Ultimi post da blog interessanti

I figli dei figli del ’68: meno rabbia, più disperazione

UCCR Online - Lun, 04/06/2018 - 16:59

 
 
 
di Gianfranco Morra*
*da Italia Oggi, 18/01/18

 

L’inquietante crescita della criminalità giovanile, da Napoli a Torino, è un fenomeno complesso, dovuto a molte cause e condizioni. Essa tuttavia può essere capita meglio se riferita ad un evento, del quale quest’anno ricorre il cinquantenari: la contestazione giovanile del 1968.

In quell’anno, l’Italia viveva in un clima di ricostruzione e di benessere, raggiunti non senza duri sacrifici dall’intera popolazione. La sua morale era ancora quella tradizionale, liberale per le classi colte e cattolica per le masse popolari. Nel corso della sua storia, l’Italia non aveva mai avuto una rivoluzione culturale o sociale. Nel ’68 accolse il grido di rivolta di Parigi e Berkeley. Per la prima volta, esplose una rivoluzione, di tipo antropologico, che mirava a rifiutare il «perbenismo» della società cristiana e borghese per reali

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È la famiglia a essere invisibile

Costanza Miriano - Lun, 04/06/2018 - 16:47

di Costanza Miriano

“Tiziano Ferro risponde al ministro contro le famiglie arcobaleno” – dice Vanity Fair – e chiede “solo di non essere invisibile”.

Allora. Innanzitutto il ministro Fontana non è contro le famiglie con due persone dello stesso sesso, solo, a una domanda fattagli al volo al telefono da una collega, ha semplicemente chiarito un dato di fatto: le famiglie “arcobaleno” (in realtà monocolore) non esistono perché neppure la legge Cirinnà osa definire famiglie due uomini e due donne che non possono generare la vita – li chiama “specifica formazione sociale ” – e non esistono neanche nella nostra legislazione perché le persone possono fare tutto quello che vogliono in privato ma non possono legalmente comprare bambini, affittare uteri e dichiararsi padri o madri di figli che non sono i loro (come non lo può fare nessuna persona anche eterosessuale che non sia unita stabilmente a una dell’altro sesso, e che non abbia superato un lungo iter grazie al quale un magistrato lo abbia valutato idoneo, e uno dei criteri di buon senso è che un bambino sia affidato a un padre e a una madre).

E’ un dato di fatto. Una notazione di cronaca. (E no, è una bufala che ci siano tanti bambini negli orfanotrofi e tanti generosi omosessuali pronti ad accoglierli, a cui vengono negati a causa di noi cattivoni: sono molte più le famiglie che attendono bambini, che i bambini in cerca di famiglia).

Comunque, Tiziano Ferro che chiede di non essere considerato invisibile è davvero esilarante. Il cantante che brilla dal palco di Sanremo e che dalle pagine di Vanity Fair dichiara la sua intenzione di avere un figlio “da solo”, il che vuol dire portarlo via a una madre, quindi che annuncia il suo desiderio di fare una cosa che è contro la ragionevolezza umana, l’amore per l’umanità e al momento anche contro la legge, e ha anche il coraggio di dire che si sente invisibile, è bellissimo.

I cosiddetti diritti delle persone che provano attrazione verso lo stesso sesso hanno negli ultimi anni occupato direi militarmente  l’agenda politica dei governi di tutta Europa, pur essendo innanzitutto richieste ideologiche che avevano il solo intento (come per esempio Lo Giudice ha ammesso, e come tutti sanno) di cambiare – per legge – il modo comune di percepire l’omosessualità. I diritti infatti – convivere, intestarsi le eredità, andarsi a trovare reciprocamente all’ospedale e in carcere e moltissimi altri – già c’erano, sono per tutte le persone conviventi indipendentemente dal sesso. Inoltre sono richieste che pur interessando meno dell’1% della popolazione – visto il flop delle unioni civili successivo alla legge Cirinnà – hanno dettato l’agenda politica per mesi e mesi, occupando il Parlamento e inducendo il governo a mettere la fiducia. Il problema è che le elezioni successive a queste operazioni ideologiche, servite ad ammantare di una tonalità progressista i governi di tutta Europa, hanno tutte bocciato i governi autori di dette riforme, come sanno bene Hollande, Cameron, Zapatero, Renzi. Quindi i diritti sono solo un vezzo delle sedicenti elites progressiste, e l’ultimo problema che hanno avuto in Europa le persone omosessuali è esattamente quello di essere invisibili.

E’ così poco virile lamentarsi e fare le vittime. Siate uomini, indipendentemente dalla vostra preferenza sessuale, e abbiate il coraggio di chiamare le cose col loro nome. Ditelo: “desidero tanto un figlio anche se non lo posso fare perché non ho rapporti con le donne. Lo desidero così tanto che sono pronto a pagare una donna perché produca degli ovuli e venga operata e me li venda. E poi sono pronto a pagarne un’altra perché faccia crescere un bambino dentro di sé, lo partorisca e me lo ceda senza poterlo allattare, baciare, accudire come pure è indispensabile al bambino”. Se questo scempio vi viene negato, non siete vittime, non è crudeltà, è legittima difesa.

Nel frattempo, mentre i governi di tutta Europa spendono la loro credibilità per obbedire ai diktat lgbt imposti dall’Europa – a Tirana campeggia una bandiera lgbt in piazza Skanderberg: ce lo chiede l’Europa come condizione per entrare, dicono gli albanesi – le famiglie sono penalizzate fiscalmente, tanto che sempre più coppie si separano per finta, per godere dei benefici fiscali, fanno sempre meno figli (non è principalmente un problema economico ma certo qualche aiuto gioverebbe) e quelli che ci sono non riescono a uscire fuori di casa per la disoccupazione e il costo degli immobili. Sono loro, le famiglie, le vere invisibili. E la cultura radical è nemica della famiglia per una complessa serie di motivi culturali ed economici, per cui si vuole a tutti i costi impedire che il nuovo governo se ne occupi. Qualunque cosa avesse detto Fontana, sarebbe partito il tiro al bersaglio.

Io volevo dire che ho percorso l’Italia in lungo e in largo negli ultimi anni, sono andata in provincia e nelle grandi città, al nord, al centro e al sud. Anche se io parlo solo di famiglia e della mia esperienza e di vita spirituale, quando partono le domande la gente mi chiede spessissimo spiegazioni sul gender ed è lì che partono gli applausi più vigorosi. La gente, le famiglie che portano carichi seri sulle loro spalle, a volte anche carichi enormi, non ne può più di questo birignao sui diritti e si sente lasciata sola. Invito i colleghi dei giornaloni a farsi un giro con me, qualche volta, a impolverarsi le scarpe e a fare l’una di notte ad ascoltare storie. Magari scoprono una cosa incredibile: la realtà.

 

«L’Inquisizione regno della tortura? Una fake news», così afferma la storica ebrea

UCCR Online - Lun, 04/06/2018 - 06:44

«L’immagine dell’Inquisizione romana come regno della tortura e del male vive ormai di vita propria, finendo per assomigliare a quelle fake news di cui oggi molto si parla». Così la storica ebrea Anna Foa, docente di Storia moderna presso l’Università La Sapienza di Roma. Un’altra specialista contro la leggenda nera, cioè la falsa vulgata anticattolica creata da illuministi e protestanti.

Il mainstream mediatico, ha riflettuto la Foa, ha erroneamente ritenuto che con l’apertura degli archivi centrali dell’ex Sant’Uffizio nel 1998, la Chiesa cattolica avrebbe preso finalmente atto del presunto carattere abominevole e sanguinario dell’Inquisizione, che nell’immaginario collettivo ancora rappresenta «il braccio armato dell

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I missionari cristiani? Un bene per il mondo, lo dice (anche) uno studio “laico”

UCCR Online - Dom, 03/06/2018 - 16:19

«Come ateo, cerco di fare delle scelte basate su prove e ragioni. Quindi, finché non saremo pronti a investire pesantemente nella medicina laica in l’Africa, suggerisco di lasciare che Dio faccia il suo lavoro». Così ha scritto, sul laicissimo Slate, nel 2014, l’antropologo americano Brian Palmer.

E’ la frase conclusiva di un’indagine sulla “medicina missionaria” e sui missionari cristiani, i quali «non traggono un personale profitto dal loro lavoro, sono pagati molto male, forse per nulla. Molti rischiano la vita». Essi, ha proseguito lo studioso, «sono di stanza in tutta l’Africa, negli avamposti rurali e nelle baraccopoli urbane. Invece di paracadutarsi durante le crisi, come fanno alcuni special

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Il Coraggio dell’uomo che piega i fucili

Costanza Miriano - Dom, 03/06/2018 - 00:01

di Sarah Numico  per Credere

È pacato e ostinato, innamorato di Dio e del Centrafrica, dove Dio lo ha portato nel 1992, e dove, da allora, vive e lavora senza risparmiarsi per arginare la povertà e per costruire la pace in un Paese che pace, da troppi anni, non trova. Ogni volta che lo incontro, padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano, cuneese d’origine, mi dona qualcosa: un calendario pieno di foto della sua gente, il suo libro appena uscito, una stoffa africana inzuppata di colori, i racconti del suo mondo, appassionati come quelli di una madre che non si stanca mai di parlare dei propri figli.

All’indomani dell’attacco del 1 maggio scorso alla chiesa di Fatima a Bangui, degli scontri che ne sono succeduti e che hanno lasciato 16 morti e troppi feriti, non si può non parlare di questo: “La pace è ancora molto lontana”, dice rattristato p. Aurelio. Il Centrafrica è stremato da una storia fatta di colpi di stato e un presente deciso dalla violenza delle milizie e dei gruppi armati che come funghi nascono per spartirsi il potere e un bottino tutto sommato misero. La situazione nella capitale “è più tranquilla perché lì l’Onu ha investito molto”, con Caschi blu e forze Minusca sempre presenti; ma il resto del Paese, che non interessa quasi a nessuno, nemmeno al governo attuale, è per più dell’80% in mano a gruppi ribelli”.

Non ha mai peli sulla lingua p. Aurelio: il governo di Faustin Touadera democraticamente eletto nel 2016 non ha “abbastanza forza per imporre degli accordi” con  i ribelli che, nonostante i cessate il fuoco, “rimangono sul territorio, lo controllano con le loro barriere, uccidono e vivono di criminalità”. Nemmeno i Caschi blu e forze della Minusca, che succhiano risorse ingenti, “sono stati per ora in grado di mettere in campo una strategia” per imporre il disarmo e aprire una prospettiva di pace. Effimeri appaiono oggi anche “gli accordi di pace sostenuti dall’Unione Africana e da Sant’Egidio”. “Le strade per uscire sono molte e sono tutte difficili”, dice padre Aurelio che quando si sono verificati gli scontri del 1 maggio era già in Italia, per un periodo di riposo.

La priorità per lui e la Chiesa in Centrafrica è il “lavoro, che continuiamo a fare, di riflessione e di formazione: è un lavoro di lungo periodo”; ma “ci vuole qualcosa di concreto adesso” perché la situazione non ritorni nel baratro del 2013 quando era scoppiata la guerra civile tra milizie Seleka e anti-Balaka, e quando p. Aurelio, oltre ad occuparsi di dare acqua, cibo e un tetto alle migliaia di rifugiati che si erano riversati nella missione a Bozoum, aveva portato avanti in prima persona un processo di mediazione tra le milizie di ribelli. Per questo lo avevano persino soprannominato “l’uomo che piega i fucili”. Perché ci deve stare un missionario lì in mezzo? Perché “la Parola di Dio ha un messaggio di liberazione, che va in profondità”; perché “abbiamo un impegno formativo”, perché bisogna “cercare di rendere la gente attenta ai problemi, ed evitare che si lasci guidare dalla voglia di vendetta”.

A Bozoum si parla il più possibile di perdono e di riconciliazione: “funziona ed è molto sentito: una delle cose che mi dicono più in confessione riguarda proprio questo”. P. Aurelio non se ne è mai andato, nonostante i rischi personali, perché c’è da portare avanti la commissione “Gustizia e pace” e la Caritas, che “lavorano molto per aiutare tutti e per insegnare ad aiutare tutti”. La Chiesa è l’unico luogo di rifugio e di sicurezza: “anche se non sempre riesce a soddisfare tutti i bisogni, tutti sanno che la Chiesa è sempre aperta a tutti, come lo è stata negli anni della guerra civile”. Resta lì, tra la sua gente, perché poi capita che arrivano “due balordi con un mitra che distruggono tutto in pochissimo tempo”, e bisogna ricominciare. La speranza sta nel fatto che “i nostri giovani su certe cose hanno idee molto chiare e la gente inizia a capire che se si vuole un Centrafrica nuovo c’è tanto da cambiare”.

Nelle sue giornate a Bozoum ci sono anche le responsabilità delle scuole della missione, che accolgono ogni giorno 1500 studenti, e dei villaggi vicini (altri 2500 virgulti centrafricani): è particolarmente fiero del “metodo che abbiamo inventato per l’insegnamento della lingua nazionale nelle prime classi elementari. Adesso il governo ci sta pregando di allargare l’esperienza al Paese”. Poi c’è l’attività nei dispensari, il progetto sull’aids e quello per le mamme incinte. E ancora: “Ci occupiamo del settore agricolo: formazione alle nuove tecniche di coltivazione e creazione di spazi di vendita.

Il fiore all’occhiello di questo lavoro sono le fiere a Bozoum e Bouar: uno spazio annuale per la gente della regione in cui “vendere i prodotti e stare in serenità”. “Quest’anno siamo arrivati a 90 mila dollari di vendite”. E il reddito pro capite in Centrafrica è di 400 dollari l’anno. La rinascita economica ha permesso anche di dare vita a una Cassa di Risparmio (5 sportelli tra Bozoum e i villaggi vicini). Oltre all’ordinario, nei prossimi mesi nascerà una radio comunitaria e poi ci sono “le scuole da allargare”. Nonostante tutto questo fiume di attività, che p. Aurelio elenca con la semplicità di chi spiega gli ingredienti di una ricetta, è nato anche un libro, che raccoglie le pagine del diario che dal 2011 tiene regolarmente su un blog. “Coraggio”, s’intitola il volume, parola che ama spesso ripetere. In quelle pagine c’è la “vita” del Centrafrica, la “bellezza della vita missionaria e del lavoro nel Paese” nonostante tutto; perché “accanto al nostro piccolo lavoro e al nostro operare c’è la grande opera di Dio che fa fruttificare”.

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La trasfusione di sangue di Papa Innocenzo VIII

Una penna spuntata - Sab, 02/06/2018 - 16:19

Si ha un bel dire che chi crede alla vita eterna non deve aver paura di affrontare la morte. In linea teorica, tutti d’accordo; quando però ti trovi davanti un medico che ti dà non più di tot. mesi di vita… ehm. Immagino che, in quel frangente, la vita in questa valle di lacrime cominci tutto sommato a non sembrarti poi così male.
Proprio per questo non fatico a comprendere l’umana reazione di Papa Innocenzo VIII di fronte a una prognosi di morte certa: così drammatica nei suoi esiti; così spontanea nella sua semplicità.

Nato da una illustre famiglia genovese, Gian Battista Cybo sale al soglio pontificio il 29 agosto 1484. I maligni dicono che i cardinali elettori abbiano deciso di puntare su di lui per uscire da una situazione di stallo che stava spaccando in due il conclave, incapace di esprimere una preferenza tra due papabili. E così, come nel proverbio, tra i due litiganti ha goduto il terzo: e cioè, appunto, il nostro amico Gian Battista, selezionato col criterio di mandare al soglio di Pietro un cardinale malconcio, che… togliesse il disturbo quanto prima. Gian Battista Cybo, all’epoca del conclave, era poco più che cinquantenne: non anziano, dunque, ma notoriamente cagionevole (e, oltretutto, debole anche nello spirito. Un suo contemporaneo lo definì un uomo adatto più ad essere consigliato che a comandare).

Sennonché, con buona pace dei cardinali elettori, papa Innocenzo VIII non fu così rapido a morire. Vittima di violentissimi attacchi febbrili, causati forse da una malaria recidivante, il papa genovese fu dato per spacciato già a pochi mesi dalla sua elezione… ma, in realtà, tirò avanti per otto anni, medicalizzato da un vasto stuolo di archiatri pontifici che si alternavano attorno al suo letto. Sorpresa delle sorprese, alcuni di essi non erano nemmeno di religione cattolica: nel disperato tentativo di trovare una cura, Innocenzo VIII “osò” ciò che per altri papi sarebbe stato un tabù, e cioè mettersi nelle mani di medici di religione ebraica. “Egli era convinto”, spiega Bucardo, cronista di curia, “che la grande malvagità degli Ebrei conferisse loro la chiave d’una arcana sapienza che i medici Cristiani non possedevano”.

Sarà un caso? O sarà forse che – come osservarono i contemporanei – solo un medico giudeo avrebbe ardito usare il papa come cavia umana per una terapia sperimentale mai provata fino ad allora?
In ogni caso, un medico giudeo osò. E, di fronte a un improvviso aggravarsi di papa Innocenzo VIII, tentò il tutto e per tutto con un’operazione folle e disperatissima.

Inizia qui una delle pagine più affascinanti per gli appassionati di Storia della Medicina, e, francamente, più disturbanti per il cattolico che si diletta di Storia. Sì: perché nell’aprile 1492 ebbe luogo, nei palazzi pontifici, quella che è forse la prima trasfusione di sangue di cui la Storia abbia una memoria.

“La prima trasfusione di sangue della Storia”, oh wow: c’è di che mandare in solluchero i cultori della scienza medica!
Sennonché, io provo sempre un vago senso di disagio quando penso all’episodio che sto per descrivervi… perché sì, ok, evviva la sperimentazione, ma se le trasfusioni di sangue non erano mai state tentate fino ad allora, una ragione c’era. Erano dannatamente pericolose.   

Tralasciando quel trascurabile dettaglio dei gruppi sanguigni e della non compatibilità tra gruppi diversi (conoscenze, ovviamente, non note a quell’epoca), il vagheggiamento di poter prendere del sangue da corpi giovani e sani e infonderne l’energia vitale in corpi decrepiti prossimi alla morte aveva affascinato generazioni di scienzati. Nel trattato De medicina, il medico romano Celso sosteneva persino di aver visto uomini malati riguadagnare improvvisamente la salute dopo aver bevuto (?!) il sangue di gladiatori uccisi.
Eppure eppure eppure, si trattava d’una cura incredibilmente pericolosa, e dagli esiti drammaticamente incerti. Ben lungi dal potersi affidare a volenterosi donatori di sangue iscritti all’AVIS, gli archiatri pontifici dovettero andarli a cercare tra i più poveri vicoli romani, tre ragazzini che fossero disposti a donare il loro sangue al vicario di Cristo in terra. E neppure una generica promessa di onori e riconoscenza dovette essere sufficiente a convincere quei giovani disperati: il papa dovette promettere loro un ducato a testa (cifra niente affatto trascurabile, per quell’epoca), pur di farli acconsentire.

Con crudo realismo, il Bucardo descrive in questi termini il disperato intervento medico:

Il dottore disse che era pronto a cominciare. Si inginocchiò, e così entrò nella camera da letto del papa; quindi, con mano tremante, salassò il pontefice.
Il primo dei tre giovani fu fatto entrare, e, con diretto trasferimento, il sangue passò da lui al papa.
La stanza puzzava per l’odore del sangue, che colava sulle coperte e giù dallo scendiletto fino sul pavimento. Venne poi chiamato il secondo giovane, e infine il terzo: ben presto, tutti e tre giacevano morti nell’anticamera. Dalle loro mani rattrappite fu ripreso il denaro.

Cosa determinò la morte dei tre sfortunati donatori? Forse un dissanguamento, forse una bolla d’aria introdottasi nelle vene; forse – come non mancarono di suggerire, ovviamente, i contemporanei – un preciso intento omicida del medico ebreo, che infatti fuggì da Roma dopo i suoi tentativi non andati a buon fine. Alcuni storici si spingono addirittura a dare un nome a questo archiatra (sarebbe un certo Abraham Myere de Balmes), altri vanno nella direzione radicalmente opposta ipotizzando che questa intera vicenda sia null’altro che una leggenda nera di matrice antisemita (o antipapista): le cronache di questa emotrasfusione sono sì numerosissime, ma nessuna è di prima mano, scritta cioè da un testimone oculare.

Sarà quel che sarà: in ogni caso, il disperato tentativo non andò a buon fine. Papa Innocenzo VIII cessò di vivere il 25 aprile 1492. Aveva sessant’anni.

La vita degli uomini

Berlicche - Ven, 01/06/2018 - 23:55

Oggi è l’ultimo giorno di scuola di mio figlio. Il prossimo mese maturità, poi il resto della vita.
Inevitabilmente la mente torna al me stesso di anni fa, a quei medesimi giorni tanto lontani, così ancora vicini.
Certamente non mi immaginavo lui. Non immaginavo neanche la mia, di vita.

Come fai a far capire che capisci? Che ricordi quanto eri scemo, arrogante, di quante idee fesse e capite poco avevi in testa?
E nello stesso tempo quella voglia di fare, di essere, di cambiare che si scontrava frontalmente con il proprio limite.
Quanto sapevo, e quanto pensavo di sapere.
Oggi, non sono così diverso. Eppure so di essere cambiato, poco per volta di avere capito tanto. E tanto ho dimenticato.
Mi rivedo in mio figlio, così differente eppure così simile. Impegnato con ardore a commettere i miei stessi errori e sbagli nuovi. Non posso impedirglielo.

Non so che ne sarà di lui. Se i semi seminati spunteranno, o saranno soffocati dai rovi. Se la scultura abbozzata, informe, a tratti orrenda e meravigliosa che è adesso si levigherà, si definirà per diventare qualcosa di bello a vedersi. Non ciò che desideravo, certamente non ciò che desideravo, ma è tutto messo in conto, e compreso, e perdonato.

E’ questa la vita degli uomini.

Riccardo Paracchini, o della Trasfigurazione

Costanza Miriano - Ven, 01/06/2018 - 08:49

di Sergio Mandelli

L’Italia (ma si potrebbe dire l’Europa, il mondo) è divisa, culturalmente parlando, grossomodo in due.
Da una parte ci sono i santoni del laicismo, sempre presenti, onnipresenti, su giornali, televisioni, radio, università, redazioni, ovunque. I vari savianolittizzettoscalfari serragalimbertimarzanoeccetera, scritti tutti di seguito perché, più o meno, dicono tutti le stesse cose e li trovi dappertutto.
Poi ci sono i cattolici.


Fra i due mondi c’è una cesura netta, nel senso che i cattolici sanno benissimo che cosa dicono i precedenti “pensatori”, mentre questi non sanno nulla, ma proprio nulla, del mondo cattolico, salvo pochi, invariabili, stantii pregiudizi; conosco molto bene entrambi i mondi (per i quali provo uguale affetto, perché si possono detestare le idee, ma non le persone), visto che li ho frequentati, e so cosa dico.
Però, devo essere sincero, alla gente che considera come intellettuali di riferimento un Galimberti – o persino un Saviano, mioddio! – , io mi sento di dire, scusate, ma sono abituato troppo bene; dopo aver ascoltato una conferenza di Padre Giuseppe Barzaghi, i primi due mi sembrano pane raffermo e scipito, senza sale, nutriente, forse, ma senza gusto, senza sapore.
E se da una parte mi propongono un trio femminile tipo Marzano, Concia, Bonino (e perché no Boldrini, Murgia, Cirinnà), io replico, così, tanto per riferirmi a persone che frequento su Facebook, con Costanza Miriano Silvana De Mari e Paola Bonzi.
State tranquilli, se non le conoscete, non vanno in televisione, non ce le fanno andare.
Ma vi assicuro che, se le leggete, senza fermarvi ai (pochi) titoli scandalistici dei soliti giornali, vi accorgete di essere in presenza di gente tosta, in gamba, divertente, sapiente. E poi, per quanto riguarda Paola Bonzi, ci sarebbe da aprire una parentesi enorme tutta solo per lei: è una che da sola, con pochissimi mezzi, ma con grande amore, ha convinto 21000 donne ad non abortire; ciò significa avere 21000 bambine e bambini in più in Italia, una piccola città, e 21000 donne felici. Se in televisione e in parlamento ci fosse andata lei invece della Bonino, non avremmo problemi demografici, in Italia.
E poi che dire dei Mienmiuaif, coppia di giovani sposi capaci di dedicare canzoni a Santa Teresa di Lisieux, a San Leopoldo e a Radio Maria: se essere trasgressivi vuol dire fare cose che gli altri non fanno, allora questi due sono addirittura osceni!

Questa premessa, magari un po’ lunga, è doverosa per introdurre l’artista che sono andato a trovare recentemente in studio, Riccardo Paracchini.
Riccardo è un artista dal curriculum di tutto rispetto, avendo fondato, insieme a Luca Scarabelli, anni fa, una piccola, preziosa rivista d’arte chiamata Vegetali Ignoti, dove sono state ospitate (e dove si è parlato di) alcune delle migliori esperienze artistiche degli anni novanta.
La sua carriera d’artista ha sempre preso in considerazione l’aspetto della mistica: i suoi lavori degli anni novanta, che coinvolgevano pittura e ambiente, già erano dedicati a San Francesco, Santa Chiara e a Teresa di Lisieux (sì, ancora lei).
Io, invece, sono stato attratto da alcuni dipinti recenti che ho scoperto in rete e che trovo incantevoli.
Sono figure sacre, madri con bambino, sacre famiglie, ma soprattutto angeli.
Infatti, negli ultimi anni, la sua biografia ha conosciuto una presenza sempre più forte della fede, che lui ha raccontato in forma di fiaba o di racconto. In particolare ha approfondito il mistero della Chiesa, e ha indagato il senso di appartenenza a questa strana associazione, nata da dodici autentici cialtroni (gli apostoli), che però è stata, ed è tuttora, in grado di fare cose impossibili per chiunque altro.
Ora, che sia cattolico, e convinto, Paracchini non ha nemmeno bisogno di dirlo, e non fa nulla per nasconderlo, anzi.

E’ uno che è stato capace di fare una indagine a tappeto su tutto il territorio nazionale per raccogliere quante più litanie possibili dedicate alla Vergine Maria, e di pubblicarle tutte, inframmezzate da splendide immagini della stessa Madonna provenienti dalla tradizione, in una invocazione che accompagna il nostro cammino esistenziale, giorno dopo giorno.
Una prelibatezza per raffinati intenditori.
Ovviamente, lui sa benissimo che, nel mondo dell’arte contemporanea, dichiararsi cattolici vuol dire scontare parecchi pregiudizi e oggettive difficoltà di collocazione nel mercato: ma lui è fatto così, cosa ci volete fare. I cattolici, se sono convinti, non c’è niente che li faccia tacere, hanno bisogno di parlare, di dire, di testimoniare, di raccontare…
E cosa ci racconta Paracchini?
Ci racconta la Trasfigurazione, né più né meno.
Ossia, prende dei rotocalchi e poi ci dipinge sopra, trasformando figure di modelle seducenti e modelli prestanti in angeli e santi.
Oppure sono semplici foto di gente comune, oppure ancora (attività per la quale ha costantemente delle richieste) di persone che vogliono essere “trasformate” da lui.
Quello che ci dice, in queste delicatissime opere, è che se Gesù si è trasfigurato, la stessa cosa può capitare ad ognuno di noi, quando incontriamo la Grazia.
Perché, a suo parere, e secondo il parere di qualche milione di persone, l’incontro con Dio ci fa diversi, più disponibili verso il prossimo, più sereni, più teneri, più attenti. Persino più felici.
E questo, Paracchini, lo racconta con uno stile scarno, pudico, immediato. Forse non c’è bisogno di scomodare Beato Angelico, per la sua delicatezza, e Matisse, per le tinte piatte e l’apparente semplicità della composizione, o forse sì.
Fatto sta che queste immagini mi hanno incantato, e ve le voglio proporre.
Perché uno che dipinge così, con tutto quello che ha studiato, o è un matto o è uno che si sta avvicinando alla santità. E, a mio parere, vale la pena dedicargli qualche minuto di attenzione. Può darsi che non vi piaccia.
Ma, magari, vi trasfigurate pure voi.

fonte: facebook

 

La tempesta

Berlicche - Ven, 01/06/2018 - 00:29

Stamattina sono per la campagna. Ieri una tempesta ha scavato un solco di devastazione al mio paese; ma, grazie al cielo, qui non siamo in America e le case sono di solida muratura. Si è limitata a fare strage di tetti, di alberi, di cartelli stradali. Le mie piante carnivore, pur protette da un metro e mezzo di balcone, sono state lapidate dalla grandine, di cui ho trovato ancora i vasi pieni; le delicate trappole delle sarracenie fatte a pezzi, le dionee chiuse, serrate come bocche taciturne. Ho passato la serata a levar acqua dalla cantina, poi stamattina mi sono messo gli stivali e sono andato a verificare i danni nei campi.

Mentre procedo sul terreno allagato, ancora zuppo d’acqua, non posso fare a meno di notare quanto rigogliosa sia la vegetazione. E’ un mese che piove quasi tutti i giorni, e se a noi uomini può venire a noia le piante sembrano gradire. L’erba alta e fradicia mi bagna fino alla cintola; dagli alberi cade qualche gocciolone. Le rane cantano allegre, per loro è il paese delle meraviglie; in alto, uno sparviero se ne sta immobile a mezz’aria adocchiando una preda. Qui la grandine ha colpito poco o niente; appena qualche ramo spezzato, qualche foglia morsicata dal ghiaccio.

La natura attorno me prospera indifferente. Il diluvio di ieri è alle spalle, gli steli piegati si stanno raddrizzando. Gli alberi divelti saranno sostituiti, altri andranno al loro posto, perché la tempesta è il modo con cui il foglio viene cancellato, pronto per essere riscritto con parole diverse, calligrafia uguale. Lo ieri è memoria che scompare come l’acqua che rifluisce dai fossi. Gracida la campagna. Già gli insetti laboriosi ronzano per l’aria chiara, ancora ebbra di pioggia e vento, e fresca e nuova come solo le mattine di primavera sanno essere.

Niente di sacro

Berlicche - Mer, 30/05/2018 - 23:41

Fa quasi tenerezza vedere i superstiti esponenti del laicismo cercare una risposta al problema del male. Fanno di tutto per dimenticare la risposta cristiana, scegliendo di ignorare cosa dice veramente, e giocano con i soliti, vecchissimi concetti cercando di farli passare per nuovi.

(…) Se Dio, che è fonte del bene, non c’è, «tutto è permesso» (Dostoevskij) e si apre quindi il baratro del nichilismo etico (Nietzsche: la «morte di Dio»).
Ma l’aporia è superata, se al creazionismo teologico, razionalmente indimostrabile (Kant), e spesso antiscientifico (il «Disegno Intelligente»), si sostituisce l’idea filosofico-scientifica dell’autarchia sia della natura (Democrito e fisica moderna), sia dei suoi processi bio-evolutivi (Darwin e neodarwiniani), compreso quello che porta alla comparsa di
Homo sapiens.

Michele Martelli, “Il relativismo plausibile

Al di là dei paroloni, (“un relativismo storico e costruttivo, non distruttivo e nichilistico”), rimane la solita sbobba: “sarete come Dio”, ammantandovi di valori decisi di volta in volta a seconda della convenienza. Il suggerimento del serpente. La vecchia risposta.

Friedrich Nietzsche ci aveva avvisato: una volta rifiutato Dio, quello che ci aspetta in questa nostra era postcristiana è l’inversione dei concetti di bene e male. Umiltà, obbedienza, rinuncia personale, tutto ciò che era un tempo pensato come buono e giusto è stato sostituito dall’imporre il proprio volere, soddisfare le proprie voglie, schiacciare il debole, scacciare pensieri di una vita dopo la morte, vivere l’istante: le nuove virtù. Il Superuomo, l’opposto del Santo.

Un Superuomo che intende perseguire «la virtù della laicità» e della tolleranza, per cui nessun valore è «sacro» e indiscutibile. E quindi, non avendo niente di sacro, ti distruggerà se appena gli conviene.

L’abbiamo visto all’opera: l’aborto come diritto, l’eliminazione del bambino malato per il suo stesso bene, uomini che muoiono soli e disperati perché non esiste più una famiglia che stia loro accanto. Chi vogliono prendere in giro? Hanno gli stessi occhi del serpente. Quando parlano, lo si sente ridere.

Così può capitare che anche la Chiesa sia tentata. “Non credo nel dogma, credo nell’amore”, come se il dogma fosse diverso da una formulazione dell’amore. Come se negarlo fosse amore, e non egoismo travestito.
Il Signore ha affermato che divorziare e risposarsi è adulterio. Non è mancanza di misericordia affermarlo, non si è rigidi, poco accoglienti. E’ invece ricordare ciò che è vero: cioè che qualcosa di sacro esiste. E’ il ricordare che non siamo superuomini, al di là del bene e del male. Che l’essere felici passa proprio nel seguire la verità.

Cioè nel non peccare, ovvero mirare a quel bene che esiste e non a ciò che più ci è comodo. Come possono i nostri peccati essere perdonati se non c’è niente di cui essere perdonati? Se la Cristologia è derubricata a “Hey, amico!”, se il cristianesimo sociale è ostaggio di destra e sinistra invece che essere una presenza originale, se la teologia è dimenticata, ridicolizzata e trasformata in fetido moralismo, ci si può domandare dove siano finiti venti secoli di cristianesimo. Come se si fosse sbagliato tutto, prima, e ora occorresse inseguire quel superuomo opportunista; come fossimo servi che cercano di rendersi utili ad un nuovo padrone. Come se anche dentro la Chiesa si fosse realizzata l’inversione dei valori. E i suoi appartenenti preferiscano tacere di fronte al male, strattonati tra ciò che è sempre stato vero e ciò che il mondo asserisce. Quanti silenzi, o parole inopportune, di fronte alle scelte di nazioni, di giudici, di poveracci persi nel loro peccato.
Come se l’ortodossia fosse diventata la sintesi di tutte le eresie.

Eppure, se abbiamo davvero quella fede che fu di tanti prima di noi, non possiamo non sapere che i trionfatori di oggi saranno gli sconfitti di domani, e che quanti hanno scelto il silenzio rimarranno nel silenzio. Se anche la persecuzione verrà ancora, perché i superuomini non sopportano di sentirsi dire che sono anche loro uomini, non dovremo lamentarci, o gloriarcene.

Perché noi sappiamo che quanto è sacro, sacro davvero, rimane.

Cliccare sull’immagine per vederla meglio
Prima vignetta: “In non credo più nell’etica”
Seconda vignetta: “Per quanto mi riguarda, il fine giustifica i mezzi”
Terza vignetta: “Afferra quello che puoi mentre ti va bene, questo è quello che dico! Il diritto è nella forza! I vincitori scrivono i libri di storia!”
Quarta vignetta: “E’ un mondo cane-mangia-cane, così farò quello che voglio e lascerò siano gli altri a discutere se sia “giusto” o no.”
Quinta vignetta: <spinta> HEYY!
Sesta vignetta: Calvin – “PERCHE’ L’HAI FATTO?” Hobbes – “Eri sulla mia strada, ora non ci sei più. Il fine giustifica i mezzi.”
Settima vignetta: Calvin – “Non intendevo per tutti quanti, cretino! Solo per me!” Hobbes – “Ahh…”

Politica dei debiti

Nihil Alieno - Mer, 30/05/2018 - 13:34

Si moltiplicano in questi giorni gli interventi dei genitori in relazione ai risultati di profitto dei propri figli, tesi a evitare l’attribuzione di debiti, con motivazioni più o meno ragionevoli. Tali interventi sono graditi, dal momento che tutto viene tenuto presente e può diventare un elemento utile per la valutazione da parte del Consiglio di classe, ma naturalmente influiscono solo in minima parte su detta valutazione.

Infatti NESSUNO vuole i debiti MA i debiti devono essere dati. Per il bene, anche se amaro, dei ragazzi stessi.

I ragazzi davanti al debito  si arrabbiano, soffrono, si deprimono ma volere loro bene non vuol dire cercare di ripararli sempre da ogni esperienza negativa e  MAI volerli riparare dalle conseguenze delle loro scelte. Studiare è il loro dovere.

I docenti non assegnano i debiti agli alunni meno belli, meno simpatici, meno pucciosi, o meno valenti. Il debito non è una attestazione di antipatia: significa che il ragazzo non ha (ancora) le competenze attese e che è necessario un lavoro ulteriore. Siccome tali competenze sono importanti, c’è una verifica da superare. Tutto qui. Non è una maledizione, non è uno stigma sociale, non è una condanna a morte. E’ un debito scolastico.

A volte, seppure il profitto non sia pienamente sufficiente, il Consiglio decide di non dare il debito, ma quello che chiamiamo un “finto debito”, vale a dire un lavoro suppletivo da fare durante l’estate la cui verifica a settembre è informale. Questo se a) le carenze non sono oggettivamente gravi b) il Consiglio può avere la certezza che l’alunno si impegnerà davvero a colmare le lacune durante l’estate e la famiglia offrirà comunque il supporto necessario. Se questo non accade, il finto debito si trasformerà fatalmente in debito l’anno successivo.

Infine, se vostro figlio/a è insufficiente in UNA SOLA materia, vi assicurò che avrà il debito in UNA SOLA materia. I debiti, infatti, a differenza dei parrocchetti, possono stare benissimo da soli; non devono, come i carabinieri o le suore prima del Concilio, viaggiare necessariamente in coppia…

Strano ma vero

Berlicche - Mar, 29/05/2018 - 23:28

Certo, è proprio strano. Uno pensa, è indotto a pensare, che la scienza tenda a sfatare tutti quelli che un libro di scuola di mia figlia chiama “miti della creazione”. Che so, l’immagine di un Dio che dice “sia la luce!” e pof! ecco l’universo. Con tutto il seguito della Genesi appresso. Poi un bel giorno uno scienziato salta fuori con una teoria come quella del Big Bang e, accidenti, funziona, sembra corrispondere ai dati; se non fosse per la sua imbarazzante somiglianza con quel Pof! sarebbe veramente magnifica.

Poi però uno pensa agli esseri viventi e si dice: hey, qui abbiamo Darwin, non si scherza, è tutto assodato. Altro che polvere e costole.
Uh, certo, anche qui ci sono alcuni problemi imbarazzanti. Questa benedetta vita, non si è mai riusciti ad andare neanche vicino a crearla artificialmente. Per quanti fulmini si siano scagliati in brodaglie primordiali, le molecole rimangono ostinatamente morte. La cellula, nella sua configurazione più semplice, è così complessa che non si capisce proprio come sia potuta sorgere per caso, così.

E poi ci sono questi studi recenti. Voi sapete che il DNA è composto di quattro tipi di molecole accoppiate. Gli uomini ne hanno circa tre miliardi raggruppate in 20.000 geni.
Ma tutti gli animali hanno anche del DNA nei mitocondri, che sono in un certo senso la centrale enegetica delle cellule. Nei mitocondri ci sono 37 geni e uno di questi, chiamato “COI”, è stato scoperto essere molto utile per catalogare le specie di viventi. Esso è una sorta di “codice a barre”: indica con ottima precisione quando una specie differisce da un’altra.

E qui gli studiosi hanno fatto una serie di scoperte sorprendenti. Intanto, che l’idea che più una specie è diffusa e numerosa più è diversa geneticamente, come il darwinismo esigerebbe, è falsa. Tutte le specie, grandi o piccole, hanno grosso modo lo stesso grado di diversità genetica. Inoltre i confini di ciascuna specie sono ben definiti: tra una e l’altra c’è poco o niente. Manca insomma quella fluidità prevista dalla teoria dell’evoluzione, mentre ci sono blocchi di viventi ben distinti con poca diversità tra loro. E qui giunge un’altra notizia inaspettata: la stragrande maggioranza delle specie viventi, nove su dieci, ha grosso modo la stessa età, cento-duecentomila anni, come si può dedurre appunto da questa varianza.

Ovviamente, per spiegare il collo di bottiglia ci possono essere un sacco di teorie. Ere glaciali, virus, catastrofi varie. Eppure uno non riesce a togliersi l’impressione che forse questo intoccabile darwinismo non sia poi così certo come ci vogliono fare credere. E, chiaro, pensare che un così gran numero delle specie che popolano la Terra sia apparso così, quasi da un giorno all’altro…
Ci deve essere un’altra spiegazione. DEVE esserci, vero?

La libertà di dire la verità

Costanza Miriano - Mar, 29/05/2018 - 13:24


di Costanza Miriano

Domenica scorsa correvo lungo la Cristoforo Colombo, in un tratto ero parallela al percorso del Giro d’Italia, e invidiavo i ciclisti perché almeno la loro strada, immaginavo, sarebbe stata liscissima, a differenza della parte su cui potevo correre io. Nessuna rabbia, ormai: le buche sono parte del panorama romano, così come i cartelloni del Gay Village di Roma che decoravano tutti gli autobus che mi hanno affiancata. Nessun fastidio, solo noia.

Non mi è mai venuto in mente che fosse sensato chiedere la rimozione di uno di quegli innocui manifesti, trasgressivi come un tinello che sa di minestrone o una pubblicità del centro bricolage (ben 60 like su facebook il pezzo più letto tra quelli che annunciano l’apertura della festa paesana al Testaccio). Non credo che chiederei mai la rimozione di un manifesto che non contenga offese o insulti o minacce a qualcuno, perché penso che niente di quello che viene da fuori ci possa danneggiare. Il problema è sempre quello che abbiamo dentro. Ci danno fastidio solo le cose che risuonano con il nostro mondo interiore, con il male che abbiamo dentro.

Ecco, io non capisco come sia possibile in un paese in cui vige la libertà di espressione – fatta salva la calunnia e la diffamazione – il Comune di Roma possa far rimuovere un manifesto che fa vedere un bambino nella pancia della mamma, a 11 settimane. Appellandosi a quale legge? Non c’era un’immagine di nudo, non un’offesa, neanche un’accusa alle donne, cose orribili tipo “assassine”: semplicemente “tu sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”. Cioè, un dato di fatto, secco. Una notazione direi cronachistica, valida per quasi tutti noi che siamo al mondo tranne rari casi tipo Gianna Jessen, di aborti fortunatamente non riusciti).

Ora, io posso anche capire le posizioni di chi sostiene che non è questo il modo per convincere una donna a non abortire, che è necessario parlare della bellezza della vita eccetera eccetera (Sinceramente non credo che una donna in difficoltà se vede una foto dei miei figli sorridenti abbandona l’idea di abortire, non lo so, magari mi sbaglio.). Comunque non stiamo sindacando sulla bellezza o bruttezza di un manifesto. Stiamo parlando di una cosa gravissima, cioè la libertà di espressione. Stiamo parlando di leggi dello stato contravvenute. Stiamo parlando di democrazia. Non è che tutti i manifesti debbano superare test che valutino impatto comunicativo, artistico e delicatezza nel messaggio, no? Immagino, perché credo che certe signore non starebbero cosce all’aria davanti agli asili, altrimenti. I manifesti devono rispettare la legge, anche quando vogliono mettere in risalto i limiti di una norma dello Stato, purché lo facciano rispettosamente.

La verità è che alle donne viene detto che quello nel loro grembo è un grumo di cellule, e, se invece poi scoprono che quello che Emma Bonino aspirava con la pompa di biciletta era un bambino col cuore che batteva e la testa e i piedini, stanno male, se lo hanno ucciso. Ma non stanno male per colpa di quei cattivi di ProVita, stanno male per quello che hanno fatto, nella maggior parte dei casi senza rendersene conto, quindi essendo anche loro vittime di una bugia. Il grande genocidio infatti in Italia (come dappertutto) ha avuto inizio con una enorme, gigantesca notizia falsa, quella della diossina di Seveso e delle malformazioni certe e terribili dei bambini, e soprattutto con quella del numero di donne morte per aborti clandestini. Il “maestro” Marco Pannella ha raccontato un sacco di bugie al popolo italiano, e un manifesto che dice la verità è insopportabile ai veritofobi che lo hanno fatto rimuovere, Cirinnà in testa.

Se uno è convinto di quello che pensa, non è una foto a disturbare. A me non disturba nessuna foto che vedo in giro, casomai mi giro dall’altra parte perché mi piace la vera bellezza. La verità è quella che è scritta sul manifesto di Citizen Go (definito “choc” da miei solerti colleghi, e “opera degli estremisti prolife”: come si può essere estremista prolife? Facendo nascere un bambino tre volte? O lo fai nascere o lo ammazzi, non è che puoi essere estremista…). La verità, dicevo, è che l’aborto uccide sempre almeno una donna: quella che lo fa. E in almeno metà dei casi un’altra donna, la sua bambina. Ho chiesto a tanti ginecologi, e tutti confermano: non c’è una donna che riesca da sola a superare davvero, profondamente e del tutto il dolore di un aborto. Una parte di lei muore per sempre.

E’ per queste donne che continuiamo a far sentire la nostra voce: questa orribile, indifendibile legge ormai c’è, e credo non sia realistico pensare di poterla abrogare in questo clima culturale. Quello che dobbiamo fare, e di cui saremmo responsabili se non provassimo almeno, è tendere una mano alle donne in difficoltà economica, come fanno per esempio nei Centri Aiuto alla Vita (e come fanno tanti di noi sostenendoli), e anche rendere sempre più consapevoli le donne di quello che – legittimamente secondo il nostro ordinamento – vanno a fare. Chi ha paura di quei manifesti ha paura della verità, sa che se le donne sapessero non ucciderebbero i loro figli, sa che se fossero minimamente aiutate e accompagnate non sceglierebbero mai la morte. E comunque le donne che soffriranno per il resto della vita il rimpianto per il loro bambino ringraziano la Raggi, la Cirinnà e tutti i difensori della censura che hanno tolto loro una possibilità di capire prima.

E così un manifesto che evidenzia semplicemente un dato di realtà – un bambino a undici mesi è fatto così, è scienza, è scritto sui libri di medicina – viene vietato, un manifesto che dice una bugia viene invece largamente diffuso e affisso anche davanti alle scuole: mi riferisco a quello di RTL con i due uomini che si sposano, con scritto NORMAL, il che è semplicemente una bugia, perché normale in italiano significa conforme alla generalità, e meno dell’1% NON è la norma, non c’è bisogno di una laurea in statistica per capirlo. Si poteva scrivere FIGHISSIMI se volevate, ma normal proprio no. Ecco, manifesti con delle bugie in faccia ai bambini magari li eviterei, ma piuttosto che fare ancora più pubblicità a una bugia si può cogliere l’occasione per spiegare la verità ai bambini.

Infine, ricordiamo il trattamento che hanno subito le Sentinelle in piedi per questa epidemia di veritofobia. Ovviamente, che Facebook non sia un posto democratico si sapeva già, e nessuno glielo chiede. E’ un posto che ha le sue regole, se non ti piace te ne vai. Basta che si sappia. Facebook obbedisce alla dittatura del pensiero unico, e puoi imparare a starci sfruttandone i tantissimi vantaggi: almeno ha l’attenuante di non avere una Costituzione a cui obbedire, di non avere l’articolo 21 con cui fare i conti, ma certo è bene ricordare che la pagine della Sentinelle in piedi non è stata solo bloccata, ma soppressa, ripeto soppressa, non per avere insultato qualcuno, ma per avere postato foto dei camion col manifesto di ProVita. Ricorderei che questa enorme campagna prolife è stata finanziata anche da tantissima gente comune, con una gigantesca colletta di massa per aiutare la diffusione dei camion vela. Grazie a tutti quelli che hanno sborsato i propri soldi, quelli dei risparmi di famiglie spesso numerose, quelli della gente di buona volontà che non ha voce da nessuna parte, spesso neanche tra le gerarchie ecclesiastiche. Il popolo, questo sì, il vero popolo che ha dato l’obolo della vedova.

Questa cosa che è successa è profetica perché le Sentinelle sono nate proprio per difendere la libertà di espressione che i guardiani del pensiero unico sono costretti a cercare di silenziare, chiudendo pagine, oscurando manifesti: la verità ha una forza insopportabile per chi dice le bugie. E così mentre noi non chiediamo di oscurare siti e pagine piene di insulti e bugie, è stata soppressa la pagina Facebook delle Sentinelle, prezioso strumento per la diffusione delle informazioni per le veglie (oggi pomeriggio a Udine alle 18.30 in piazza San Giacomo e sabato 2 alle 21 a Salò in piazza  Serenissima). Volevo dire comunque che noi abbiamo anche altri mezzi: la rete, i telefoni, i piccioni viaggiatori, lo Spirito Santo… noi siamo un piccolo esercito e abbiamo i nostri portaordini tra una sentinella e l’altra.

 

Cosa c’è dietro l’immigrazione di massa

Critica Scientifica - Lun, 28/05/2018 - 22:38

Di Federico Cenci pubblicato su InTerris il 28 maggio 2018

Negli ultimi anni l’opinione pubblica europea ha imparato a conoscere e in qualche modo a metabolizzare il fenomeno dell’immigrazione di massa. Frotte di uomini, donne e bambini assiepano scomodi barconi che salpano il mar Mediterraneo fin quando non vengono raggiunti dalle imbarcazioni delle ormai arcinote ong, le quali si assumono il compito di traghettare i migranti sulle coste settentrionali. È questo solo l’ultimo stadio di un processo che inizia nei Paesi d’origine degli immigrati, ma che affonda le radici nei meccanismi finanziari che regolano l’economia globale.

Austerity, debito, maltusianesimo

Del tema se n’è parlato giovedì scorso presso la Sala Teatro della Fondazione Cristo Re, a Roma. Relatori Enzo Pennetta, biologo, docente e scrittore, e Ilaria Bifarini, economista, autrice dei libri Neoliberismo e manipolazione di massa (2017) e I Coloni dell’austerity: Africa, Neoliberismo e migrazioni di massa (2018). È un’analisi dei fatti che parte da lontano quella offerta dalla Bifarini, che si definisce una “bocconiana redenta”, dal nome della prestigiosa università dove ha studiato, la “Bocconi” di Milano, fabbrica dei futuri manager dell’alta finanza.

L’austerity, a suo avviso, e prima ancora il debito, sarebbero le cause scatenanti dell’immigrazione di massa nonché della globalizzazione della povertà. Austerity che, nell’introduzione di Pennetta, troverebbe una correlazione con il maltusianesimo, dottrina economica ispirata all’inglese Thomas Malthus secondo cui la popolazione crescerebbe in maniera superiore alle risorse disponibili. Di qui la necessità, promossa dai seguaci di questa teoria, di ridurre l’assistenza sociale perché essa incentiva la crescita demografica. E proprio i tagli alla spesa pubblica sono il punto di contatto tra Malthus e l’austerity.

Continua…

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Tutti contenti

Berlicche - Lun, 28/05/2018 - 11:01

Signori, lasciatemelo dire, sull’attuale crisi politica state ragionando di pancia invece che di cervello. #Iostocon… Bah.
Cominciamo con alcuni dati di fatto. E’ più importante un ministro delle finanze o l’intento che c’è dietro quel ministro delle finanze? Se un certo nome era sgradito, perché non si è fatto il nome di un paravento – ci sono tanti che si sarebbero prestati volentieri – per lasciarlo poi agire dal secondo piano?

La verità è che un governo Lega + Cinque stelle conveniva meno di tutti proprio a Lega e Cinque stelle. Troppe differenze: si sarebbero ammazzati di veti incrociati. Sarebbe durato forse tre-quattro mesi.

Ma occorreva che il tentativo fosse fatto, perché sarebbe stato controproducente dare l’impressione che non si era provato il possibile. Occorreva quindi che la colpa del fallimento ricadesse sul fronte avversario nella maniera più spettacolare possibile. Così è stato.

Credo che Mattarella e soci abbiano visto il trappolone dentro il quale si stavano cacciando, ma siano andati avanti lo stesso perché coloro che comandano davvero non possono permettere ribellioni. Siamo di fronte ad un potere così arrogante da essere sicuro di cavarsela in ogni caso, anche davanti alle falsificazioni della realtà più evidenti. Potrebbero avere ragione: non è accaduto così anche in passato? Così gli avvertimenti con tanto di testa di spread mozzata sul letto, coro mediatico unanime e conforme, accuse e disinformazione plateale e reiterata hanno seguito l’usuale copione. Tante di quelle balle che a qualcuna si rischia anche di credere, non fosse altro che per esaustione. Se giornalisti e commentatori fossero Pinocchio, ci troveremmo in una foresta di nasi.

Adesso? La briglia sarà allentata per qualche mese per far respirare l’asino e dagli l’illusione della libertà, l’Italia sarà saccheggiata silenziosamente un altro po’, e dopo si vedrà. Così, tutti contenti: i “mercanti” perché i populisti sono stati sconfitti e rintuzzati, i populisti perché un altro po’ di popolo è passato dalla loro parte, i vecchi partiti perché pensano di essere ancora vivi e non si accorgono di esser morti, e noialtri italiani perché…

Già, perché?

La notte della Repubblica

Critica Scientifica - Lun, 28/05/2018 - 00:23

La notte del 25 maggio per la prima volta nella storia della Repubblica il Quirinale è intervenuto contro la libera informazione, poi il 27 contro la volontà popolare. Ma per la notte della Repubblica forse è la fine.

Dopo la vicenda del discorso di Giuseppe Conte corretto dalla Presidenza della Repubblica e consegnato alla stampa ma poi pronunciato senza le correzioni, fatto le cui conseguenze sono grandi e ancora non pienamente valutate, la Presidenza appariva già in una posizione di conflitto con la volontà popolare, adesso con la scelta del 27 la crisi è manifesta. I fatti sono noti, almeno per chi si informa fuori dei grandi media, la vicenda è stata denunciata in un servizio di Byoblu di Claudio Messora che a pochissima distanza dalla nascita della  sua ControRassegna dimostra di aver fatto centro dimostrando che la buona informazione ha una forza in sé dirompente, ed è per questo che viene fortemente avversata, qui di seguito il video in questione:

 

Ed ecco la reazione immediata dell’Ufficio Stampa del Quirinale giunta in piena notte:

L’intervento è di quelli che anziché indebolire le affermazioni contestate le rendono sempre più credibili, un tentativo di intimidazione che nella sua grossolanità è anche maldestro, come se in piena notte l’Ufficio Stampa del Quirinale fosse stato affidato ad uno sprovveduto lasciato solo davanti alla tastiera e intervenuto con la stesse modalità di un troll.

Come fatto rilevare da Marcello Foa in un intervento del 27 maggio, la stampa italiana ha pensato bene di tenere un comportamento analogo mostrando di quanta partigianeria fosse capace:

Già indebolita dall’informazione libera adesso la stampa “presstitute” è vistosamente incapace di orientare l’opinione pubblica, parafrasando Giovanna Botteri “che ci stiamo a fare noi giornalisti?”. Una domanda con la quale forse la corrispondente RAI dagli USA ha firmato il suo più bel servizio.

I nuovi uomini della politica hanno imparato presto come muoversi e adesso sanno come bypassare i meccanismi dell’informazione manipolata, gli stregoni della notizia, come direbbe lo stesso Foa, non riescono più a fare il loro incantesimo. La comunicazione con gli elettori e con tutta la cittadinanza è diretta, mentre il M5S ha operato attraverso la rete sin dall’inizio Matteo Salvini non rilascia interviste che saranno manipolate ma vi si rivolge direttamente attraverso le dirette su Facebook come ha giustamente sottolineato Maurizio Blondet. A riprova di questo il candidato ministro Paolo Savona per rivolgersi alle persone non ha scelto la grande stampa ma un sito di libera informazione come Scenari Economici, a fronte di questo al momento la possibilità di condizionare l’elettorato con la stampa è molto bassa.

“La notte della Repubblica” era il titolo di una trasmissione televisiva a cura di Sergio Zavoli, un approfondimento giornalistico sugli anni di piombo, precisamente tra il ’69 e l’89, una notte che negli anni ’60 aveva avuto il colore del cielo di Bascapé dove tramontò la politica di Enrico Mattei, per proseguire negli anni ’70 dove assunse quello del rapimento Moro che delle politiche di interesse nazionale di Mattei era stato il prosecutore. Ma la notte della Repubblica non finì nel 1989 come detto dagli autori, proseguì con la decapitazione della classe politica denominata Tangentopoli, poi assunse i colori scuri del Britannia per  poi proseguire ancora con il governi tecnici, e quindi antidemocratici, iniziati con il Monti-Napolitano. 

La notte della Repubblica è infine giunta fino ad oggi dove con la vicenda Mattarella ha aggiunto un nuovo capitolo buio, ma qualcosa è cambiato. Negli anni che vanno dai ’60 al 2011 chi si opponeva alla subordinazione della nazione alle politiche di interessi terzi era quasi del tutto un protagonista solo e spesso isolato, adesso proprio grazie all’informazione indipendente è un intero popolo ad avere consapevolezza dello stato delle cose e ad opporvisi.

La notte della Repubblica può adesso finire e questo è possibile in questo momento come mai lo è stato in passato, ma non sarà una passeggiata, le forze in contrarie sono ancora forti e lo hanno fatto capire, ma per la prima volta hanno dovuto mostrarsi per quel che sono e questo è un segno di debolezza.

 

 

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Il Cardinale Sarah a Chartres: «Abbiate il coraggio di andare controcorrente!»

Costanza Miriano - Lun, 28/05/2018 - 00:01

Si è concluso il 36° pellegrinaggio di Pentecoste organizzato dall’associazione laicale Notre-Dame de Chrétienté. Un appuntamento annuale che prevede tre giorni di cammino, un percorso di 100 km, dalla cattedrale Notre-Dame di Parigi a quella di Chartres. Più di 10mila pellegrini sono partiti alla Vigilia di Pentecoste per concludere il loro pellegrinaggio lunedì 21 maggio con un’ Eucaristia celebrata nella Forma Straordinaria del Rito Romano1. Una partecipazione straordinaria secondo gli organizzatori che parlano di un incremento di 10% rispetto allo scorso anno e di una età media in continuo calo assestata attorno ai 21 anni. La solenne celebrazione è stata presieduta da il cardinale guineano Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e ha visto la partecipazione straordinaria di circa 15mila pellegrini, provenienti da tutto il Paese e dall’estero, molti dei quali costretti ad accamparsi fuori dalla cattedrale. Numerosi i sacerdoti, i religiosi e le religiose. Moltissimi i giovani e intere famiglie con bambini (come si può osservare nelle immagini dei servizi della televisione francese qui sotto e in fondo all’articolo). La processione è stata affidata alla protezione di San Giuseppe, “padre, sposo e servitore”. In processione anche la teca con una straordinaria reliquia: il cuore di San Pio da Pietrelcina.

L’omelia del cardinale ha preso le mosse dal Vangelo di Giovanni proclamato durante la liturgia (Gv. 3,16-21). A partire da questo testo, ed in particolare dal versetto 19 («La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce») il cardinale Sarah ha affrontato diversi temi come la scelta radicale per Dio e la secolarizzazione dell’Occidente che ha rifiutato la Luce.

Il card. Sarah si è rivolto ai sacerdoti parlando dell’importanza dell’Eucaristia – celebrata nel silenzio e nel raccoglimento – come fulcro del ministero presbiterale. Parlando del celibato e dell’idea di ammettere al sacerdozio uomini sposati, il cardinale ha denunciato la tentazione di creare «un sacerdozio a misura umana» promuovendo una pratica che violerebbe la tradizione apostolica. Ai genitori ha ricordato il fondamentale ruolo di educare i propri figli alla Luce di Cristo, sapendo che sarà necessario «lottare contro il vento dominante»; a loro ha anche parlato del «ruolo profetico» affidatogli dall’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI: quello di essere «guardiani intelligenti dell’ordine naturale». Il cardinale si è rivolto in modo particolare ai giovani – accorsi numerosi all’evento – invitandoli ad avere il coraggio di rinunciare al mondo, di andare controcorrente, senza paura scegliendo la Luce di Dio che non delude mai («Gesù vi darà tutto! […] non perderete nulla, guadagnerete l’unica gioia che non delude mai»). Ai giovani ha chiesto di opporsi alle leggi “contro natura” e “contro la vita” e ha rivolto, infine, un particolare appello a rispondere alla chiamata di Dio, rinunciando a tutto per seguire radicalmente Lui, scegliendo la strada del sacerdozio o della vita consacrata.

Di seguito il testo tradotto dall’originale francese:

 

Permettetemi innanzitutto di ringraziare calorosamente Sua Eccellenza il vescovo Philippe Christory, Vescovo di Chartres, per il suo fraterno benvenuto in questa splendida Cattedrale.

Cari Pellegrini di Chartres,

«La luce è venuta nel mondo» ci dice Gesù nel Vangelo di oggi (Gv 3,16-21) «ma gli uomini hanno preferito le tenebre».

E voi, cari pellegrini, avete accolto l’unica luce che non delude: quella di Dio? Avete camminato per tre giorni, pregato, cantato, avete sofferto sotto il sole e sotto la pioggia: avete accolto la luce nei vostri cuori? Avete davvero abbandonato l’oscurità? Avete scelto di percorrere la Via seguendo Gesù, che è la Luce del mondo? Cari amici, permettetemi di porvi questa domanda radicale, perché se Dio non è la nostra luce, tutto il resto diventa inutile. Senza Dio tutto è buio!

Dio è venuto a noi, si è fatto uomo. Ci ha rivelato l’unica verità che salva, è morto per redimerci dal peccato, e a Pentecoste ci ha donato lo Spirito Santo, ci ha donato la luce della fede… Ma noi preferiamo le tenebre!

Guardiamo intorno a noi, la società occidentale: ha scelto di organizzarsi senza Dio, e ora è abbandonata alle luci appariscenti e ingannevoli della società dei consumi, del profitto a tutti i costi e dell’individualismo frenetico. Un mondo senza Dio è un mondo di tenebre, bugie ed egoismo.

Senza la luce di Dio, la società occidentale è diventata come una barca ubriaca nella notte. Non c’è abbastanza amore per accogliere i bambini, proteggerli nell’utero della madre, proteggerli dall’aggressione della pornografia. Priva della luce di Dio, la società occidentale non sa più rispettare i suoi anziani, accompagnare i malati alla morte, dare spazio ai più poveri e ai più deboli. È abbandonata all’oscurità della paura, della tristezza e dell’isolamento. Non ha altro da offrire che il vuoto e il nulla.

Permette di proliferare le ideologie più pazze. Una società occidentale senza Dio può diventare la culla di un terrorismo etico e morale più virulento e più distruttivo del terrorismo islamista. Ricorda che Gesù ci ha detto: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28).

Cari amici, perdonatemi questa descrizione, ma bisogna essere lucidi e realisti. Se vi parlo in questo modo è perché nel mio cuore di sacerdote e di pastore provo compassione per tante anime disorientate, perdute, tristi, preoccupate e sole.

Chi li condurrà alla luce? Chi mostrerà loro la via della Verità, l’unica vera via della libertà che è quella della Croce? Li lasceremo cadere nell’errore, nel nichilismo senza speranza o nell’islamismo aggressivo senza fare nulla? Dobbiamo proclamare al mondo che la nostra speranza ha un nome: Gesù Cristo, l’unico salvatore del mondo e dell’umanità.

Cari pellegrini di Francia, guardate questa cattedrale, i vostri antenati la costruirono per proclamare la loro fede. Tutto nella sua architettura, nella sua struttura, nelle sue vetrate proclama la gioia di essere salvato e amato da Dio. I vostri antenati non erano perfetti, non erano senza peccato, ma volevano lasciare che la luce della fede illuminasse la loro oscurità.

Anche oggi, popolo di Francia, svegliati, scegli la Luce, rinuncia alle tenebre!

Come si fa? Il Vangelo ci risponde: chi agisce secondo la verità viene alla luce. Lasciamo che la luce dello Spirito Santo illumini concretamente le nostre vite, semplicemente e anche nelle aree più intime del nostro essere più profondo. Agire secondo la verità è innanzitutto mettere Dio al centro della nostra vita così come la croce è il centro di questa cattedrale.

Fratelli miei, scegliete di rivolgervi a Lui ogni giorno. In questo momento, prendiamo l’impegno di prendere qualche minuto di silenzio ogni giorno per rivolgersi a Dio e dirgli: Signore, regna in me, ti offro tutta la mia vita.

Cari pellegrini, senza silenzio non c’è luce. Le tenebre si nutrono del rumore incessante di questo mondo che ci impedisce di rivolgerci verso Dio. Prendiamo, per esempio, la liturgia della Messa di oggi. Ci porta all’adorazione, al timore filiale e amoroso innanzi alla grandezza di Dio. Essa culmina nella consacrazione dove tutti insieme rivolti verso l’altare, lo sguardo puntato verso l’Ostia, verso la Croce, ci comunichiamo in silenzio, nel raccoglimento e nell’adorazione.

Fratelli, amiamo queste liturgie che ci fanno assaporare la presenza silenziosa e trascendente di Dio e ci fanno rivolgere verso il Signore.

Cari fratelli sacerdoti, ora mi dirigo a voi in maniera speciale.

Il Santo Sacrificio della Messa è il luogo dove troverete la luce per il vostro ministero. Il mondo in cui viviamo ci sollecita incessantemente. Siamo costantemente in movimento. Corriamo il grande pericolo di considerarci degli “assistenti sociali”. Non porteremo più al mondo la Luce di Dio bensì la nostra propria luce che non è quella che gli uomini attendono.

Rivolgiamoci a Dio, in una celebrazione liturgica di raccoglimento, piena di rispetto, silenzio e sacralità. Non inventiamo nulla nella liturgia, riceviamo tutto da Dio e dalla Chiesa. Non cerchiamo lo spettacolo o il successo. La liturgia ci insegna che essere prete non significa innanzitutto fare molte cose. È stare con il Signore sulla Croce. La liturgia è il luogo in cui l’uomo incontra Dio faccia a faccia. È il momento più sublime in cui Dio ci insegna ad essere «conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Non è, non deve essere un occasione di lacerazione, di lotta e di contese.

Nella forma ordinaria del rito romano come nella forma straordinaria, l’essenziale è volgere lo sguardo verso la croce, verso Cristo, il nostro Oriente, il nostro tutto, il nostro unico orizzonte. Sia nella forma ordinaria, sia nella forma straordinaria, celebriamo sempre, come in questo giorno, secondo quanto insegna il Concilio Vaticano II, con una nobile semplicità, senza inutili sovraccarichi, senza estetica fattiva e teatrale ma con senso del sacro, avendo come prima preoccupazione la gloria di Dio e con un vero spirito di figli della Chiesa di oggi e per sempre.

Cari fratelli sacerdoti, abbiate sempre questa certezza: stare con Cristo sulla Croce è ciò che il celibato sacerdotale proclama al mondo. Il nuovo progetto che alcuni hanno suggerito di separare il celibato dal sacerdozio per conferire il sacramento dell’ordine a degli uomini sposati, i “viri probati”, adducendo delle ragioni o delle necessità pastorali, produrrà in realtà la grave conseguenza di rompere definitivamente con la tradizione apostolica.

Si vorrebbe fabbricare un sacerdozio su misura umana, ma così non si sta perpetuando, non si sta estendendo il sacerdozio di Cristo, obbediente, povero e casto. Perché in effetti il ​​sacerdote non è solo un Alter Christus, un altro Cristo. È davvero Ipse Christus, Cristo stesso. Ed è per questo che, seguendo Cristo e la Chiesa, il sacerdote sarà sempre un segno di contraddizione.

E voi cari cristiani, laici impegnati nella vita della città, a voi dico con forza: “non abbiate paura!” Non abbiate paura di portare in questo mondo la Luce di Cristo. La vostra prima testimonianza dev’essere la vostra vita, il vostro esempio. Non nascondete la fonte della vostra speranza, al contrario, proclamate, testimoniate, evangelizzate. La Chiesa ha bisogno di voi. Ricordate a tutti ciò che solo «Cristo crocifisso rivela il senso autentico della libertà» (Veritatis Splendor 85).

A voi, cari genitori, vorrei rivolgere un messaggio del tutto particolare. Essere padre e madre di famiglia, nel mondo di oggi, è un’avventura difficile, piena di sofferenze, di ostacoli e di preoccupazioni. La chiesa vi ringrazia. Si, grazie per il dono generoso di voi stessi. Abbiate il coraggio di crescere i vostri figli alla Luce di Cristo. A volte bisognerà lottare contro il vento dominante, sopportare il disprezzo e le prese in giro del mondo, ma non siamo qui per compiacere il mondo. Noi proclamiamo Cristo crocifisso, «scandalo per gli ebrei e pazzia per i gentili» (1 Cor. 1, 23-24). Non abbiate paura, non arrendetevi.

La Chiesa, attraverso la voce dei papi, specialmente dall’enciclica Humanae Vitae, vi affida una missione profetica: testimoniare davanti a tutti la vostra gioiosa fiducia in Dio che ci ha resi guardiani intelligenti dell’ordine naturale. Voi annunciate ciò che Gesù ci ha rivelato attraverso la sua vita. Cari padri e madri, la Chiesa vi ama, amate la Chiesa. Amate vostra madre.

In fine, mi rivolgo a voi, a voi i più giovani che siete qui molto numerosi. Vi prego di ascoltare soprattutto un anziano che ha più autorità di me. Si tratta dell’evangelista San Giovanni. Oltre all’esempio della sua vita, San Giovanni ha anche lasciato un messaggio scritto ai giovani. Nella sua prima lettera, leggiamo queste commoventi parole di un anziano ai giovani delle chiese che egli aveva fondato. Ascoltate questa voce forte di un anziano: «Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno. Non amate né il mondo, né le cose del mondo!» (1Gv 2, 14-15).

Il mondo che noi non dobbiamo amare, commenta il padre Cantalamessa nella sua omelia del Venerdì Santo, e al quale non dobbiamo conformarci, non è – lo sappiamo bene – il mondo creato e amato da Dio. Non sono le persone del mondo, verso le quali, al contrario dobbiamo sempre andare, soprattutto i poveri e i più fragili, per amarli e servirli umilmente.

No! Il mondo da non amare è un altro. È il mondo così come è diventato sotto il dominio di Satana e del peccato. È il mondo delle ideologie che negano la natura umana e distruggono le famiglie. È il mondo delle strutture delle Nazioni Unite (“onusiennes”) che impone imperativamente una nuova etica globale a cui tutti dovremmo sottometterci. Ma un grande scrittore britannico del secolo scorso, il T.S. Eliot, ha scritto tre versi che dicono più di interi libri: «Nel mondo dei fuggiaschi, chiunque si muove nella direzione opposta sembrerà un disertore».

Cari giovani, se ad un anziano come lo era san Giovanni è permesso parlare direttamente a voi, vi esorto anche io e vi dico: “Avete sconfitto il maligno”. Combattete ogni legge che vada contro natura e che vogliano imporvi, opponetevi a ogni legge contro la vita e contro la famiglia, siate di quelli che prendono la direzione opposta. Abbiate il coraggio di andare controcorrente. Per noi cristiani, la direzione opposta non è un luogo, è una persona: è Gesù Cristo, nostro amico e nostro redentore.

Un compito è stato assegnato in modo particolare a voi giovani: quello di salvare l’amore umano dalla tragica deriva in cui è caduto: l’amore, che non è più il dono di sé ma solo il possesso dell’altro, un possesso spesso violento e tirannico. Sulla Croce, Dio si è fatto uomo e ci ha rivelato che Lui è “Agape”, ossia l’Amore che si dona fino alla morte. Amare veramente è morire per l’altro, come il giovane poliziotto, il colonnello Arnaud Beltrame!

Cari giovani, senza dubbio sperimentate spesso, nella vostra anima, la lotta dell’oscurità e della luce, a volte siete sedotti dai facili piaceri di questo mondo. Con tutto il mio cuore di sacerdote, vi dico: non esitate, Gesù vi darà tutto. Seguendolo a essere santi, non perderete nulla, guadagnerete l’unica gioia che non delude mai. Cari giovani, se oggi Cristo vi chiama a seguirlo come sacerdote, come religioso o religiosa, non esitate, ditegli «fiat», un sì entusiastico e incondizionato. Dio vuole aver bisogno di voi. Che gioia, che grazia

L’Occidente è stato evangelizzato da santi e martiri. Voi, giovani di oggi, sarete i santi e i martiri che le nazioni attendono per una nuova evangelizzazione. Le vostre terre hanno sete di Cristo, non deludeteli. La Chiesa si fida di voi. Prego che molti di voi rispondano oggi, durante questa Messa, alla chiamata di Dio a seguirlo, a lasciare tutto per Lui, per la sua Luce. Quando Dio chiama è radicale. Egli ci chiama interamente, fino al dono totale, al martirio del corpo o del cuore.

Caro popolo di Francia, sono i monasteri che hanno costruito la civiltà del vostro paese. Sono le persone, gli uomini e le donne, che hanno accettato di seguire Gesù fino alla fine, radicalmente, coloro che hanno costruito l’Europa cristiana. Questo perché hanno cercato solo Dio, hanno così costruito una civiltà bella e pacifica come questa cattedrale.

Popolo di Francia, popoli dell’Occidente, non troverete la pace e la gioia se non cercando Dio solo. Tornate alle vostre radici, tornate alla fonte, tornate ai monasteri. Sì, tutti voi, abbiate il coraggio di trascorrere qualche giorno in un monastero. In questo mondo di turbolenze, bruttezza e tristezza, i monasteri sono oasi di bellezza e gioia. Sperimenterete che è possibile mettere concretamente Dio al centro della propria vita, sperimenterete l’unica gioia che non passa mai.

Cari pellegrini, rinunciamo all’oscurità. Scegliamo la Luce! Chiediamo alla Beata Vergine Maria di insegnarci a dire fiat, cioè “sì”, pienamente come lo ha detto Lei, di insegnarci ad accogliere la luce dello Spirito Santo, come lo ha fatto lei. In questo giorno in cui, grazie alla sollecitudine del Santo Padre Papa Francesco, celebriamo Maria, Madre della Chiesa, chiediamo a questa santissima madre di avere un cuore come il suo, un cuore che non rifiuta nulla a Dio, un cuore ardente di amore per la gloria di Dio, desideroso di annunciare agli uomini la buona notizia, un cuore generoso, un cuore ampio come il cuore di Maria, dalle dimensioni della Chiesa, dalle dimensioni del cuore di Gesù.

(traduzione Miguel Cuartero Samperi)

fonte: TestaDel Serpente

Cinque Passi 2017-2018 in streaming e download

Costanza Miriano - Dom, 27/05/2018 - 00:58

Come ogni anno, in concomitanza con la Solennità di San Filippo Neri del 26 Maggio, pubblichiamo i Cinque Passi dell’anno appena trascorso.
Ogni singolo Passo è disponibile sia in Streaming che in Download.
Augurandovi un buon ascolto e una buona festa di San Filippo Neri, vi ringraziamo con la speranza di vedervi presenti per i prossimi Cinque Passi dell’anno 2018-2019.

http://cinquepassi.org/2018/05/cinque-passi-2016-2017-in-streaming-e-download/

 

Perché non mi definisco gay. Intervento del Card. Müller alla presentazione del libro di Daniel C. Mattson

Costanza Miriano - Ven, 25/05/2018 - 22:35

Perché non mi definisco gay. Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace
di Gerhard Card. Müller
TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO NON RIVISTA DALL’AUTORE
Innanzitutto vorrei congratularmi con l’autore del libro «Why I don’t call myself gay» – disponibile adesso anche in traduzione italiana – per il suo coraggio davvero straordinario. Perché coraggio è proprio quel che ci vuole per contrapporre, all’«Internazionale pansessista», la dottrina cattolica sull’origine della differenza tra i sessi espressa nella volontà creatrice di Dio. E come vedremo, l’autore – non contento di contestare la radicale antropologia anticristiana che riduce l’uomo a puro desiderio sessuale – riesce anche ad avanzare dei validi argomenti per indicarne i punti deboli e le catastrofiche conseguenze.

Ma vorrei ringraziare l’autore anche per l’aiuto che lui offre a tutte le persone afflitte dalla «same-sex-attraction». Per lui, il riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso come se fossero unite in matrimonio, non indicherebbe il successo della «Homosexual Liberation» – come John Murphy la definisce nell’omonimo libro cult (1971) –, ma piuttosto il fallimento del vero processo di liberazione di queste persone, che verranno così private della verità su loro stesse, l’unica verità che rende davvero liberi. Con la sua chiara distinzione tra la dignità inviolabile della persona e il comportamento (behaviour) giusto o sbagliato, la Chiesa cattolica è la vera avvocatessa dell’uomo – sia per quanto riguarda il fallimento, che il successo nell’intento di perseguire il bene.

Il libro comincia come una biografia e mantiene questo tratto del coinvolgimento personale anche per il resto del libro, introducendo il lettore poi in una profonda riflessione teologica e filosofica. In questo senso, il presente libro mostra delle notevoli analogie con le Confessioni di Sant’Agostino, al quale l’autore si riferisce espressamente, attingendo anche dalla sua profonda conoscenza dei Padri della Chiesa, di San Tommaso, nonché di altri autori spirituali e di teologia morale.

Questo libro non vuole essere un’auto-giustificazione, puntando magari il dito sugli altri, sulla società o persino contro la Chiesa cattolica, per ritenerli colpevoli della propria condizione o inclinazione.
In tutta la sua schiettezza, l’autore rimane comunque sempre discreto e rispettoso dei limiti del pudore, non cadendo mai – come spesso accade quando un autore rende pubblica la propria omosessualità – nella trappola di assegnare al lettore il ruolo del «guardone». In fin dei conti, fa anche parte della dignità dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, che egli, dopo il peccato originale, rispetti l’altro, in modo da non ridurlo a oggetto della sua sensualità disordinata o delle sue incontrollate passioni. La contemplazione erotica della nudità infatti è riservata soltanto all’amore coniugale (cfr. Gen 1,24s).

La disintegrazione di sexus e eros viene superata mediante la Redenzione. Il
matrimonio sacramentale è il luogo dove avviene l’intrinseco orientamento di sexus e eros verso la loro integrazione nell’agape. L’agape è l’amore che si realizza nel dono di sé, rivelando così anche la sua origine in Dio, che, nella vita trinitaria, è l’amore stesso.

Essere attratti da persone dello stesso sesso, non è di per sé un peccato personale. Soltanto laddove si consente ad un comportamento che è contrario alla sacra e salvifica volontà divina, si imbocca la strada della colpa. Siccome la sola presenza di un disordine negli impulsi psichici e fisici non è qualcosa che ci rende colpevoli dinnanzi a Dio e agli uomini, essa non dovrebbe neanche sbocciare in complessi di colpa.

Con l’aiuto della grazia e un po’ di buona volontà, l’uomo riesce a fare il bene, evitando il male. Con la grazia di Dio, la castità – e cioè la sessualità ordinata all’amore – è possibile sia nel vincolo del matrimonio che nella forma di astinenza, come nel caso di persone non sposate o consacrate. Ma il peccato originale ha fatto sì che un certo desiderio disordinato sia presente in tutti gli uomini. Si tratta di una sessualità morbosa, opposta alla naturale inclinazione a dominata con difficoltà dalla ragione. E questa concupiscenza non si riferisce solo agli impulsi sessuali, ma a tutte le inclinazioni, a tutti gli stimoli mentali, psichici e fisici.

Quando l’uomo cede alle inclinazioni disordinate, rimanendo intrappolato in esse, può anche succedere che egli sviluppi un odio verso Dio e i suoi comandamenti che lo rivelano peccatore. Soltanto attraverso la grazia redentrice veniamo creati di nuovo, anche se l’inclinazione al peccato rimane. Essa è inclinazione al peccato, ma non peccato in sé, come dice il Concilio di Trento, e, come tale, funge da strumento di indagine e di maturazione più profonda, nell’obbedienza della fede nei confronti di Dio.

Il peccato originale ha ferito la natura umana, ma non l’ha distrutta. L’uomo è chiamato a diventare partecipe della Figliolanza di Dio, attraverso la grazia della giustificazione e dell’ascesi spirituale. L’aiuto dello Spirito Santo ci rende capaci di sconfiggere i desideri della carne e cioè la natura scissa in realtà spirituale-corporea e sociale, nonché la struttura altrettanto divisa della personalità. «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.[…] Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,22-24).

L’identità dell’uomo nasce dal suo rapporto con Dio, che è il garante della nostra dignità e libertà. Noi riconosciamo Dio come origine e meta degli uomini. Il senso della vita non può consistere nel soddisfare i sensi, gli stimoli, i nostri desideri sessuali, ma soltanto nella ricerca della verità e nel fare il bene. Ed è per questo che l’autore giustamente si rifiuta di farsi sequestrare – a causa della sua attrazione per lo stesso sesso – da un’ideologia che, partendo da questa inclinazione disordinata, inventa una terza categoria accanto alla categoria dell’uomo e della donna: quella del gay.

Nell’ideologia gender, questa categoria viene amplificata all’infinito, fabbricando, da qualsiasi forma di preferenza sessuale, una propria identità sessuale. Identificare se stesso come gay, o farsi identificare come tale, significa dunque ridurre l’intera ricchezza dell’essere umano, lo sviluppo dei talenti intellettuali e artistici, la responsabilità per il mondo, nonché l’apertura alla trascendenza con la vocazione alla vita eterna, a mera attrazione sessuale suscitata da persone dello stesso sesso.

Quest’immagine dell’uomo dovuta a una costruzione sociale, si contrappone all’antropologia cristiana, orientata alla natura creata dell’uomo e alla rivelazione della verità e dell’amore di Dio. Il fatto che un termine come quello di gay sia nato da un’invenzione teorica, trasforma la normalità del vincolo matrimoniale tra uomo e donna in una variante della natura umana. La distinzione tra uomo e donna, ad un tratto, cede il posto a due categorie fondamentali di uomini: quelli omosessuali e quelli eterosessuali. Con il cambiamento della lingua, della terminologia e delle categorie concettuali, cambia la percezione della realtà, ma non cambia la realtà
stessa. L’uomo rimane uomo, la donna donna, nonostante il «cambiamento di sesso» artificiale, ma – appunto – non reale. In questo modo era nato anche il termine provocatorio dell’omofobia, con l’intento di screditare a priori ogni alternativa all’ideologia dei movimenti gay o gender. E chi soffre di problemi di disorientamento sessuale, ma si rifiuta di abbracciare questo movimento, viene subito bollato come traditore.

È insita nella natura delle ideologie che essi costruiscano una falsa realtà, che rende l’uomo loro schiavo. Basti pensare alla brutalità con la quale dei governi
apparentemente liberali e socialisti, impongono questa agenda con la forza,
assoggettando le coscienze di chi la pensa in modo diverso, senza avere il minimo scrupolo.

Nel contesto di questo dibattito globale, ciò che è in gioco non sono – come si vorrebbe far credere per placare gli animi – i diritti di una minoranza sinora perseguitata, ma il senso originario e la meta ultima dell’esistenza umana! Ma che cos’è la natura umana? Qual è il senso e la meta del matrimonio tra un uomo e una donna, quale cellula germinale della Chiesa e della società, fonte della loro felicità e strada verso la perfezione in Dio? Qual è la vocazione espressa nel riconoscimento dell’uomo come persona, se l’uomo è l’unica creatura pensata e voluta da Dio per se stessa – creatura che «non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (GS 24) –, e se la singolare dignità di ogni uomo viene riconosciuta per mezzo della Rivelazione e della ragione (DP 2)? Potrà mai l’uomo, nonostante egli sia una creatura terrena e mondana, trovare compimento in ciò che è terreno e transitorio grazie all’apertura infinita del suo spirito? O non è forse proprio per questo che egli ha una vocazione divina e trova compimento in Dio nell’auto trascendenza del suo spirito, che avviene attraverso l’uso della ragione e nell’esercizio della libertà?

Sono queste le domande che ci hanno interpellato in tutti i tempi e ci interpellano ancora oggi. La riduzione a creatura animalesca, che fa sì che Dio venga sottratto all’uomo con l’inganno, dividendo la società in bugiardi e ingannati, non costituisce alcun progresso verso la perfezione dell’uomo, ma è un deficit enorme nell’antropologia, abbandonando l’uomo ad una vita priva di senso e alla disperazione. Il paradigma segreto di questa riduzione è il nichilismo.

E le rovine di questa riduzione dell’uomo a creatura mossa solamente dagli istinti, lasciano un retaggio davvero sconcertante: aborto; ricerca logorante sugli embrioni; un grandissimo numero di persone tradite dal coniuge o adulteri loro stessi; bambini e giovani privati della sicurezza di un ambiente in cui possono vivere con i propri genitori; e infine l’ingannevole ri-definizione del matrimonio derubato dalla fondamentale unione tra uomo e donna nell’amore fecondo come «complicità sessuale».

Contrariamente a ciò che si vuole far credere, la rivoluzione sessuale non ha liberato gli uomini da una rigorosa e pudica doppia morale borghese. Essa è piuttosto responsabile della disintegrazione di sexus, eros e agape, che si fondano nella sostanziale unità tra anima e corpo.

L’autore riesce a spiegare, in modo convincente, che una vita secondo i comandamenti di Dio, così come vengono spiegati nella dottrina della Chiesa, non fa ammalare l’uomo, ma lo guarisce dall’interno, dandogli speranza e facendogli scoprire un senso che orienta oltre ciò che è puramente umano. I comandamenti divini, non essendo norme imposte dall’esterno, non richiedono una mera obbedienza formale. Sono invece espressione della volontà di Dio che ci ama, ed è proprio per questo che Egli vorrebbe guarirci dal nostro egocentrismo. Soltanto nell’amore verso Dio e verso il prossimo, che dobbiamo amare come noi stessi, tutti i comandamenti possono essere soddisfatti in modo salvifico: «Perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti […]. Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5,3s).

Nel passaporto che il Creatore ci consegna, la nostra identità non viene descritta come gay o qualcosa di simile, ma come ciò che siamo davvero: figli e amici di Dio. Aver spiegato proprio questo, attraverso la storia della sua vita e una profonda riflessione, è il grande merito del libro di Daniel C. Mattson. Grazie.

***

Perché non mi definisco gay. Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace – Cantagalli 2018

 

leggi un estratto del libro

Lamentosa

Berlicche - Ven, 25/05/2018 - 18:15

Pioveva, e non avevamo neanche un governo da accusare, che occasione sprecata.
Adesso forse l’abbiamo, ma mi dicono che nasce sotto il segno delle bugie e del millantato credito. L’italia mediocre e truffaldina e’ ufficialmente al potere, la linea di demarcazione non poteva essere più netta, scrivono. Io dico che era ora che si mettessero in regola, abbiamo avuto per troppi anni governi di mediocrità che mentivano senza dichiararlo.
Per chi ha costruito le sue fortune sulle contestazioni e sulla feroce opposizione senza quartiere andare al potere vuol dire rendersi conto che governare è un altro paio di maniche, magari nel contempo distruggendo il paese con politiche insensate. Adesso che quel potere lo devono lasciare, possono rendersene conto ancora meglio.
Attendiamo con impazienza il momento in cui la critica pregiudiziale lascerà il posto alla critica giudiziaria. Nel frattempo, non perdiamo l’allenamento: sappiamo già che qualsiasi provvedimento sarà sbagliato, e la colpa sarà comunque loro, loro, di quelli là. O della nostra sfortuna, che non riusciamo mai ad eleggere un politico capace, un vero statista.

Non per nulla il cantante preferito dagli italiani è Domenico Mugugno.

Traduzione (cliccate sull’immagine per vederla meglio)
Prima vignetta: Calvin -“E’ tutto nella fortuna, Hobbes. Certa gente nasce fortunata e certa gente nasce sfortunata”
Seconda vignetta: Calvin – “In ambedue i casi, non c’è niente che tu possa fare. Non puoi combattere la fortuna.”
Terza vignetta: Hobbes -“Siamo diretti verso quel burrone!” Calvin – “Ahinoi! Cattiva fortuna!”
Quarta vignetta: Hobbes -“Ciao.” Calvin – “Vedi cosa intendo? Tu te ne vai per la tua strada, pensando ai tuoi affari, e improvvisamente la tua fortuna finisce!”
Quinta vignetta: Calvin – “Se tu sei – Ahi – sfortunato, che cosa puoi farci? Ahi! Sei condannato a soffrire! Ahi!”
Sesta vignetta: Hobbes – “Ooh, proprio nei cespugli spinosi. …Proprio come ieri.” Calvin – “Forse la mia fortuna domani cambierà.”

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