piuttosto nutrire e idratare il paziente”. E di seguito: “Come il cibo e l’acqua, l’ossigeno in sé non è una medicina. Tuttavia, la ventilazione meccanica o l’uso di […] (un polmone artificiale) è un atto medico. La ventilazione meccanica assistita aiuta i polmoni a respirare in senso ventilatorio o respiratorio. […] E in entrambi i casi è sufficiente per definirla un atto medico, [per cui affermare che]la ventilazione potrebbe essere essa stessa causa della sofferenza e che stava producendo solo una scarsa “qualità della vita” (cioè lo stato di salute e benessere) costituiscono insieme un argomento su se questo particolare trattamento è utile. Altri potrebbero discutere con la conclusione, ma questo modo di ragionare è eticamente difendibile”.

Bello, come artificio sofistico, vero? Ma non credo ci sia bisogno di un filosofo analitico per mostrare l’evidente debolezza di questa tesi, secondo la quale la ventilazione assistita forza il paziente a respirare, mentre l’idratazione o la nutrizione assistite (che pure funzionano perché ci sono strumenti tecnici e particolari preparati che letteralmente invadono il corpo del paziente, introducendo sostanze in modo altrettanto forzato) non sarebbero (per ora, visto che abbiamo già visto come funziona il piano inclinato) da intendersi come “forzature inutili”. Anche nutrizione e idratazione, senza macchine che forzano il corpo del paziente a ricevere nutrimento e acqua, non sarebbero possibili.

E’ questo il punto – credo – in cui dobbiamo chiederci che cosa s’intende per “forzatura inutile” o meglio per “accanimento terapeutico”. Questa prima domanda ci pone di fronte ad un’operazione preliminare che riprende l’interrogativo iniziale ed in generale riguarda sempre argomenti ed argomentazioni: che cosa intendiamo indicare con i termini o con le espressioni linguistiche che utilizziamo?

Si tratta di un passaggio fondamentale, pena l’inutilità o addirittura la pericolosità di ogni discorso, dal più banale al più complesso.

Abbiamo già riferito qui sopra che cosa s’intende (oggi) per “accanimento terapeutico”, e nell’addentrarci un po’ più a fondo nella questione, qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un argomento terribilmente tecnico, riservato ai soli medici o ai bioeticisti di professione. Ma le cose non stanno così. Perché i medici non possono imporci un’etica, quale che essa sia, né possono farlo i bioeticisti (le cui opinioni peraltro sono spesso contrapposte se non contraddittorie, controverse e controvertibili) né d’altra parte possono farlo i giudici (come sempre più spesso invece sta accadendo e a cui viene oggi lasciato uno spazio di manovra tale da interpretare le leggi come meglio credono, dando luogo a precedenti che de facto vanno a costruire l’etica socialmente condivisa più di mille trattati).

Ma il punto è che se non abbiamo idee chiare su questo argomento ne deriva che le proposte di legge relative non verranno comprese (né da noi né dai nostri rappresentanti in Parlamento) sia nel loro significato evidente che in quello più nascosto, quindi nelle loro conseguenze: anche le più drammatiche.

Lo svolgimento dell’argomentino è tutto fondato sulla sequenza diretta del modus ponendo ponens:

[(P→Q)∧P→Q ovvero: “se A, allora B; ma A; quindi B”. Per esempio “se è giorno, allora c’è luce; ma è giorno; quindi c’è luce”).

E’ una sequenza logica corretta, che però scivola via come una ghigliottina. Una volta accettate le premesse (in questo caso termini che non rispondono alla realtà), le conseguenze saranno inevitabili.

Quello di cui molti, oggi, si dimenticano (compresi professori e studiosi affermati) è che si può avere un ragionamento logicamente corretto e rigoroso, i cui contenuti siano falsi. Lo si vede chiarissimamente nel sillogismo aristotelico (detto “di prima figura”):

a) Tutti gli esseri umani sono pazzi

b) Il professore di filosofia è un essere umano

______________________________

c) Il professore di filosofia è pazzo

Il ragionamento è formalmente corretto, ma solo se le premesse a) e b) sono vere, la conclusione c) è senz’altro vera.

Dal che si potrebbe parafrasare:

a) Tutte le terapie mediche possono essere accanimento terapeutico

b) La ventilazione assistita è una terapia medica

______________________________

c) La ventilazione assistita può essere accanimento terapeutico

Oppure, per il modus ponens:

Se la ventilazione assistita è terapia medica, allora può essere accanimento terapeutico.

Ma la ventilazione assistita è terapia medica, dunque può essere accanimento terapeutico.

E certamente, se le cose stanno in questo modo, allora hanno ragione gli inglesi che, come ci ricorda Benedetta Frigerio, con il loro LCP hanno costretto a morire per fame e per sete di 200 mila persone l’anno, di cui 40 mila private di cibo e acqua ad insaputa dei loro parenti (“LCP” è un acronimo di “Liverpool Care Pathway”, il protocollo di accompagnamento alla morte sviluppato a fine anni ’90 nel Regno Unito per il presunto “miglior interesse” del paziente in cui chi poteva presumibilmente morire entro un anno veniva inserito in un elenco chiamato “death list“: gli ospedali ricevevano denaro in base al numero di pazienti in lista).

Peccato che le cose, a ben vedere, non stiano affatto così.

Per il Modus Tollens («se P allora Q; non Q, allora non P»), abbiamo infatti che:

Se idratazione nutrizione e ventilazione sono terapie allora hanno come fine la guarigione (Se P allora Q)

Idratazione nutrizione e ventilazione non hanno come fine la guarigione (¬ Q)

Allora non sono terapie (¬ P)

Ma se non sono terapie, come si può parlare di “accanimento terapeutico”?

Fermiamoci un attimo. La ventilazione ha come scopo far respirare il paziente, mantenerlo in vita: non guarirlo da una malattia. La ventilazione, l’idratazione e la nutrizione assistite non combattono alcuna patologia: negare aria, idratazione e nutrimento non significa negare terapie, ma ciò che serve a chiunque per vivere, non necessariamente malati. Anche gli esseri umani perfettamente sani devono infatti nutrirsi, bere, respirare, e non importa se in modo autonomo o meno: per esempio un bambino nel ventre della madre, perfettamente sano, beve, si nutre e respira solo grazie alla madre. Altrimenti morirebbe. Lo stesso un anziano, perfettamente sano, potrebbe non essere in grado di nutrirsi da solo o di respirare agevolmente: e quindi?

Che si fa?

Il punto nodale, che deve emergere in tutta la sua follia, è la confusione tra atto di pietà e omicidio, che è il suo esatto opposto.

Negare i supporti vitali (acqua, aria, nutrimento) non è l’equivalente logico di evitare cure pesantissime dagli effetti improbabili. Togliendo i supporti vitali, non facciamo un atto di pietà: uccidiamo un essere umano.

Il fatto è che le definizioni di “accanimento terapeutico”, di “best interest” ed “eutanasia” hanno mostrato degli slittamenti semantici impressionanti, tali da rendere socialmente accettabile un significato che per questi termini è per lo meno contraddittorio. Per cui oggi in troppi sono predisposti a confondere il doveroso atto di pietà (evitare cure strazianti dagli esiti incerti, mantenendo solo le cure palliative per eliminare il dolore, fino al compimento naturale della vita), con la violenza brutale dell’omicidio, tecnicamente premeditato.

Nè sembra molto diffusa la consapevolezza dei paradossi e dei corto-circuiti logici che simili posizioni comportano.

Per esempio: se le cose stanno così perché mai sottoporre il paziente ad una lunga agonia? Senza ossigeno (ma anche senza nutrimento e senza idratazione) la morte non è immediata. A questo punto non sarebbe meglio, a rigor di logica, un’iniezione letale? E’ infatti proprio questo – a quanto sembra – ciò che hanno fatto al piccolo Alfie: tolta la respirazione assistita il bambino ha respirato comunque per oltre una sessantina di ore. Quindi, stando alle testimonianze che abbiamo letto, al bambino è stata praticata un’iniezione e poco dopo è morto.

Seguendo solo la logica formale ma dimenticandosi della realtà delle cose, è questo quello che succede.

Sarebbe poi interessante – se il discorso non ci portasse troppo lontano – aprire qui una parentesi sui motivi di quell’ignoranza logica ed ontologica che sta di fatto allargando sempre più è sempre più velocemente le tipologie di condizioni definite “senza speranza”: condizione essenziale per poter stra-parlare “a-priori” di “best interest”, di “accanimento terapeutico” e di “eutanasia” (ne avevo già discusso qui).

Posto che la storia della medicina abbia contato diverse guarigioni tanto inaspettate quanto inspiegabili, quando, esattamente, siamo autorizzati a definire determinate condizioni “senza speranze”?

Sono dunque questi continui e martellanti slittamenti semantici misti a confusioni concettuali a rendere possibile la promozione dell’eutanasia come supremo atto di libertà, quando questo è logicamente impossibile: non solo con l’eutanasia la coscienza del medico viene infatti obbligata da quella del paziente (e viceversa: non è già questo un paradosso?) ma poi come conoscere quali sono le “ultime” volontà di ciascuno? Si può sempre cambiare idea, no? Anche un istante prima dell’esecuzione è possibile voler vivere, anziché morire. Come distinguere in questo caso il suicidio dall’omicidio? E la criticità logica mina l’espressione “best interest”, surrettiziamente legata allo pseudo concetto di “qualità della vita”: quell’arrogante forma di violenza di chi pensa di poter decidere – per la vita degli altri – quali siano i limiti entro i quali un’esistenza valga la pena di essere vissuta. Anche questa concezione dà luogo ad un doppio paradosso logico: le condizioni del paziente sono per definizione sempre mutevoli – il paziente può peggiorare fino alla morte, certo, ma anche restare stazionario o addirittura migliorare e perfino guarire – ed è impossibile stabilire “a priori” in modo certo l’esito di una malattia, come la storia della scienza medica, tappezzata di guarigioni inspiegabili, ci ricorda puntualmente. Ma lo slogan del “best interest” si presta anche all’applicazione della legge della dicotomia: i limiti che dovrebbero definire con precisione quelle condizioni tali per cui la vita (di qualcun altro) “non è degna di essere vissuta” sono per loro natura labili, fumosi ed imprecisi e si prestano a una discrezionalità inaccettabile – soprattutto tenendo conto che si parla della vita umana altrui.

Un semplice esempio (Gedankenexperiment) potrà chiarirci ulteriormente le idee: poniamo – in data 27 settembre 2021 – che il paziente A sia in coma irreversibile (ritenuto tale) e per di più affetto da tumore ritenuto inguaribile (diagnosticato come tale), per il quale si prevedono sei mesi di vita. Perché aspettare il 28 settembre? E d’altra parte: qualsiasi data venga stabilita per staccare i macchinari, perché non dieci minuti prima o non dopo? E così via, avanti o indietro, fino a far emergere quanto sia assurdo porre fine alla vita di un malato in questo modo. Ma ancora: come si può misurare – esattamente – la gravità di una malattia? Come stabilire dei limiti oggettivi? Dati il paziente A e B, nelle stesse condizioni di incoscienza e poniamo con lo stesso tipo di tumore ritenuto inguaribile, come si potrà stabilire la stessa prognosi, posto che A e B sono individui diversi (magari per età, sess, storia clinica, condizioni fisiche, etc.)?

Sono solo esempi, ovviamente. Ma sarebbe molto interessante, a partire da questi casi ideali, provare a tracciare un po’ di conseguenze logiche.

Dato invece lo spazio a disposizione, ora proveremo solo a controllare la tenuta minima, dal punto di vista logico e ontologico, del concetto di “accanimento terapeutico”. A questo proposito il problema è capire se idratazione nutrimento e respirazione forzati siano meno forma di “trattamento terapeutico”.

Non si tratta di una questione circoscritta all’incredibile fine dei bambini inglesi. La cosa ci riguarda tutti da vicino, in quanto l’italianissima legge sulle DAT (“Disposizioni anticipate di trattamento”, comunemente definite “testamento biologico” o “biotestamento”, regolamentate dall’art. 4 della Legge 219 del 22 dicembre 2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018) basandosi proprio sullo slittamento semantico di “accanimento terapeutico” ha introdotto di fatto anche da noi l’eutanasia passiva (sulla differenza tra eutanasia attiva e passiva e sul paradosso della “libera scelta” ho già scritto qui).

Dovrebbe quindi riflettere attentamente chi crede che la legislazione inglese abbia consentito “un omicidio” che da noi sarebbe impossibile compiere, restando perfettamente nei limiti della legge. Le DAT di fatto consentono di interrompere idratazione, nutrizione e ventilazione assistita (definite maliziosamente “trattamenti sanitari”), equiparandole a “terapie mediche”, anche contro la volontà del paziente (o di chi ne fa le veci).

Vediamo:

Art. 1 comma 5: “Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.”
Art. 1 comma 6: “Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali.” 


Art. 2 comma 2: “Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati.”

Art 4 comma 5: “Fermo restando quanto previsto dal comma 6 dell’articolo 1, il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente […]”.

La domanda è: i “trattamenti sanitari” sono l’equivalente logico ed ontologico delle “terapie”? A parte l’evidenza della “Finestra di Overton” in azione anche qui, come altrove ho segnalato, se così stanno le cose dovremmo essere in grado di indicare con esattezza (per la definizione di “terapia” ricordata più sopra) che cosa si guarisce, quale malattia viene curata con idratazione, alimentazione e ventilazione assistita.

Ovvero: da cosa ci guariscono aria, acqua e cibo?

Da questa domanda risulta chiaro che lo scopo di considerare “trattamenti sanitari” la respirazione, la nutrizione e l’idratazione artificiale, è quello di equipararli sostanzialmente alle “terapie”, cioè quelle pratiche terapeutiche che hanno il compito di guarire un malato, e tutto questo con chiaro intento tanatologico, non terapeutico e men che meno curativo.

Nel caso della sospensione della ventilazione assistita, per esempio, si provoca la morte per asfissia: non è la malattia ad uccidere, ma siamo noi a farlo, soffocando il malato. Lo stesso dicasi per idratazione e nutrizione: non è la malattia ad uccidere, ma siamo noi a far morire un essere umano (che non è in grado di provvedere da solo al suo nutrimento) per fame e per sete, negandogli ciò che serve a tutti (malati o meno che siano), esattamente come potremmo fare con un bambino appena nato o con un anziano non autosufficiente, malato o meno che sia: se non gli diamo da bere, da mangiare, muore. E il decesso non avviene “per morte naturale”: è stato provocato. In altre parole: il paziente è stato semplicemente ucciso.

L’idea, qui nemmeno tanto velata, è che non sarebbero tanto gli eventuali “trattamenti sanitari” ad essere considerati gravosi o inutili, ma è invece il fatto stesso di voler mantenere in vita un morente o un malato grave ad essere considerato un “accanimento terapeutico”.

In altre parole: chi non può guarire, deve morire. E alla svelta.

Ed è chiaro che per questo principio (sempre per il metodo di controllo sociale definito “Finestra di Overton”) dovrà poi gradualmente essere esteso a tutti, per cui “la gran parte dei mezzi di sostegno vitale andrebbero evitati in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti” (C. Navarini, Eutanasia, in T. Scandroglio [a cura di], Questioni di vita & di morte, Ares, Milano, 2009, p. 197).

Ma, scavando ancora più a fondo, dobbiamo ricordare che perché si possa a pieno titolo parlare di “accanimento terapeutico” occorre che si sia definita la malattia con precisione millimetrica e che lo stadio della malattia venisse dimostrato come inguaribile: solo in base a questa possibilità di definizione sarebbe possibile azzardare una valutazione del rapporto invasività delle cure mediche / possibilità di guarigione, ovvero costi / benefici.

Peccato che quest’operazione sia – in linea teorica – semplicemente impossibile. Ho scritto “azzardare” perché nessuno è in grado di garantire “a priori” la materializzazione del Modus pones:

“Se il paziente ha la mattia x, allora morirà in un tempo y”.

“Ma il paziente ha la malattia x, dunque….”.

Prima di tutto le diagnosi possono sempre essere sbagliate. Di conseguenza, possono esserlo le prognosi.

La storia della medicina è costellata non solo di diagnosi erronee, ma perfino di guarigioni “inspiegabili” e che gli stessi specialisti, alla luce delle conoscenze mediche più recenti, non sanno spiegarsi.

Facendo una piccola ricerca, per esempio, si trova un ragazzino che si sveglia dopo la “morte cerebrale” e la firma dei genitori per la donazione degli organi (link). In un altro caso, i medici smettono di curare un bambino gravemente malato di leucemia, ritenuto ormai inguaribile, e questo per tutta risposta guarisce da solo: da notare che i medici stessi lo hanno definito un “miracolo” perché il caso di questo piccolo è “uno su sette miliardi“, ma tant’è: logicamente è più che sufficiente per sospettare di quell’ “a-priori” che da solo vorrebbe reggere tutto l’argomento tanatologico. (link). Oppure (questa è bellissima!), abbiamo un uomo senza il 90% del cervello che accusava solo un dolorino ad una gamba (studio pubblicato su The Lancet, prestigiosissima rivista medica – link in italiano). La domanda è: che cosa sappiamo, esattamente, definitivamente, di come vanno le cose a questi livelli?

Potremmo andare avanti per molto, ma una semplice considerazione epistemologica sarà la pietra tombale per ogni replica: la scienza medica non è la matematica. Non dimostra nulla, non ha e non dà verità definitive. La sua storia evolutiva lo dimostra chiaramente: nessuno andrebbe a farsi curare da Paracelso.

Questo non significa ovviamente che non ci si debba fidare dei medici, ma semmai che la Scienza medica vada presa per quello che è: un imperfetto work in progress, non un cumulo di verità dimostrate una volta per tutte, per cui date certe premesse si hanno necessariamente, sempre e comunque, precise e prevedibili conseguenze.

Ora: sarà mai logicamente sensato decidere della morte di un paziente in base a diagnosi probabili, prognosi incerte, confondendo sostegno vitale con terapie e per di più il tutto contro la volontà del paziente stesso?

Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano

John Stuart Mill, On Liberty

Viva la salute

Berlicche - Lun, 21/05/2018 - 18:10

Ormai il giornale lo leggo solo più al bar. Lo sfoglio mentre sorseggio il cappuccino, in questo assonnato lunedì mattina. Una notiziola mi attrae lo sguardo: “Trump taglia i fondi federali alle cliniche pro aborto

Per quelli che frequentano come me certi siti di notizie è una vecchia novità. Ma mi colpisce il taglio del pezzo. “Il provvedimento colpisce in particolar modo “Planned Parenthood”, l’organizzazione senza scopo di lucro che fornisce servizi per la salute, tra cui l’aborto, e riceve sino a 60 milioni di dollari l’anno in finanziamenti…

Quasi mi va per traverso la brioche. “Planned Parenthood” senza scopo di lucro? Come no, tanto che  per mettere da parte qualche soldino vendeva i pezzi dei bimbi abortiti. “Con questi mi compro la Lamborghini“, gongolava un dirigente.
Che poi tra i “servizi per la salute” sia compreso anche uccidere i bambini, è una convinzione che forse anche alcuni sindaci e attivisti nostrani condividono: tipo quelli che si offendono a dire che una mamma aspetta un figlio e non un grumo di cellule cancellabile a piacere, o si risentono se si fa notare che selezionare le femmine abortendole è pratica diffusa. Mi domando la salute di chi.

Qui, come nei due o tre altri pezzi che ho scovato in giro che approfondiscono la notizia in senso negativo, è insinuato chiaramente che da pare di Trump si tratta di mossa politica. Oh, può essere: era nel programma del Presidente USA, erano mesi che ci tentava, adesso forse c’è riuscito. Ha fatto una promessa e ha dimostrato di avere le palle per mantenerla.

Avercene qui, di politici così.

“Italians”- il problema del giornalismo colonizzato

Critica Scientifica - Lun, 21/05/2018 - 00:06

Lo stereotipo di italiano proposto da Severgnini ai lettori USA

Beppe Severgnini e Gianni Riotta mostrano il volto di un giornalismo superficiale e anti italiano, si tratta di un fenomeno non casuale che ha radici profonde. Adesso più che mai è necessario conoscerlo, imparare a difendersene e infine liberarsene.

Non conoscono il primo articolo della Costituzione e parlano di inesistenti conseguenze catastrofiche nelle quai sarebbero incorsi ancor più inesistenti paesi già usciti dall’Euro, non sono episodi tratti dal bestiario degli esami di maturità ma frasi uscite da due dei giornalisti più rappresentativi della stampa italiana, Gianni Riotta e Beppe Severgnini. La domanda su come sia possibile che da fonti autorevoli della stampa possano essere scaturiti errori così gravi non è una semplice curiosità ma merita risposte serie e documentate.

I protagonisti sopra citati sono solo gli ultimi rappresentanti di una categoria di giornalisti che affonda le proprie radici negli anni ’50, in tal senso il riferimento della rubrica di Severgnini “Italians” è esplicito, infatti essa riprende il titolo del libro “The italians” pubblicato nel 1964 da Luigi Barzini junior e così commentato da Giovanni Fasanella nel suo “Colonia Italia“:

(The italians) un saggio sul nostro carattere, se così si può dire. Si trasformerà in un best seller mondiale e contribuirà non poco a creare i ben noti pregiudizi contro gli abitanti del Belpaese.

Perché Luigi Barzini junior nel 1964 scrive un romanzo autodenigratorio per l’Italia? Il motivo si capisce leggendo un’altro passaggio del libro di Fasanella:

è sempre così che la Gran Bretagna ha visto l’Italia: un paese con una storia unica e irripetibile, ricchissimo di bellezze naturali e artistiche, pieno di inventiva, ma anche incapace di badare a sé stesso, di guarire dai suoi vizi antichi e di risollevarsi dai suoi atavici guai. Dunque sempre bisognoso di protezione e di essere guidato da una mente illuminata.

Barzini era inserito in un circolo esclusivo anglofilo, avrebbe sposato una Feltrinelli, precisamente la madre di quel Giangiacomo che legherà la sua vita al terrorismo rosso finendo tragicamente, quanto misteriosamente, la propria vita esplodendo con una bomba che stava piazzando su un traliccio di Segrate.

In un circolo anglofilo legato ai servizi segreti britannici è anche il capitano Merryl del PWB (Psichological Warfare Branch), il cui vero nome è Renato Mieli, padre di Paolo Mieli, egli supervisionerà il reclutamento di giornalisti che nei vari quotidiani dovranno ripetere le veline provenienti dal PWB.

La promozione di un’immagine dell’Italia come di un paese bisognoso di una guida estera ha dunque origini lontane ma è ancora presente e dominante presso le testate più influenti, lo stessi Eugenio Scalfari collocandosi nell’area sinistra di quella da lui definita l’area “anglosassocentrica” fonderà Repubblica facendo subito pressioni sul Enrico Berlinguer e il suo PCI riguardo temi quali la politica estera il capitalismo e osteggiando la collaborazione con la DC di Aldo Moro.

Corriere e Repubblica hanno nelle loro origini un fine legato all’affermazione di interessi non nazionali, lo stesso Enrico Mattei ritenne necessario fondare un quotidiano per contrastare la stampa avversa alle politiche di rivendicazione di un’autonomia nazionale rispetto alle potenze vincitrici della guerra.

L’intenzione di interferire nelle decisioni nazionali e forzare la politica in direzione di una subordinazione ad interessi contrari a quello nazionale vien confermata in questi giorni dal Financial Times che giocando apertamente a carte scoperte entra scorrettamente nella politica interna dando dei barbari agli esponenti più votati alle ultime elezioni:

Dello stesso tenore l’articolo scritto da un altro personaggio curatore di interessi esteri, Alan Friedman che a tre settimane dal voto metteva anche lui in “guardia” da un governo Lega Cinquestelle:

 

Nel momento stesso in cui un governo Lega M5S dovesse partire questi moderni Ascari si attiveranno per colpirlo in ogni modo possibile con la copertura di influenti testate estere.

Gli Ascari finirono con la fine delle colonie, è facile prevedere che lo stesso avverrà con la loro versione 2.0: se finirà  il tempo della colonia Italia finiranno anche loro.

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Coneferenza il 24 maggio a Roma: neoliberismo e migrazioni di massa

Critica Scientifica - Dom, 20/05/2018 - 18:20

Ilaria Bifarini ha studiato le connessioni tra le politiche neoliberiste e il fenomeno migratorio, ne parleremo giovedì 24 dicendo quello che nessun altro dice.

Neoliberismo e migrazioni di massa: la terzomondizzazione dell’Occidente.

Cosa spinge gli attuali flussi migratori di massa provenienti dall’Africa subsahariana? Cosa lega il futuro dell’Europa a quello del Continente Nero? La crisi perenne e la terzomondizzazione dell’Occidente cui stiamo assistendo sono dei processi irreversibili?

A queste e altre domande risponde Ilaria Bifarini, attraverso un’analisi delle politiche economiche neoliberiste che proprio in Africa hanno trovato il loro laboratorio di sperimentazione.

Verrà ripercorsa la storia economica postcoloniale, passando per la crisi del debito dei paesi del Terzo Mondo e l’applicazione di politiche orientate al libero scambio, alle liberalizzazioni e alle misure di austerity.

Intervengono:
• Dott.ssa Ilaria Bifarini, Economista e scrittrice
• Prof. Enzo Pennetta, Docente di scienze naturali, saggista e blogger

• Ingresso libero fino ad esaurimento posti •

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Via dall’omelia – IV – Ciò che è importante

Berlicche - Ven, 18/05/2018 - 19:41

Per essere veramente al passo con i tempi il sacerdote deve rammentare che è sbagliato costruire sulla roccia, dato che quella non cambia; la sabbia che scorre è ciò che si confà all’evoluzione, flessibilità e pluralismo dell’Uomo Moderno.
Un tempo si annunciava il dio che si adorava senza conoscere, oggi questa va vista come un’inaccettabile ingerenza. Sarebbe irrispettoso dell’ignoranza altrui presumere che la Verità sia tale. Si vive benissimo anche senza, guardate le persone di successo. Oppure noi demoni.
Quello che è importante sono i valori. Il segreto della vita sono onestà e compassione. Se potete fingere di averli, è fatta.

(Da “I consigli di Zio Berlicche”, Malabolgia editore)

Parliamo con Marcella, la “Mamma Mongolfiera”

Costanza Miriano - Ven, 18/05/2018 - 16:31

di Andreas Hofer

«La mongolfiera lascia che [i figli] se la cavino senza telefonino almeno fino ai 14 anni, non li seppellisce da piccoli sotto strati di vestiti e da grandi di raccomandazioni…» La sfida è trovare la giusta distanza da tenere con i figli per lasciare che trovino la propria strada nel mondo e spicchino il volo.

Torna ad allietarci con una nuova uscita la collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio” della Berica editrice. Ci riferiamo a Mamma Mongolfiera, l’ultima fatica di Marcella Manghi, al suo terzo libro dopo Qualcosa di diverso e Via col tempo (entrambi pubblicati con la Ares). È un libro dalla scrittura semplice e dalla vena umoristica, perfettamente inserito nella tradizione della collana pensata da Giuseppe Signorin.

Ma di che parla “Mamma Mongolfiera”? Abbiamo pensato di chiederlo direttamente all’autrice, matematica e mamma di tre figli.

Un altro libro che parla di una mamma. Perché? 

Perché la mamma perfetta non esiste e non è quindi ancora stato scritto il libro che spiega come esserlo. Ci si muove tutte per approssimazione, cercando di dare il meglio di sé. E allora ogni spunto – ogni nuovo spunto che viene da un modello diverso – stimola la crescita, di noi madri intendo.  Mamma mongolfiera offre un punto di vista particolare.
Poi non sono d’accordo che parli di una mamma. Il punto di vista è quello del genitore, ma al centro del libro ci sono i figli. Con i loro litigi, le discussioni, le gelosie. La mamma si limita a cucire tutto assieme con il filo sottile dell’ironia.

E ci riesce? 

Certo. Un tratto in comune con tutte le altre mamme del mondo – chiocce, tigri, Ferragni – è il multitasking: noi madri siamo brave a fare cento cose alla volta.
“Ci sono, dammi il sussidiario che ti ascolto. Dimmi, a che pagina è la tabellina del Pascoli?”.

Sicuramente ci vuole dell’ironia per definirsi ‘mongolfiera’. A cosa si riferisce? 

Si riferisce al modo di guardare i figli. Dall’alto sì, ma una altezza che va oltre la distanza di sicurezza. Con tre figli si conoscono moltissimi genitori, e parecchi di loro sono proprio simili a degli elicotteri: gli elicotteri osservano dall’alto con la missione soprattutto di proteggere, sono pronti ad intervenire per rimuovere fatiche e ostacoli appena si presentano. Ma in questo modo tendono anche a soffocare il comportamento del figlio che rischia di sperimentare ben poca fatica o frustrazione.
Mamma Mongolfiera è l’opposto. Si affida al principio di Archimede: che la spinga su fino a un’altezza più lunga del cordone ombelicale. E’ convinta: i figli crescono anche senza l’Apache che da vicino gli copre le spalle. Quindi a un certo punto, una volta che ha dotato i figli di uno zainetto con dentro i mezzi per sfangarsela, vola su provando a lasciar loro la libertà di giocarsela.

Ma se è vero che mamma mongolfiera, ‘sale su’, non rischia di essere una madre un po’ assente? 

Assente, che parolona. A me piace di più l’espressione… ‘diversamente presente’.
Il contenuto spiegato in una sola frase molto semplice: Senza ipocrisie, è lo spaccato della vita di una madre e dei suoi figli: dura un giorno, 24 ore esatte in cui incalzano le sfide tra una madre e i tre ragazzi, dai 10 ai 15 anni.

Nella pratica quotidiana, come si traduce il comportamento di una mongolfiera rispetto a una chioccia, per esempio. 

La mongolfiera lascia che se la cavino senza telefonino almeno fino ai 14 anni, non li seppellisce da piccoli sotto strati di vestiti e da grandi di raccomandazioni, stabilisce che si preparino da soli lo zaino per le gite, cerca di non intervenire nei bisticci tra fratelli, non corre a scuola a recapitare in segreteria vocabolari dimenticate a casa, non si prende lo zaino sulle spalle all’uscita da scuola di un figlio, non gli organizza i compiti delle vacanze, non si sostituisce a lui nello svolgere gli esercizi a casa.

Qual è quindi la distanza giusta da tenere con i figli? 

Trovarla è la sfida. Ciascuno deve trovare la sua, nella consapevolezza che la spinta propulsiva, quella che fa crescere i figli è una spinta che viene dai figli stessi, e non dai genitori. Quindi i figli crescono comunque. Non crescono ‘grazie’ ai genitori, ma crescono comunque. I buoni genitori sono consapevoli di quello che possono essere per i figli, ma anche di quello che non possono essere. Esasperando il sottotitolo, si potrebbe dire che i figli crescono ‘nonostante’ la distanza che si tiene da loro.

Si parla molto della madre, molto dei figli, poco del padre. Un pensiero sulla coppia?

La coppia viene prima dei figli! In termini di tempi e priorità. Come la matita viene prima del mascara, il prezzo pieno del saldo e la gallina prima dell’uovo. E non è filosofia, ma buon senso.

Ecumenici

Berlicche - Gio, 17/05/2018 - 23:39

Ecumenismo per alcuni cattolici vuol dire disprezzare il cattolicesimo per abbracciare tutto il resto.
In pratica, essere antiecumenici verso se stessi.
Devo ancora capire se si tratta di una particolare forma di schizofrenia, di autolesionismo o più semplicemente della solita mossa dell’antico avversario.

“L’omofobia è uno strumento del dominio totalitario sulla mente degli altri”. Intervista esclusiva al cardinal Müller

Costanza Miriano - Gio, 17/05/2018 - 00:09

di Costanza Miriano

Forse se non avete ancora aperto i giornali potete non saperlo, ma a breve ve lo diranno in tutte le salse, oggi è l’IDAHOT, acronimo delle parole inglesi che servono per dire che è la giornata internazionale contro l’omofobia e tutta quella miriade di sigle per indicare la stessa cosa. Il fuffaday. Già, perché l’omofobia non esiste – non esiste nessuna fobia, nessuna patologia. Esistono invece posizioni culturali che possono legittimamente non essere condivise, ma che hanno un ampio fondamento scientifico e una lunga storia e serie motivazioni, di chi ritiene che l’attrazione verso lo stesso sesso non sia una variante della sessualità umana. Ma siccome nessuno può imporre a nessun altro cosa pensare, l’argomento dovrebbe essere chiuso qui, senza bisogno di giornate mondiali.

Però anche l’IDAHOT a qualcosa serve: è un’ottima occasione per parlare di un libro che esce fra una settimana esatta (ma è già disponibile in ebook), un grande libro di Daniel C. Mattson che si chiama Perché non mi definisco gay, Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace, edito in Italia da Cantagalli con la prefazione del Cardinal Robert Sarah e presentato a Roma e Milano in varie date che trovate qui https://www.nonmidefiniscogay.blog/wp/

E’ innanzitutto una storia, appassionante e intima, di un uomo che ha il coraggio di mettersi davvero a nudo, senza risparmiare particolari, e di questo gli siamo davvero grati. E’ un grande servizio a chi vive storie simili alla sua, e intuisco il sacrificio che deve essere costato. E’ la storia di un bambino che si sente inferiore agli altri, a disagio, ma che non è sfiorato dall’idea di essere omosessuale, o di avere rapporti con degli uomini:

“La ragione più grande per cui rifiuto di definirmi gay è semplice: penso che non sia oggettivamente vero. Focalizzarsi sui sentimenti porta le persone lontano dalla loro realtà di figli di Dio nati maschi e femmine. Dobbiamo imparare a distinguere la nostra identità dalla nostra attrazione sessuale, dal nostro comportamento. Non è quello che “sentiamo” che deve regolare la nostra vita, altrimenti passeremmo col semaforo rosso solo perché, appunto, ce lo “sentiamo”. Esiste una oggettiva verità che ci protegge, fatta per il nostro bene”.

Vedere come questa storia si evolve è intrigante come un romanzo, e senza rovinare il gusto di leggere posso dire che il contesto culturale e le forti pressioni hanno avuto un grande peso nella storia di Daniel, e in come le ferite della sua storia personale lo hanno portato a scegliere alcune condotte per “ripararsi”. Proprio per questo segue una sezione del libro di acuta, informatissima e intelligente analisi degli strumenti della propaganda omosessualista, che si gioca innanzitutto sulla scelta delle parole – gay e omofobia sono fra queste. Infine c’è la proposta di fede, attraverso la quale si intuisce come in ogni cammino, anche quelli apparentemente davvero pesanti da percorrere, c’è la possibilità di un’intimità privilegiata con Dio.

Il grande ricatto emotivo delle persone che vivono problemi con la propria sessualità è: se non mi accetti come sono, non mi vuoi bene. Quindi sei omofobo. Il fatto che tutti dobbiamo essere accettati come siamo, però, è una delle grandi balle della contemporaneità, di questa grande palude in cui sembra che l’inconscio debba necessariamente e sempre avere libero sfogo. Per millenni l’uomo ha invece avuto in qualche modo la consapevolezza di dover fare un grande lavoro su di sé, di doversi migliorare: prima dell’anno zero questo si traduceva con l’imperativo dell’eroismo, dell’onore, del superare le colonne di Ercole. Dopo l’anno zero, grazie alla redenzione e alla verità che Cristo è venuto a portare all’uomo tutto ciò si è tradotto con “rinnega te stesso” se vuoi veramente “la gioia piena”. Amare quindi non significa mai dire “tieniti i tuoi problemi” facendo pat pat sulla spalla. Questo non è amore. Amare è accompagnare, ma nel cammino verso la verità di ciascuno, non nel nulla. Amare una persona che prova attrazione verso lo stesso sesso non significa avallare le sue convinzioni, ma stare vicini nell’amicizia e annunciargli – se ce lo chiede – la verità.

Abbiamo chiesto al Cardinal Gerhard  Ludwig Müller, prefetto emerito per la congregazione della dottrina della fede, la massima autorità quanto alla dottrina della Chiesa, qualche parola netta. Il cardinale presenterà il libro di Mattson a Roma il 25, e ci ha ricevuti a casa, fra un viaggio e l’altro.

Costanza Miriano: Vostra Eminenza, partiamo dall’attualità: domani è la giornata mondiale contro l’omofobia. Sappiamo che la parola è stata inventata in America nel 1971, ma sappiamo anche che le persone che provano attrazione verso lo stesso sesso a volte davvero vivono nella sofferenza. Noi cristiani, chiamati ad amare tutti, come dobbiamo comportarci su questo tema?

Gerhard Ludwig Müller: L’omofobia, semplicemente non esiste, è chiaramente un’invenzione, uno strumento del dominio totalitario sulla mente degli altri. Al movimento omosessualista mancano gli argomenti scientifici, per questo hanno costruito un’ideologia che vuole dominare, cercando di costruire una sua realtà. E’ lo schema marxista, secondo cui non è la realtà a costruire il pensiero, ma il pensiero che costruisce la realtà. Quindi, chi non accetta questa realtà deve essere considerato malato. Come se, tra l’altro, si potesse agire sulla malattia con la polizia o con i tribunali. D’altra parte in Unione Sovietica i cristiani venivano chiusi nei manicomi: sono i mezzi dei regimi totalitari come il nazionalsocialismo e il comunismo. Oggi in Nord Corea la stessa sorte tocca a chi non accetta il pensiero dominante.

CM: Ci sono alcuni vescovi che hanno appoggiato veglie o altre iniziative “cattoliche” contro l’omofobia. Alcuni ne conosco personalmente e sono per quello che posso capire molto aderenti alla dottrina. Perché secondo lei accettano di stare a questo gioco, perché già accettare la parola omofobia significa accogliere una certa visione ideologica?

GLM: Alcuni vescovi oggi non hanno il coraggio di dire la verità e si lasciano intimidire: non capiscono che l’omofobia è un inganno che serve a minacciare la gente. Ma noi cristiani non dobbiamo avere paura delle minacce: nei primi secoli i seguaci di Cristo venivano gettati in carcere, o fatti dilaniare dalle belve. Oggi si dilania la gente con lo psicoterrorismo, approfittando dell’ignoranza. Però da un vescovo, un sacerdote possiamo aspettarci che sia in grado di non andare dietro a queste ideologie. Noi siamo quelli che cercano, con la grazia di Dio, di amare tutte le persone, comprese quelle che provano attrazione verso lo stesso sesso, ma deve essere chiaro che amare non è obbedire alla propaganda genderista.

CM: Il libro di Mattson dedica un ampio capitolo proprio a smontare le parole della propaganda, a cominciare dal titolo: perché non mi definisco gay. Lei sarà presente alla presentazione del volume a Roma, con l’autore. Cosa ne pensa?

GLM: Mattson è un uomo che basa le sue parole sulla sua propria esperienza, e questo vale più di tutte le ideologie. La sua storia mostra anzi come queste ideologie siano forti ed esercitano una oppressione nei confronti di tutti coloro che hanno problemi con la propria sessualità. Si possono avere problemi per diverse cause, ma la realtà è che si è solo o uomo o donna. Esistono due sessi, questa è la realtà. Il resto sono interpretazioni. Papa Francesco viene molto frequentemente citato nella sua intervista rilasciata in aereo, quel famoso “chi sono io per giudicare…?”. Ma il Papa ha detto la stessa cosa che è nel Catechismo: ogni persona merita rispetto perché è a immagine di Dio, e noi non possiamo usare le persone per nessuno scopo. Ma nello stesso momento Francesco ha parlato di lobby gay. Ed è vero, purtroppo. Noi abbiamo avuto alla Congregazione per la dottrina della fede un collaboratore, si può dire pubblicamente perché lui stesso ha fatto con grande rumore outing, dicendo “io sono gay”, ma non ha mai chiesto nessun aiuto né accompagnamento. Mattson invece al contrario afferma “io non voglio definirmi gay” perché sa innanzitutto che gay è una falsa espressione che esprime disprezzo, e poi perché nonostante questo problema di attrazione verso lo stesso sesso, non è l’attrazione che definisce una persona. Una persona è sempre molto più di questo. Noi siamo creature che grazie alla redenzione abbiamo la vocazione alla vita eterna. E chi vive questa attrazione deve vivere in castità, cosa a cui sono chiamati tutti i cristiani che non vivano in un valido e vero matrimonio.

CM: Perché questo tema occupa i primi posti delle agende politiche dell’Occidente? Sembra che sia la priorità di tutti i governi?

GLM: I nostri politici in Europa devono occuparsi di tante persone che sono senza lavoro, della denatalità, delle famiglie, di tanti problemi seri, e invece si preoccupano di trasformare le nostre democrazie in sistemi totalitari. Le ideologie in sé sono violente. Come può un Parlamento stabilire cosa è vero e cosa no? Come può affermare che due più due fa cinque?

CM: Uno dei tanti passaggi interessanti del libro mette in correlazione la diffusione in massa della contraccezione e l’affermarsi della ideologia genderista. Ne approfitto per farle una domanda su un tema che mi sta molto a cuore. Lei sa meglio di me come nella Chiesa ci siano forze avverse alla Humanae Vitae, che ne chiedono una revisione. Che ne pensa? Come spiega questo fenomeno?

GLM: Lo spiego con la mondanizzazione della Chiesa: per alcuni dei pastori la Chiesa è solo materiale per fare politica, per piacere. Per loro il rispetto delle masse vale più del rispetto della Parola di Dio. Sono contro la creazione. Io paragono chi vuol rivedere HV per compiacere le masse con chi ha fatto i compromessi durante i regimi totalitari. Invece i testimoni hanno la responsabilità della verità rivelata. L’Humanae Vitae è stata profetica, tutti i pericoli che prevedeva si sono realizzati e sono entrati nella vita moderna: il nichilismo, il materialismo. Manca il senso superiore dell’esistenza umana e quindi dietro le facciate c’è il vuoto. Invece il vero piacere è ogni parola che viene dalla bocca di Dio, e se noi smettiamo di annunciare dove è il vero piacere, dove è la vera gioia, saremo responsabili dell’infelicità di tanta gente. Se i pastori non vigilano, vincono i lupi. Con i lupi non si possono fare compromessi, magari per salvare qualche pecora. Con l’illusione di non perdere qualcuno, si perde tutto il gregge. Non è questa la logica di Gesù. Lui per non perdere nessuna pecora ha sacrificato se stesso, non le pecore.

CM: I pastori che aprono alla contraccezione di solito lo fanno ribadendo che è, sì, un male, ma che in casi estremi…

GLM: Questa è solo una tecnica per aprire la strada: si fa un ragionamento solo emotivo, basato su situazioni estreme. Anche in situazioni estreme un buon pastore trova una soluzione unica e particolare per preservare l’intrinseca unità tra procreazione e sessualità. Invece il trucco di teologi e vescovi che attaccano la dottrina è di emozionalizzare… Per esempio cominciano a dire che c’è un padre di quattro figli, che ha perso il lavoro, e la moglie è malata… e allora si fa una discussione sull’onda dell’emotività e del caso singolo. Ma questo non è un modo serio di affrontare le questioni.

Liberismo: l’ideologia dell’infelicità.

Critica Scientifica - Mer, 16/05/2018 - 23:37

“Il dottorato di ricerca espone a rischi di salute mentale”. Ovviamente non è il dottorato in sé il responsabile ma gli aspetti legati alle dinamiche del neoliberismo. Il neoliberismo è una moderna ideologia antiumana prima che una dottrina economica, opporvisi non sarà più solamente una scelta politica ma un dovere morale.

Un video pubblicato sul seguitissimo Science Nature Page (22,6 milioni di follower su Facebook), riporta uno studio condotto su 3.659 studenti nei quali è stata riscontrata una serie di problemi che li espongono a rischi classificabili come “disturbi psichiatrici” quali depressione, disturbo bipolare e e stress cronico. Gli studenti coinvolti in programmi di PhD hanno più probabilità di sperimentare depressione, ritiro dalla vita sociale e insonnia, sintomi provocati probabilmente da un costante stato di preoccupazione e incapacità di superare le difficoltà e vivere bene le attività giornaliere.

I fattori responsabili di questi sintomi sono stati individuati nella pressione a cui sono stati sottoposti durante l’attività lavorativa, ma anche nei livelli bassi dei salari e nello sfavorevole bilancio tra vita lavorativa e vita privata che impedisce di soddisfare i propri bisogni e impedisce di soddisfare le necessità familiari, essi devono fronteggiare scadenze, problemi di sicurezza sul lavoro, isolamento e spesso superiori ostili, sono queste le situazioni che favoriscono l’insorgere di problemi mentali che possono minacciare seriamente il benessere e infine anche la stessa carriera lavorativa con conseguenze dannose nel lungo termine. Poche cose sembrano frenare l’insorgenza di tali sintomi e sono ad esempio un miglior rapporto con i superiori e piani di carriera ben definiti, in definitiva un futuro con più certezze favorisce una maggior salute mentale.

Il video qui finisce per suggerire una maggior attenzione e cura da parte dei supervisori dei corsi tradendo un’incapacità di collocare quanto detto nella giusta cornice. Evidentemente diagnosticare per tempo i sintomi di malessere psichico non è una soluzione ma un palliativo, il curatore di Science Nature Page è incapace di capire che il problema è in un sistema che riflette le dinamiche della competizione neoliberista e le accetta senza metterle in discussione generando infelicità che può sfociare in veri disturbi mentali.

Un competizione esasperata accompagnata da bassi salari e incertezze per il futuro (flessibilità la chiamano) generano vite infelici, ma si tratta dello stile di vita che i teorici e i politici neoliberisti predicano per il futuro nostro e delle giovani generazioni. Difendere i nostri figli da questa prospettiva antiumana non sarà più una possibile scelta politica ma un dovere morale.

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PhD students are at risk of developing mental health problems

PhD students are at risk of developing mental health problems. Is it time to change the system? #psychology

Publiée par Hashem Al-Ghaili sur lundi 29 janvier 2018

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Caos

Berlicche - Mer, 16/05/2018 - 23:24

Ciò che chiamiamo caos è spesso solo una organizzazione che siamo troppo limitati per afferrare.

Il treno partirà in orario

Berlicche - Mer, 16/05/2018 - 00:13

Il treno partirà in orario. Il macchinista è molto preciso, e chi è sulla banchina farà bene ad affrettarsi a salire, o decidere di salire. Non tutti lo faranno.

In effetti, molti si rifiutano persino di entrare in stazione. O di riconoscere che il treno esista. Chissà cosa pensano, quando guardano quell’edificio, quella porta che conduce ai binari. Chissà cosa credono che sia.

Di tanto in tanto qualcuno è attirato dalla curiosità, entra e contempla la sagoma percossa dal tempo e dagli elementi della possente locomotiva e del convoglio. E’ vero, dall’esterno le carrozze non sembrano poi così confortevoli. Ma vi assicuro che l’impressione sparisce, una volta accomodati all’interno.

Eppure molta gente non sale. Alcuni li potete vedere voltati, in modo da non essere costretti a prendere nota di chi entra nei vagoni. Da non dover considerare l’esistenza stessa del treno, e il suo perché.

Perché esistono la locomotiva, la stazione, i vagoni? Per un solo scopo: intraprendere un viaggio. Andare verso una destinazione. Certo, c’è il piacere dei confortevoli scompartimenti, raramente affollati, ma non è questa la ragione per cui essi sono. Non dimenticatelo mai: si tratta di arrivare in un luogo, e quel treno è il solo mezzo per arrivarci. Ogni scusa o discussione sulla sua adeguatezza, su quanto sia veloce o diretto perdono di senso, considerando questo. Non ci sono altre vie. Questa è la verità.

Così affrettatevi a salire sul predellino. Perché il treno sta per partire, e non vi attenderà, siete avvertiti.
Il treno parte in orario, sempre.

Le Sette Chiese nella notte, un pellegrinaggio che apre il cuore

Costanza Miriano - Mer, 16/05/2018 - 00:04

di Costanza Miriano

Partecipare a un pellegrinaggio che ha oltre settecento anni di storia è qualcosa di davvero prezioso: sei parte di un popolo in cammino da secoli, e anche se porti le Brooks Glycerin verde fluo ti senti concittadina dei santi, contemporanea di san Pietro e san Paolo (e comunque indossavo pochissima roba glitterata, e manco una piuma).

Siccome quando una cosa è bella desideri condividerla, voglio raccontare qualche pezzetto della bellezza che ho incontrato, anche per invogliare chi si lascia spaventare dall’impresa. Diciamo subito che se uno è in un normale stato di salute e non viene da tre notti insonni per allattamento gemelli o guardie in ospedale, si fa senza problemi.

Si comincia – per chi vuole – con la messa a Chiesa Nuova alle 19, poi ci si divide in gruppi, ognuno con un nome di un apostolo. Per tutta la notte, poi, il cartello con quel nome che avrai scelto sarà la seconda cosa che cercherai con più zelo (la prima sarà il bagno, benché anche qualche albero in zone poco illuminate potrà avere un suo fascino, alla bisogna). Le regole sono semplici, soprattutto bisogna obbedire alle indicazioni, cioè tenere il passo giusto – né troppo veloce per far vedere che tu corri la maratona e quello per te è niente, né troppo lento tipo passeggiata balneare -, non andare in mezzo alla strada, non parlare nei tratti di silenzio, non pregare per conto tuo quando si prega tutti insieme. E’ una comunità in cammino, sennò puoi fare il pellegrinaggio da solo tutti gli altri giorni dell’anno.

Le preghiere e le meditazioni sono quelle scritte da san Filippo Neri, colui che diffuse la devozione delle visite alle basiliche giubilari: ai suoi tempi il pellegrinaggio del giovedì grasso arrivava a coinvolgere seimila  persone (noi l’11 maggio eravamo circa novecento). Il tema delle riflessioni è stato la forza: le forze, anche quelle del male, che agiscono in noi, la piccola forza della nostra volontà, e la grande forza dello Spirito Santo, che siamo qui per mendicare tutta la notte.

La prima tappa, proprio come faceva San Filippo, è stata castel Sant’Angelo, poi novecento persone si sono inginocchiate – uno spettacolo niente male – davanti a San Pietro, e a seguire abbiamo consegnato i nostri malati a Santo Spirito in Sassia. Da lì si scende sul lungotevere (transennato per il rischio piena fino al giorno prima, ma poi  fortunatamente accessibile) per arrivare all’isola Tiberina, alla basilica di san Bartolomeo. Da lì a san Paolo il tratto più lungo, attraverso il Testaccio e via Ostiense (sentite pittoresche ipotesi topografiche con accento romano: “aho, me sa che qui stamo a Trastevere!” Io in confronto mi sentivo una guida turistica, nonostante il mio senso dell’orientamento da paguro: temo che ci siano romani che non escono mai dal proprio quartiere). Di san Paolo – perché a ognuna di queste tappe elencate c’è una breve catechesi e una preghiera – devono esser state dette cose molto belle, ne sono certa, ma la mia mente a quel punto – è passata la mezzanotte e non mangio dalle due del pomeriggio – pensa solo “paninopaninopanino”, tipo Scrat con la ghianda, per capirci. Alla Garbatella c’è la pausa bagno e la pausa cena (il caro don Fabio Bartoli non è più in via Ostiense e non si può più contare sulla sua ospitalità, che sarebbe stata prima di san Paolo).

Il tempo di mangiare poi si va in chiesa per una catechesi sulla castità, sul bisogno di cristificarci sempre di più, con la preghiera. Attraverso via delle sette chiese si arriva a quella che per me è la tappa più bella (nonché la mia meta per la corsa preferita): la chiesa di san Sebastiano, alle catacombe sull’Appia Antica. E’ il momento in cui si mendica lo Spirito Santo, perché da soli non siamo capaci di nulla di buono, e questa rimane la cifra del pellegrinaggio. Mendicare, mendicare lo Spirito: mendicare vuol dire che se non ti arriva quella carità neanche mangi, vuol dire che muori, vuol dire che dipendi da quella grazia.

In questo clima di silenzio totale, di concentrazione e di preghiera intensa una macchina ci chiede di interrompere il nostro lungo serpentone “perché dovemo annà ar bagno, ed è pure abbastanza urgente”; menzione d’onore alla faccia di bronzo che serve a urlare una frase del genere davanti a quasi mille persone. A me purtroppo la cosa scatena una crisi di ilarità, ovviamente dodici secondi dopo che padre Maurizio aveva con grande serietà chiesto il massimo silenzio, perché è il momento di riprendere il cammino attraverso le catacombe di San Callisto, qui dove sono sepolti cinquecentomila dei nostri fratelli che ci hanno preceduto nella fede, tra cui diciannove dei primi papi e molti dei martiri dei primi secoli. Di solito il cancello qui chiude al tramonto, ed è un privilegio unico percorrere la strada di notte, in un silenzio assoluto che ha del miracoloso: quando mai quasi mille persone riesci a convincerle a non fare un fiato, a non accendere una torcia nel buio pesto?

All’arrivo a san Giovanni mi viene riconsegnato il mio rosario che ero certa di avere perso – credo che ci sia qualcuno che dopo che lasciamo i posti delle catechesi fa il giro per vedere se è stato abbandonato qualcosa – (a dispetto delle battute di padre Maurizio sul mio cattivo gusto è un oggetto estremamente sobrio, senza manco una piuma, uno strass o una macchia di leopardo) e si riparte per santa Croce in Gerusalemme: ogni tratto del cammino ripercorre una tappa del cammino che ha fatto Gesù la notte della sua passione e poi fino al Golgota. Certo non soffriamo come lui, ma magari un po’ di stanchezza – è già sorto il sole – si comincia a sentire. Da santa Croce si va a san Lorenzo fuori le mura, accanto al Verano (credo che molti di noi abbiano pensato anche a Chiara Corbella Petrillo) e tutto, come sempre quando si passa da un cimitero, assume una luce nuova: ci sentiamo più vivi, è una bella giornata, serena e tiepida e la colazione si avvicina. Padre Maurizio consiglia come tappa per qualche passeggiata il Verano, che peraltro è più pulito e ordinato del resto della città, per il potere che hanno i cimiteri di ristabilire le prospettive.

E’ il momento di dirigersi verso santa Maria Maggiore, per affidare alla Madre i nostri cuori e le grazie che vogliamo chiedere a Dio. Si attraversa dunque la stazione Termini: come sempre il momento più esilarante della giornata, con la gente che guarda basita , la bocca aperta e il trolley abbandonato inerte, questo sacerdote alto con la talare che canta  a squarciagola il Salve Regina e le litanie mariane e dietro di lui centinaia di persone che rispondono, di prima mattina. Spero che nessuno di quelli che ci ha filmato, praticamente tutti, diffonda il video, perché l’occhiaia a oltre dodici ore dall’ultima passata di correttore, dopo una notte in bianco, assume dimensioni preoccupanti.

Ecco, lo so che è impossibile raccontare quello che succede dentro ai cuori, la grazia che continua a sgorgare e a rendere diverso ogni gesto delle giornate a seguire (e se uno non spegne la grazia, dei mesi e degli anni), e la certezza di avere fatto un altro passo avanti verso la conoscenza dello Sposo che tutti noi che eravamo lì desideriamo conoscere. Lo so che non si può dire, che ho impoverito tutto, ma se avrò convinto almeno una sola persona a provare, il prossimo anno, ne sarà valsa la pena.

Un’ultima cosa: dovevo anche ringraziare Oratorium  per questo lavoro che fa per mettere a disposizione di tutti tanta bellezza. Così, gratis (5 euro per le cuffie, il ripetitore e il libretto delle preghiere che rimane ai pellegrini non credo coprano neppure le spese). Solo per amore di Dio, per amore della Chiesa e del suo deposito, per il desiderio di tramandarlo e condividerlo. Per il desiderio di formare una cordata di amici e fratelli verso il cielo. Ecco, è sempre brutto parlare di soldi, e se fossero per me non lo farei, ma volevo ricordare che tutte le risorse che ha Oratorium le investe per generare linfe vitali di bellezza e fede e cultura, per cui chi non sa a chi dare il suo cinque per mille, si ricordi che questa è una scelta davvero buona per tanta gente, ben oltre i confini della parrocchia o della città.

 

 

La preghiera di David

Costanza Miriano - Mar, 15/05/2018 - 12:16

Quando si hanno diciassette anni e si sta per morire di tumore si può essere arrabbiati, o disperati, oppure si può essere felici offrendo la propria sofferenza.

Ecco come, per chi e per cosa ha combattuto David Buggi, nella preghiera scritta da lui negli ultimi giorni.

Per Cristina, Alessandro Francesca, sor. Sara, Melody, Paola, Katerina e il ragazzo che ha smesso di fumare, Daniele, Marta e la sua famiglia, Chiara e la sua famiglia

Per Alessandro e Gabriele che crescano in Cristo

Per la gravidanza di Chiara

Per la mia salvezza nella vita eterna

Per la mia malattia

Per la conversione dei miei parenti e dei miei amici

Per la comunità

Per la conversione di Alessandra e Pamela

Per il Papa

Per i bambini morti di aborto e le loro madri

Per chi pecca contro la sessualità

Per chi è ingannato dal demonio

Per mio padre

Per Danila e Katia (lilli)

Per Danila UWH

Per Alessandro e Lorenzo Proia

Per tutti i giocatori di hockey nel peccato

Per chi bestemmia

Per zio

Per nonno

Per nonna Lorenza

Per i miei fratelli

Per l’omosessualità di X. e Y.

Per gli omosessuali in generale

Per gli LGBT

Per chi ce l’ha con la Chiesa

Per chi non ha il necessario per vivere

Per i miei fratelli bisognosi, aiutami a essere più caritatevole nei loro confronti e che possano avere il necessario

Aiutami a riconoscere il peccato e ad evitarlo

Aiutami a non avere paura della morte

Aiutami ad essere uno strumento nelle tue mami

Aiutami ad affidarmi a te

Aiutami ad amare veramente e pienamente con tutto me stesso Te e soprattutto il mio prossimo

Insegnami ad amare

Insegnami a non essere attaccato alle cose e soldi come tutti gli altri beni

Insegnami a portare la pace

Insegnami a convertire

Insegnami essere un figlio degno di Te

Insegnami a portare il Tuo Amore a chi mi circonda

Insegnami a crearmi tesori in cielo

Insegnami a far fruttare i talenti che mi hai donato

Insegnami a pregare, tanto e con gioia

Insegnami a non giudicare ma ad amare

Non permettere che mi arrabbi ma rendimi misericordioso come Gesù

Permettimi di amare tutti i miei fratelli, anche i miei nemici o le persone che mi faranno stare più male

Per tutti i sacerdoti, i consacrati, i missionari e chi si impegna per te

Per tutti i malati

Per chi si approfitta degli altri

Per chi traumatizza i bambini

Per chi non ha una casa

Per i miei fratelli persi

Perché Tu mi insegni ad essere umile

Per i miei amici, i compagni di scuola e tutti i coetanei poiché sai quanto possa essere difficile quest’età, aiutaci a rimanere presso di te e a non farci ingannare dal demonio

Per chi è ingannato da falsi idoli di tutti i generi

Per chi porta i miei fratelli lontano da te

Per i politici che possano creare società giusta e fare leggi che rispecchino la tua volontà

Per il mondo moderno che ti sta dimenticando e adora sempre più il demonio

Per chi crede in te aiutalo a non farsi ingannare e che possa partecipare pienamente al tuo amore

Affinché possa diventare santo

Perché tu mi impedisca di portare la gente al peccato soprattutto involontariamente

Perché possa fare la tua volontà

Perché possa compiere la vocazione che tu mi affiderai e possa compierla al meglio secondo la tua volontà

Perché Tu mi impedisca di farmi falsi idoli

Perché Tu sia sempre vicino a me

Perché possa riconoscere lo splendido disegno della mia vita

Perché Tu insieme alla Vergine Maria il mio angelo custode e tutti gli altri con i santi possiate proteggermi e condurmi verso il pieno compimento della tua volontà

Perché possa partecipare al tuo amore

Prendi tutte le sofferenze che passo durante la giornata, le affido a te per chi ne ha più bisogno

Donami lo Spirito

Perché possa sentire ogni giorno quanto mi ami e che questo amore mi infiammi il cuore e mi renda sempre più innamorato di te

Perché quella fiamma non si affievolisca

 

***

UN APPELLO

Poiché crediamo che la missione di David sia appena cominciata, e vogliamo aiutarlo a incontrare il cuore di più giovani possibile, poiché già ci stanno dicendo che mostreranno il suo video a giovani dall’altra parte del mondo, chiediamo a uomini e donne di buona volontà di tradurre le sue parole per poter mettere i sottotitoli, almeno in inglese e spagnolo per cominciare. Chi se la sente di fare quest’opera buona per cooperare all’evangelizzazione, per favore ci scriva al blog sposatiesiisottomessa@gmail.com (in modo che vi evitiamo di fare lo stesso lavoro in due o tre, perché nessuno sprechi tempo). Grazie da parte di David!

“La democrazia non si decide a maggioranza”, questo il nuovo scenario della finestra di Overton

Critica Scientifica - Mar, 15/05/2018 - 00:14

“La scienza non è democratica” dice Piero Angela parafrasando Burioni, mentre la LUISS pubblica un libro (una provocazione s’intende…) che ipotizza di togliere il diritto di voto a qualcuno. Insomma, la scienza (non democratica s’intende), potrebbe prendere il posto della democrazia, è la tecnocrazia che avanza.

“La scienza non è democratica” è in realtà una frase errata che nasconde una trappola, infatti si confonde volutamente la “scienza” con la “verità”, è infatti la verità a non essere democratica, la scienza che si voglia o no è invece proprio democratica in quanto saranno gli scienziati nella loro maggioranza ad accogliere, non tanto i risultati sperimentali, ma le interpretazioni degli stessi.

Kuhn teorizzava che le rivoluzioni scientifiche siano figlie della società del loro tempo, come è possibile quindi dire che la scienza non si decide a maggioranza? Ecco che allora appare chiaro che l’aver confuso (errore marchiano o cattiva fede, tertium non datur) la verità con la scienza, porta ad affermare che un sistema sociale e le sue convinzioni vengano confusi con la verità oggettiva, ecco quindi che il dissenso, che è la linfa vitale della democrazia, diventa ignoranza e viene emarginato, questa è l’essenza della tecnocrazia.

“La velocità della luce non si decide a maggioranza”, dice Angela, ma  qui commette un altro errore gravissimo, la velocità della luce non è una teoria scientifica ma una misurazione, e le misurazioni certamente non si decidono a maggioranza, ma lui da ad intendere che è la scienza a non essere decisa a maggioranza, confondendo appunto una misurazione con una teoria.

Allo stesso modo si vuole dare a intendere che le questioni su cui si esercita democraticamente il diritto di voto siano verità scientifiche e che quindi esistano voti buoni e voti cattivi e che chi vota male (perché ignorante) vada limitato nel suo esercizio. L’idea era stata lanciata all’indomani della Brexit, adesso prende sempre più una forma ufficiale, l’ennesima finestra di Overton è aperta, il panorama sta cambiando…

Se i dati sono oggettivi le loro interpretazioni sono l’essenza della scienza, e Piero Angela con queste affermazioni sulla ‘scienza non democratica’ non fa un buon servizio né alla scienza né alla democrazia.

 

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Intorpidire, intorbidare

Berlicche - Lun, 14/05/2018 - 23:04

Intorpidire e intorbidare. Siamo immersi in una melma gelida, che rende quasi impossibile vedere avanti. Lo sporco ci si appiccica addosso. Non sappiamo più neanche bene chi siamo. Se non sappiamo chi siamo, come possiamo fare del bene a noi stessi? Come facciamo a volerci bene? Se non vogliamo bene a noi stessi, non possiamo volerne agli altri. Se possiamo dare la morte a noi stessi, possiamo darla anche agli altri.
Come sarebbe bello se vedessimo questa semplice verità. Ma torpido e torbido è il nostro sguardo, il nostro presente. Accecati, pensiamo che la vita potrebbe non essere buona. Perché non vediamo più la vita. Perché ci si vuole far credere che la vita è come funziona, non quello che è.
Il nostro sguardo sfugge il reale. Indifferenti a ciò che è buono.

Come dei ciechi che non vogliono il miracolo.

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