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All’orizzonte

Berlicche - 46 min 19 sec fa

Sei sul margine del deserto, che guardi nella distanza. C’è un puntolino all’orizzonte. Cosa sarà mai? L’aria calda distorce quella distante sagoma che si vede a tratti.

Le persone attorno a te, ognuna ha un’opinione. C’è chi dice che sia un uomo, un viaggiatore a piedi. Chi un uomo a cavallo. Chi un coyote, chi qualche altro animale selvatico. Altri dicono sia
un miraggio dovuto alla calura, che lì fuori non ci sia niente. Esiste realmente, quel qualcosa in lontananza?

Le loro opinioni sono tutte legittime, anche se alcune sono discutibili. Ma solo uno può avere ragione. Non possono essere tutte vere contemporaneamente. Non può essere un uomo e uno sciacallo. Non può essere qualcosa e insieme niente.

Quindi la domanda importante non è se gli altri abbiano il diritto di esprimere la loro idea. E’ “Chi ha ragione”?

Tu noti qualcosa d’altro. Un nuovo punto, ma questa volta si avvicina. Lo vedi bene, adesso, è un uomo. Arriva dalla stessa direzione di quell’altro oggetto all’orizzonte. Si fa avanti, vi saluta.
“Io e mio padre”, dice, indicando il punto lontano “stiamo cercando un posto dove stare. Sareste disposti ad ospitarci?”

La domanda adesso è cambiata. Non è più “Chi ha ragione”, ma “Sta dicendo il vero quest’uomo? Posso credergli? Arriva proprio da lì, è credibile che abbia la risposta al nostro dubbio?”

Se, dopo che quest’uomo è giunto, continuate a discutere, e siete ancora dell’idea che il punto all’orizzonte potrebbe essere uno sciacallo o un’illusione, allora ciò vuol dire solo una cosa: non gli credete.

Così se, nella nostra realtà di oggi, pensiamo di non potere dire niente ad un ateo, un agnostico, un uomo di altra religione, vuol dire che non crediamo a quell’uomo che il Padre Suo ha mandato a salvarci dalle nostre opinioni. Vuol dire che non ci possiamo chiamare con il suo nome, dirci cristiani.
Siamo solo dei coglioni che guardano l’orizzonte, incapaci di capire cosa vedono.

«Sono un biologo e la scienza mai ha risposto al significato della mia vita»

UCCR Online - 3 ore 42 min fa

La scienza ci mette spesso nelle condizioni di contemplare più da vicino la bellezza delle cose. Ma non può rispondere al perché abbiamo un desiderio di bellezza e, più in generale, al senso della vita. Il biologo James Holden lo ha ben chiaro: «Il fatto è che la scienza non mi ha mai dato spiegazioni soddisfacenti riguardo il senso e lo scopo della vita, né mi ha detto nulla sulle ragioni per apprezzare la bellezza o la carità».

Potrebbe benissimo essere una risposta all’entomologo naturalista E.O. Wilson, secondo cui «la scienza non è semplicemente un’altra impresa come la medicina, l’ingegneria o la teologia. È la fonte di tutto il sapere che abbiamo del mondo reale che può essere accertato e uniformato al sapere preesistente» (E.O. Wilson, La conquista sociale della Terra, Cortina 2013, p. 327). Al contrario,

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La canonizzazione della famiglia Romanov

Una penna spuntata - 5 ore 21 min fa

Non è facile parlare della famiglia Romanov, e il fatto che io abbia riscritto quattro volte l’incipit di questo post lo dimostra bene. (Ok, dimostra anche che ho un drammatico bisogno di una vacanza).

I Romanov sono chiaramente le vittime innocenti di un massacro così cruento da far venire i brividi, epperò in un certo senso se la sono anche ‘andata a cercare’. Con tutto il rispetto dovuto ai morti, non è che lo zar Nicola fosse esattamente un monarca illuminato.
Visto il macello che è successo in Russia dopo la loro fine, è difficile non politicizzare la loro morte e/o non accostarcisi con pregiudizio. Epperò a distanza di cent’anni sarebbe anche bello cercare di guardare a questa tragedia con una certa obiettività – anche se dopo aver scritto “tragedia” m’è venuta la tentazione di cancellare e cercare un sinonimo più soft… ma lasciamo perdere.

Esattamente cent’anni fa, nella notte tra il 16 e il 17 luglio, la famiglia imperiale veniva massacrata a Ekaterinburg, assieme a quattro dei suoi più fedeli servitori. I Romanov erano reduci da una lunga prigionia, e, se vogliamo giocare un po’ alle sliding doors, potremmo dire che avevano anche buone chance di non finire nel modo tragico che conosciamo tutti. Secondo i progetti iniziali di Kerenskij, primo ministro della Russia post-zarista, la famiglia (o quantomeno la sua componente femminile, ‘innocua’ nell’ottica di eventuali rivendicazioni del trono) avrebbe anche potuto espatriare in esilio, non appena si fossero calmate un po’ le acque.
Con la salita al potere di Lenin, la situazione dei Romanov peggiora drasticamente. All’interno del partito bolscevico, cresce il numero di chi chiede a gran voce una soluzione definitiva una volta per tutte. In particolar modo, è il soviet radicale di Ekaterinburg a fare la voce grossa, e alla fine, ottiene ascolto. Nella tarda primavera 1918 i prigionieri gli vengono consegnati – e tutto ciò che segue è un rapido cammino verso la morte.

Uno dei più bei ritratti fotografici della Famiglia Romanov (colorato successivamente): 1913.

E adesso facciamo un salto avanti di qualche decina d’anni. Siamo a New York sul finire degli anni ’70, e ci troviamo di fronte a una commissione riunitasi per uno scopo che probabilmente potrà sorprendervi: aprire il processo di canonizzazione per i membri della famiglia Romanov.

L’idea balzana (ma sarà poi così balzana?) viene per la prima volta agli esponenti della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, che messa così sembra ‘na chiesucola separatista con un nome da far ridere, mentre invece è una cosa seria. Nasce al principio degli anni ’20, quando, preso atto del fatto che in Russia marca male, il patriarca di Mostra autorizza tutti gli ortodossi che nel frattempo fossero riusciti a espatriare all’estero a cercare altrove un’altra guida (ché se stai ad aspettare le indicazioni di una chiesa clandestina sotto dittatura, allora campa cavallo…).
Nasce così la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, composta da un sinodo di vescovi residenti al di fuori dell’URRS e aventi come capo un loro proprio metropolita.
Ebbene, verso il finire degli anni ’70, questi signori si mettono in testa una cosa: la famiglia Romanov è stata uccisa barbaramente, è stata uccisa dai comunisti, in un certo senso è morta da martire… dunque, deve essere canonizzata.

Ok ok, non fate queste facce: capisco la vostra perplessità. A naso, io ho come la vaga impressione che i Romanov siano morti per ragioni politiche, più che per una questione di persecuzione religiosa. Ehm.
Certo è che i Romanov erano persone di fede. Chi più, chi meno, e non sto dicendo fossero tutti stinchi di santo: però, ci sono lettere, scritti personali, testimonianze a suffragio di questa tesi. La zarina e una delle sue figlie si sono pure fatte il segno della croce, subito prima d’esser crivellate a morte.
E poi i bolscevichi sono notoriamente anti-cristiani, e poi la conosciamo tutti la quantità di martiri che ci sono stati nell’URSS nel corso dei decenni, uccisi sì in odium fidei
Insomma, la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia non ci va tanto per il sottile: il 31 ottobre 1981 proclama santi martiri tutti i membri della famiglia Romanov uccisi a Ekaterinburg, come pure i quattro servitori che sono andati incontro alla stessa sorte. Successivamente, provvederà a canonizzare come martiri anche altri membri di rami secondari della famiglia imperiale, andati incontro alla stessa fine in tempi successivi.
Una scelta coraggiosa e non priva di valore politico. Proclamare i Romanov santi martiri, a New York, e nel bel mezzo della Guerra Fredda, è chiaramente un messaggio per il mondo.

In una icona che mette una vaga angoscia per quanto è affollata, i martiri di Russia secondo la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia.

Procedette con molta più cautela, dieci anni più tardi, la Chiesa Ortodossa Russa dentro la Russia.

Nel 1991, succedono due cose. Una, è la dissoluzione dell’URRS; l’altra, è il ritrovamento della fossa comune in cui erano stati gettati i resti dei Romanov dopo il massacro.
‘nsomma: un po’ la ritrovata libertà religiosa, un po’ il rinvenimento di quelle che in teoria sarebbero le reliquie se davvero i Romanov sono santi… era quasi inevitabile che anche in seno alla Chiesa Ortodossa in Russia nascesse l’idea di un processo di canonizzazione.

I Russi, per l’appunto, procedono con più cautela. Ovviamente, ‘sul posto’ la situazione è più delicata. Da un lato, c’hai decenni di propaganda comunista in cui gli zar sono stati dipinti come l’incarnazione del male in terra; dall’altro lato, c’hai una minoranza inquietante e rumorosa di nostalgici con simpatie zariste a cui non vuoi mettere strane idee in testa.
Perdipiù, una Chiesa appena uscita allo scoperto non vuole manco mostrarsi all’opinione pubblica come un sostenitore dei Romanov oltre tempo massimo. Intervistando la popolazione, si nota come in molti (anche tra gli ortodossi praticanti) ritengano lo zar Nicola tutt’altro che un brav’uomo. Ok, poverino, ha fatto una fine barbara: però il suo governo è stato debole e poco attento ai bisogni della nazione. Insomma, spiace che sia morto, ma da lì ad additarlo come esempio da seguire…
Per contro, c’è – esiste già! – una devozione popolare nei confronti della famiglia Romanov, basata su un comune sentimento di pietà… che a tratti diventa vera e propria pietà cristiana. Secondo questi devoti, Nicola Romanov aveva avuto come unica colpa quella d’esser stato scelto dall’Onnipotente a governare sulla Russia in un periodo durissimo. Ha fatto del suo meglio per tutelare gli interessi della patria e ha fallito miseramente: però, ci ha provato.

La Chiesa Ortodossa, per togliersi dall’imbarazzante empasse, decide di sviluppare il suo processo di canonizzazione concentrandosi in modo particolare sugli ultimi giorni di vita dei Romanov. In fin dei conti, non è forse vero che il martirio è un battesimo di sangue, e che esperienze forti di conversione in punto di morte possono cancellare interi decenni di vita peccaminosa?
La commissione decide quindi di esplorare due strade: se i Romanov cioè possano dirsi veramente martiri, e se i Romanov abbiano vissuto la loro morte e la loro prigionia con un afflato religioso tale da essere proposto come esempio ai posteri.

Sulla prima domanda, la risposta è un no: con buona pace di quanto hanno deciso gli ortodossi americani, dire che i Romanov sono stati uccisi in odium fidei… ‘nsomma…

Resta da stabilire se abbiano vissuto in modo esemplare la loro prigionia. Sul punto, il problema è che pochi sanno veramente ciò che accadde davvero a Casa Ipatiev, nelle settimane precedenti all’esecuzione. Corre voce di vessazioni continue subite dai Romanov e sopportare con cristiana pazienza (…anche perché, poracci, del resto cosa potevano fare?). Ma appunto, è un ‘corre voce’: le testimonianze non sono mai di prima mano.

Esempio: questa foto, scattata alle Granduchesse Romanov nell’estate 1917 durante i loro primi mesi di prigionia, parla di sevizie offensive, umilianti e immotivate, no? All’atto pratico, parrebbe che i capelli fossero caduti da soli a causa di terapie molto pesanti seguite dalle granduchesse per contrastare un attacco di morbillo che le aveva colpite. Vai a capire?

Esistono, sì, alcuni (rari) testi scritti dai Romanov nella prima fase della loro prigionia. E in alcuni di questi testi, un afflato religioso c’è – ma ovviamente, non in tutti. O meglio, non per tutti. Cosa vuoi che scrivesse di particolarmente religioso il piccolo Alexei, che poveretto aveva tredici anni? Nelle lettere di Anastasia si trova a stento qualche accenno a Dio e alla vita di fede, per non parlare poi della documentazione relativa ai quattro domestici che sono stati massacrati assieme ai Romanov: di loro, sopravvive una quantità di scritti veramente esigua. E comunque, in questi scritti, i tapini (giustamente), parlavano dei fatti loro, non dei massimi sistemi.

L’eventualità di canonizzare i domestici, in particolar modo, pone alla commissione altri due ordini di problemi. Il primo, non da poco, è che alcuni di questi domestici non erano ortodossi (!) – e se questo non era stato un problema (!) per la Chiesa Ortodossa fuori dalla Russia, secondo cui il martirio in odium fidei era stato un battesimo di sangue all’ultimo minuto… beh: il dettaglio diventa invece un grosso problema per la Chiesa Russia, che l’ipotesi martirio – come s’è detto – l’aveva già esclusa.

Ma anche per quanto riguarda i domestici che quantomeno professavano fede ortodossa, la posizione della commissione per la canonizzazione non è univoca.
Da un lato, ci si domanda fino a che punto si possa parlare di “serena accettazione” della prigionia e della morte, da parte di quattro poveri disgraziati che – detto tra i denti – erano lì perché erano sul libro paga degli zar. Cioè, poracci: lavoravano. Il valletto di Nicola Romanov è morto malamente perché Nicola Romanov ha insistito per avere con sé il suo valletto anche in prigionia. Ma allora: il valletto è morto da santo, o è solo una vittima della situazione?
Certamente, la risposta ovvia è che il valletto, a una certa, avrebbe anche potuto licenziarsi. Nessuno lo avrebbe biasimato – neppure i Romanov, probabilmente. Nella decisione (questa sì, eroica) di rimanere al fianco dei loro signori fino all’ultimo momento, i domestici ebbero quantomeno l’occasione di fare una scelta. I Romanov, ovviamente, non avrebbero potuto scegliere la libertà neanche volando; i domestici in teoria sì: e dunque non è ancor più lodevole ed esemplare il modo in cui hanno affrontato la prigionia anche a costo di morire?

Secondo me sì; però, con buona pace dei domestici, la Chiesa Russa decise alla fine di non occuparsi di loro. Se santi sono stati, si disse, non abbiamo modo di dimostrarlo: troppa poca documentazione (e non parliamo poi del fatto che alcuni di loro non erano ortodossi). Il modo migliore per onorarli – suggeriscono le autorità ecclesiastiche – sarà ricordare i loro nomi durante le commemorazioni e raccontare la loro storia. Ma nulla di più.

Quanto alle vittime imperiali, beh… dopo dieci anni di duro lavoro, la commissione giunge infine a una decisione condivisa. I Romanov non sono martiri, ma possono essere annoverati tra i “portatori di passione”, una categoria di santità che non trova un corrispettivo esatto tra quelle di noi cattolici.

Citando Wikipedia,

il titolo può essere assegnato a una persona che ha affrontato la sua morte in modo simile a Gesù. A differenza dei martiri, i portatori della passione non sono stati esplicitamente uccisi per la loro fede, sebbene si siano attenuti a quella fede con pietà e vero amore per Dio. Quindi, sebbene tutti i martiri siano portatori della passione, non tutti i portatori della passione sono martiri.

In particolar modo, la commissione per la canonizzazione dei Romanov ritiene che, nelle loro lunghe settimane di prigionia, i membri della famiglia imperiale abbiano affrontato quello che la Chiesa Ortodossa definisce podvig – altro termine che non ha corrispettivi nella tradizione cattolica, ma che sta a indicare una forte e dolorosissima lotta spirituale, per certi versi assimilabile a quella di Gesù nell’Orto degli Ulivi.

Un sereno scatto delle granduchesse Tatiana, Maria e Anastasia nelle prime fasi della loro prigionia, nella primavera 1917

Alla fine la canonizzazione ci fu: a due rate, tra il 19 e il 20 agosto 2000. Le celebrazioni si tennero nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, proprio a pochi passi dal Cremlino. Un luogo simbolico, quello: la chiesa, costruita nell’800 per volontà dello zar Alessandro I, fu demolita nel 1931 con l’intenzione di costruirci sopra un grandioso Palazzo dei Soviet. (All’atto pratico, il palazzo non fu mai costruito a causa della carenza di fondi, e nel buco lasciato dalle fondamenta dell’ex-chiesa, Chrusev ebbe la pittoresca pensata di far costruire una piscina a cielo aperto). Ricostruita ex novo negli anni ’90, la cattedrale è già di per sé un simbolo potente.

Una delle tante icone raffiguranti la Santa Famiglia Imperiale

Quanto ai resti mortali dei Romanov (o reliquie, se preferite), essi riposano nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, assieme ai loro antenati. Sul punto in cui a Ekaterinburg ebbe luogo il massacro, sorge oggi la Cattedrale sul Sangue. Curiosamente per una chiesa, il nome completo ha un “sottotitolo”: in onore di tutti i santi risplendenti nella Terra Russa.

P.S. E comunque… non è mica finita qui!
Presente, i quattro servitori venerati come santi dalla Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia e ‘scartati’ invece da quella Ortodossa in Russia? Ecco, io ho tutta l’intenzione di assecondare la proposta della Chiesa Ortodossa e di tenere viva la loro memoria.
Anche perché… non era mica un caso, il mio ripetere ossessivamente che alcuni di loro non erano nemmeno battezzati ortodossi. No, era finalizzato a questo ultimo colpo di scena: uno di loro, in effetti… era battezzato cattolico.

Paolo VI mise il veto sulla pillola. L’elogio di Bergoglio: «fu un profeta coraggioso!»

UCCR Online - 10 ore 52 min fa

«Penso al Beato Paolo VI. In un momento in cui si poneva il problema della crescita demografica, ebbe il coraggio di difendere l’apertura alla vita nella famiglia. Non è stato un arretrato, un chiuso. No, è stato un profeta, che con questo ci ha detto: guardatevi dal neo-Malthusianismo che è in arrivo». Peccato che nessuno stia ricordano questi netti giudizi di Francesco sul Papa della Humanae Vitae, l’enciclica che -tra le altre cose, poiché non bisogna ridurla a questo- ribadì anche il rifiuto alla contraccezione chimica da parte della Chiesa.

E’ un tema tornato d’attualità grazie allo studio di mons. Gilfredo Marengo, docente al Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II e autore del libro La nascita di un’enciclica. Humanae vitae alla luce degli Archivi Vaticani (Libreria Editrice Vaticana 2018).

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Malthusianesimo: la finestra di Overton è spalancata

Critica Scientifica - Dom, 15/07/2018 - 23:55

Thanos: l’idea malthusiana di eliminare parte della popolazione finora aveva sedotto solo le élite illuminate, adesso comincia a farsi strada a livello popolare. 

Le finestre di Overton aperte sono ormai così tante che rischiano di fare corrente, ultima in ordine di tempo quella sul cannibalismo che finora era stata usata come esempio per spiegare il meccanismo, finché non ha smesso di essere un esempio per diventare realtà:

 

Cannibalism feels wrong. But why? What exactly is different about eating a dead person’s meat and eating a dead cow’s meat? Does it matter if someone consents? Join the Kialo debate on whether cannibalism is ethically permitted. https://t.co/bEFePUhXFF

— Kialo (@KialoHQ) 26 maggio 2018

 

Ma quello su cui vogliamo soffermarci stavolta il vento della novità che arriva dalla finestra spalancata del malthusianesimo, un vento che è portato da un personaggio cinematografico della Marvel che si chiama Thanos, un nome che deriva  dal greco θάνατος, ”morte”. Si tratta di uno dei soliti dotati di supercaratteristiche, a volte sono buoni e a volte cattivi, lui ha il chiodo fisso di far fuori metà degli esseri viventi dell’universo.

Più vicino ad un personaggio della mitologia greca che al mondo dei supereroi Thanos sa di essere malvagio e ritiene che in realtà tutti lo siano senza però avere il coraggio di ammetterlo, come Nerone ha alle spalle l’uccisione della madre che aprì con un bisturi dalla gola all’inguine, proviene da Titano, una luna di Saturno, che mitologicamente rappresenta la rivolta contro le forze superiori e in particolare contro le divinità. Saturno che nella mitologia greca è Crono, divora i propri figli, le origini di Thanos sono dunque chiare: il desiderio di uccidere e la rivolta contro il sacro sono nel suo DNA. Per i palati più fini Saturno-Crono è anche il pianeta di riferimento degli alchimisti, quelli che sintetizzano la loro azione nel motto Solve et coagula dove la decomposizione è necessaria per poter raggiungere una nuova sintesi. Saturno è anche il pianeta della Melancholia, lo stato d’animo di chi inizia il cammino magico alchemico e per questo il pianeta è presente nell’incisione di Albrecht Dürer che porta proprio questo nome.

Thanos dunque unisce il desiderio di morte alchemico e iniziatico alle pratiche tutte materialiste della riduzione della popolazione, che poi sono esattamente quelle sostenute da Thomas Robert Malthus e che tanto peso hanno avuto nelle politiche del XX secolo. Curiosamente e forse non a caso, Thanos è comparso nel 1973, un anno dopo che il Cub Roma ebbe lanciato il suo apocalittico “The limits to growth” che proprio nel ’72 veniva pubblicato. Thanos vuole ‘guarire’ l’universo dalla sovrappopolazione e vede i viventi come una malattia, in questo appare come la trasposizione cinematografica di Aurelio Peccei, che del Club di Roma fu il fondatore, che ebbe a scrivere:

«Un altro comportamento aberrante della nostra specie la rende gravemente colpevole davanti al tribunale della vita. Si tratta della sua proliferazione esponenziale, che non si può che definire cancerosa».

Ma fin qui niente di nuovo, c’è il malthusianesimo, c’è qualcuno che lo rilancia a centocinquant’anni dalla comparsa, c’è l’industria di Hollywood che lo pubblicizza nei suoi film, e in fondo tutto questo avveniva nel 1973.

La novità è che adesso l’idea di sterminare metà degli esseri viventi dell’universo riesce a trovare dei fan a livello popolare. Ma non solo, seppur a livello di gioco i fan ritengono accettabile l’idea di essere essi stessi eliminati per realizzare il piano di dimezzamento. Questo è infatti quello che è successo nella comunità “ThanosDidNothingWrong” dove 300.000 utenti sono stati eliminati in modo casuale come evidenziato in questo video:

Guarda ^_^ di Reddit su www.twitch.tv

La finestra di Overton per l’eliminazione di una parte dell’umanità è stata aperta oltre due secoli fa e si è trattato di una finestra facile da aprire riguardo il controllo delle nascite, ma che si è rivelata particolarmente ostica riguardo la diminuzione dei soggetti già in vita.

Anche su questo punto qualcosa si muove finalmente. Si tratta per ora solo di un gioco e tra l’altro esso è molto criticato sul web. Dimenticavo, è proprio così che si aprono le finestre di Overton.

 

 

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Perché Martin al meeting delle famiglie oscurerà tutto il resto

Costanza Miriano - Sab, 14/07/2018 - 11:24

di Costanza Miriano

Che invitare padre Martin tra i relatori al meeting mondiale delle famiglie che si terrà a Dublino in agosto sia un errore terribile è evidente. Resta solo da capire se sia stato fatto per ingenuità o ignoranza, oppure perché tra gli organizzatori c’è qualcuno che odia le famiglie.

Dunque, vediamo: dal ’94 ogni tre anni si tiene questo incontro mondiale. L’idea fu di san Giovanni Paolo II: quell’anno le nazioni Unite avevano indetto l’”Anno internazionale della famiglia”, e la Chiesa voleva rispondere con la sua profezia sulla famiglia, la sua visione che tanto aveva – ha – da annunciare al mondo. Ovviamente non è un incontro in cui si dia un aiuto pratico alle famiglie, non è questo il momento in cui la Chiesa si mette al loro fianco, come fa o dovrebbe fare tutto l’anno, parrocchia per parrocchia, realtà per realtà. Anche perché di solito quelle che vanno – a parte quelle del luogo – sono famiglie impegnate nella Chiesa, inserite in qualche cammino, in qualche realtà associativa e che già vivono la fede.

Il punto centrale di questi raduni mondiali dunque è fondamentalmente comunicativo. Devono essere un segno per il mondo, si promuovono idee, c’è il congresso e ci sono relatori molto interessanti e un programma ricco, ma, come dicevo, per quelli già “inseriti”, che vanno lì, mentre per i milioni di famiglie che ricevono il messaggio da casa loro, il meeting ha valore di segno profetico. I giornali, i siti rilanciano solo alcune parole del Papa – ovviamente, rigorosamente selezionate – qualcuno si va a rileggere il discorso per intero, la maggior parte no, e di solito finisce lì.

Quest’anno, sono pronta a scommetterci, ci sarà però uno che occuperà le pagine dei giornali insieme al Papa, nel pochissimo spazio che si degneranno di dedicare a Dublino. Questo sarà padre Martin, il gesuita che ha scritto un libro per dire che se le persone che provano attrazione per lo stesso sesso sono infelici, la colpa è della Chiesa. Non degli abusi che molti di loro hanno subito, non del fatto che gli atti omosessuali sono profondamente contrari alla felicità umana, ma della Chiesa che è cattiva. Un sacerdote, dunque, che non vuol bene alla Chiesa e che non dice la verità (infatti il suo libro comincia con una bugia, cioè racconta della strage nel locale di Orlando lasciando intendere che sia di matrice omofobica, quando il killer probabilmente era egli stesso un assiduo frequentatore del locale per omosessuali in cui è avvenuta la strage).

Non basta. Questo sacerdote terrà una relazione dal titolo “Showing welcome and respect in our Parishes for ‘LGBT’ People and their Families”. È la seconda volta che l’acronimo LGBT, inventato di sana pianta dai militanti omosessualisti, viene scritto nero su bianco in un documento della Chiesa. Ma la prima volta era su richiesta dei giovani interpellati per la preparazione del documento per il sinodo sui giovani. E già mi era parsa un’assurdità perché i padri non dovrebbero assecondare tutte le follie dei figli, ma correggerli perché fioriscano e siano felici. Questa volta invece è un sacerdote a scegliere di usarla, uno che dovrebbe conoscere bene la posizione della Chiesa, a meno che non sia coinvolto in prima persona. E la Chiesa non è sua, ma è un deposito che ha ricevuto e che dovrà tramandare, di cui dunque non può fare quello che vuole.

Che la Chiesa usi questo acronimo in un programma ufficiale è una grave offesa alle persone che vivono la loro attrazione verso lo stesso sesso con fatica, cercando Dio e senza assecondarla. Vuol dire inchiodare una persona alla propria attrazione, vuol dire togliergli la propria dignità di persona che è e sarà sempre molto di più della sua attrazione, anche quando deciderà di esercitarla e di aderirvi. Non sarà mai una persona LGBT, sarà una persona e basta.

Che la Chiesa inviti Martin a parlare al mondo nel raduno mondiale della famiglie è, soprattutto, uno schiaffo in piena faccia ai milioni di famiglie che stanno in trincea, che combattono con la povertà, con un figlio disabile, con la mancanza di lavoro o con la fatica bestiale quando il lavoro c’è, con la tentazione di mollare tutto, con la fatica della fedeltà a situazioni drammatiche: queste famiglie se ad agosto apriranno i giornali leggeranno solo del sacerdote militante. Niente verrà riportato sui siti, nessuna delle belle parole dei tanti che invece parleranno di esperienza vissuta, del loro lavoro a fianco delle famiglie ferite – quale famiglia non lo è, in qualche modo? – di tutto l’enorme patrimonio di saggezza che la Chiesa può offrire. Niente di niente. Il sacerdote mediatico americano sarà l’unica notizia, e la colpa di chi è? Non lo so. So che a molti non era gradito, e che c’è stato un braccio di ferro per evitare che venisse invitato. Non so chi fosse a favore di questo invito, anche se posso immaginarlo, so comunque che ha vinto. So però chi ha perso. So che hanno perso le famiglie. So che perde anche la Chiesa, perde credibilità. Perché la militanza LGBT non c’entrava veramente niente con il cuore del tema delle famiglie. Ci sono centinaia e centinaia di milioni di famiglie assetate di verità, e che saranno schifate da questa propaganda. So che hanno perso, infine, le persone che provano (o credono di provare) attrazione per lo stesso sesso, il cui problema è la ricerca della verità, non che venga “mostrato loro rispetto”, perché di rispetto ne hanno, tanto più nelle parrocchie, ma non è quello il loro problema.

Conosco un pochino i mezzi di informazione: quando c’è un convegno, un’iniziativa ufficiale, la stampa non riporta mai i contenuti veri e propri, considerati sempre troppo istituzionali e poco notizia. In gergo si dice “fammi un pezzo a margine”, cioè raccontami non la cosa centrale, non il tema del convegno che quello si sa ed è una noia mortale, ma qualcosa di contorno, un pezzetto intrigante, qualcosa che guadagni un decimo di share o un clic in più. È la malattia dell’informazione, ma bisogna saperlo. Bisogna saper usare i mezzi di informazione. Navarro Valls spiegava sempre a Giovanni Paolo II: se lei dice questo, domani i giornali scriveranno quello. Ecco, io non sono Navarro Valls, ma fin qui ci arrivo anche io: se a Dublino va il prete pro LGBT, la notizia per i giornali sarà lui, il prete che non condivide il catechismo (dice che induce al suicidio!), non la coppia che racconta come è uscita da una crisi, come si rimane sul campo di battaglia consegnando il cuore a Cristo, come si diventa una sola carne vivendo il mistero grande di cui parla Gesù nel Vangelo, che è invece quello che davvero serve alle famiglie assetate di verità e bellezza, non di propaganda. Un po’ la stessa cosa che è successa con Amoris laetitia: due paragrafi dell’ottavo capitolo hanno azzerato tutto il resto per la stragrande maggioranza della gente che, colpevolmente, non si sogna proprio di leggere esortazioni postsinodali, lettere apostoliche, encicliche. Bisogna sapere come funziona la comunicazione e usarla per il bene.

Se chi ha deciso il programma è solo ingenuo, siamo ancora in tempo per rimediare. Se odia le famiglie, beh, allora è stato proprio bravo a piazzarlo in cartellone.

L’UAAR costretta a chiudere il Forum ufficiale: i membri troppo aggressivi (tra loro)

UCCR Online - Sab, 14/07/2018 - 06:12

L’Unione Atei Agnostici Razionalisti (UAAR) continua ad avere grossi problemi con i suoi razionalistici soci e tesserati, impegnati più ad insultarsi tra loro piuttosto che sorseggiare laicamente approfondimenti sull’inclusività, superiorità e rispettosità della morale laica, non arrogantemente detentrice di una inesistente “verità”.

Il 14 giugno scorso, infatti, la dirigenza UAAR ha dovuto chiudere una volta per tutte il Forum ufficiale, divenuto «una sorta di arena di utenti particolarmente rissosi» che producono «sfinenti ed interminabili diatribe tra utenti le cui responsabilità erano ormai distribuite pressoché alla pari. Si annullava, infatti, la differenza tra chi insultava e chi, talvolta anche in modo subdolo,

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Provocazioni

Berlicche - Sab, 14/07/2018 - 01:15

Va bene, va bene, faccio coming out. Sono un appassionato di Clash Royale.
Per chi non lo conoscesse, è un giochino di quelli che vanno su tablet e cellulari. Si gioca sempre online, contro uno sfidante di qualsiasi parte del mondo. Ognuno ha tre torri, e bisogna distruggere quelle del nemico entro un dato tempo. Per farlo si gettano sul terreno di gioco diversi tipi di “carte”, ognuna con caratteristiche diverse: scheletri, velocissimi goblin, barbari, cavalieri, principesse dotate di frecce incendiarie, draghi… una volta piazzate, si muoveranno secondo le loro caratteristiche fino a distruggere o essere distrutte.

Me ne sono innamorato appena l’ho visto giocare ai miei figli, e da allora mi ha fatto perdere (divertendomi) un sacco di tempo. Ma non era del programma in sé che volevo parlare.
Una caratteristica dell’applicazione sono le “provocazioni”. C’è un set di frasi fisse e brevi animazioni che si possono “lanciare” all’avversario. Sia per complimentarsi o augurare buona fortuna, sia per – appunto – provocarlo. C’è gente, e sono in buon numero, che pare che più che vincere abbiano come scopo insultare l’avversario, farlo uscire dai gangheri. Quando ci si trova di fronte persone del genere il pensiero è “quanto può essere cretina la razza umana”. Quale genere di persona gode più nel fare male all’avversario che di una sfida ben combattuta?

Da poco gli autori del gioco hanno messo in vendita delle nuove provocazioni animate. Non credereste quanti le hanno comprate. Non oso pensare i guadagni stratosferici derivanti dal vendere per tre euro quattro animazioni a decine, centinaia di migliaia di persone. In Iraq, in Cina, in Brasile, in ogni stato del mondo c’è gente che spende soldi non per aumentare le probabilità di vittoria cercando di potenziarsi, ma per prendere in giro sconosciuti di cui non sapranno mai neanche il nome.

Qualcuno ha detto “che cosa sia l’uomo lo si vede quando gioca”. E’ vero. E fa pensare.

Palantir

Nihil Alieno - Ven, 13/07/2018 - 10:40

E’ un dato di fatto. E’ sotto gli occhi di tutti.

La Chiesa cattolica è allo sbando. Il Papa è eretico, i Vescovi corrono dietro alla mondanità e non insegnano più le sacre verità. A parte una residua, minoritaria, impotente, ultima pattuglia su facebook non c’è più nessuno disposto a difendere la vera dottrina.

Movimenti una volta numerosi e efficaci sono ridotti al lumicino a causa della guida sconsiderata di pretini insipidi.

Non ci sono più i fondatori di una volta.

I Papi di una volta.

I vescovi di una volta.

E neppure i tempi di una volta.

La storia è ormai inesorabilmente avviata al declino, al tracollo antropologico dovuto allo strapotere delle lobby. La crisi economica è inevitabile e i politici non sanno o non vogliono prendere provvedimenti. La terza guerra mondiale è alle porte.

I pochi che saprebbero come fare a salvare il mondo sono lasciati soli a gridare su facebook, la loro sapienza e lungimiranza in balia di commentatori che non capiscono mai neanche esattamente quello che vogliono dire, o la sua importanza.

Il braccio di Dio si è accorciato, la sua Onnipotenza è sotto scacco.  Come potrebbe salvare il mondo? Non vedete quanta cattiveria, quanta corruzione, quante opinioni errate, quante convinzioni erronee, quanta ignavia, quanta complicità al male, quanta poca indignazione davanti al peccato dei più?

 

In un mondo in cui i buoni possono solo più inviare disperati quanto inutili appelli, anche io, che pure buona non sono, anzi ingenua e sommamente pigra,  lancerò il mio:

Cari fratelli cristiani, smettete di guardare dentro il palantir.

Non vi fa bene.

Vi rende come lui.

Una palla.

 

 

 

El Salvador dice “no” all’aborto, sconfitti New York Times ed Amnesty International

UCCR Online - Ven, 13/07/2018 - 09:14

Nonostante una massiccia campagna di pressione da parte di New York Times, CNN, BBC, Human Rights Watch ed Amnesty International, l’uccisione di bambini non ancora nati tramite aborto continuerà a rimanere illegale in El Salvador. Quando queste grandi compagnie di corruzione ideologica falliscono i loro obiettivi è un momento di speranza per un mondo migliore.

Gli eugenisti di Amnesty International hanno dichiarato furiosi che i «legislatori di El Salvador hanno le mani macchiate di sangue dopo aver rifiutato persino di discutere la proposta di depenalizzazione dell’aborto. La fallita opportunità di porre fine a questa ingiustizia è un duro colpo per i diritti umani in El Salvador». Chi si rifiuta di uccidere avrebbe le “mani macchiate

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Privato

Berlicche - Gio, 12/07/2018 - 23:26

La religione per definizione parla del mistero di cosa vuol dire essere uomo e vivere. Pensare che sia un fatto privato da non mostrare in pubblico vuol dire non averlo compreso. La vita è qualcosa che accade vivendo.

Anche il credersi dei e negare Dio è un tipo di religione, oggi molto in voga. Non a caso essa cerca di negare alle sue concorrenti il diritto di esprimersi, perché, afferma, altri diritti sono più importanti. Questi diritti sono i suoi dogmi arbitrari. Vanno creduti ciecamente, anche perché le loro motivazioni non sono evidenti.

Se alla fede non è permesso agire visibilmente, da parte di chi dice di averla o a causa di altri che non ce l’hanno, è come se quel dio non avesse mani, piedi, occhi, voce, e quindi non fosse che un idolo muto. Crederci diventa indifferente, inutile, niente.

Una volta confinato Dio nel privato, l’uomo è privato di Dio.

Croazia finalista ai Mondiali. L’allenatore Dalic: «domenica? Come sempre, andrò a Messa»

UCCR Online - Gio, 12/07/2018 - 14:00

Per chi segue i Mondiali di calcio, non potrà non essersi stupito di una cenerentola in finale. La Croazia ha infatti battuto l’Inghilterra e, per la prima volta, giocherà la finale sfidando la Francia. Ancor più curioso è che l’allenatore della selezione croata sia un perfetto sconosciuto, che fino a ieri allenava, con alterne fortune, squadre albanesi, saudite e degli Emirati Arabi.

Il suo nome è Zlatko Dalic, 51 anni, sposato e padre di due figli. Segno caratteristico: umiltà, che non significa “buonismo”. Dopo la prima partita ha mandato a casa l’attaccante Kalinic rifiutatosi di scendere in campo contro la Nigeria. Un’altra caratteristica del tecnico croato è una genuina fede cattolica. Non tanto per il rosario custodito in tasca durante le partite -abitudine che per molti sportivi in realtà somiglia a mera scaramanzia pagana, una sorta di amuleto-, piuttosto

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Chi tace è complice

Nihil Alieno - Gio, 12/07/2018 - 10:41

Mi pare un’ottima notizia.

Infatti, non c’è più neppure una persona che taccia.

Tutti dicono la loro, continuamente…

Negozi chiusi di domenica: da Di Maio (e dal Papa) una proposta intelligente

UCCR Online - Gio, 12/07/2018 - 09:00

Nel 2012 il decreto Salva Italia liberalizzava gli orari di apertura dei negozi e di altri enti pubblici, questo per facilitare il commercio e migliorare il servizio consumatori. Tale azione di governo, atta a rilanciare l’economia dopo la crisi del 2008, cercava di aiutare commercianti e negozianti, cosa che effettivamente è riuscita a fare, almeno in parte. Ma ha anche portato enormi problemi per i dipendenti.

Un caso è recentemente scoppiato al centro commerciale Oriocenter di Bergamo, dove con una circolare si comunicava ai lavoratori gli orari da coprire durante i giorni festivi di Natale e Santo Stefano. E’ scoppiata una protesta che ha visto coinvolti metà dei 3.000 dipendenti, tanto da far arrivare il caso fin in Parlamento. Già all’epoca, il neo ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, si era espresso a favore

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La censura migliore è quella che fa credere di non esistere: il caso dello shadobanno di CS

Critica Scientifica - Gio, 12/07/2018 - 01:06

Mentre gli occhi sono puntati sulla proposta di legge dell’europarlamento sul pretestuoso copyright ammazza blog, altre forme più subdole e per questo efficaci di censura vengono già attuate: il caso dello shadow banning

Ne avevo sentito parlare dello shadow banning ma era come una di quelle leggende dei periodi cosiddetti oscuri dell’umanità nei quali si favoleggiava di misteriosi mostri marini che tutti assicuravano esistere ma dei quali non esistevano le prove. E così è stato come se all’improvviso mi fossi trovato davanti ad un mitologico kraken quando ho letto con i miei occhi che l’account twitter di Critica Scientifica era stato sottoposto ad un regime di “restrizione temporanea”:

Cosa significhi “temporarily restricted” lo scopriamo sulla pagina di twitter dove si spiega solo però che potrei aver violato le kafkiane community twitter rules tra le quali scopriamo che ad esempio la mannaia del copyright già esiste, in pratica twitter può agire trovando un pretesto qualsiasi in un caso o lasciar fare liberamente a proprio arbitrio. La misura restrittiva consiste nel blocco della visibilità dei tweet agli occhi di quelle persone che non siano diretti followers, in pratica se io twitto un messaggio questo non sarà visibile al di fuori dei miei followers, anche se dovessi menzionare qualcuno nel tweet questi non verrebbe raggiunto. E così ovviamente se mettessi un hashtag, al di fuori dei miei followers nessuno potrebbe trovare il mio tweet consultando le tendenze.

Esiste quindi un provvedimento in grado di “strozzare” la comunicazione impedendo che vengano raggiunti altri utenti al di fuori della cerchia già raggiungibile di consueto. Il punto è che questo provvedimento è stato preso senza provvedere ad avvisare il titolare dell’account ristretto (nel caso specifico il sottoscritto) che quindi non sarà al corrente della diminuita efficacia della propria azione. Nel caso di CS me ne sono potuto accorgere casualmente solo perché avendo un secondo account e avendo deciso di auto unfollowarmi, su tweepsmap mi è apparsa la lista degli unfollowatori e tra questi CS con la dicitura “temporarily restricted”.

Episodi come questo servono ad evidenziare il fatto che la censura è di fatto operante ad un livello subdolo, che non dobbiamo mai dimenticare che su piattaforme come Facebook, twitter ecc… siamo ospiti in territorio privato e quindi soggetti a regole arbitrarie.

Poi scopri che in un paio di mesi twitter ha sospeso 70 milioni di account sospettati di propagare fake news, una giustizia sommaria che equivale ad uno sterminio di massa di pensieri non allineati:

Prove tecniche di censura: Twitter ha sospeso 70 milioni di account. Forse è questa la ragione dello shadow banning parziale di ⁦@CriticaScient⁩ … Molto preoccupante! https://t.co/lXWy5uDzK5

— Marcello Foa (@MarcelloFoa) 8 luglio 2018

 

Tutto questo significa che oltre ad impegnarci a contrastare le leggi manifestamente censorie come quella sul copyright va sollevato il problema della gestione privata di un bene comune e soprattutto di sensibilità politica e democratica, un interesse di sicurezza nazionale che non può restare di esclusivo dominio di un proprietario: anche su queste strutture private lo Stato deve poter dire la sua.

Impossibile? La Cina, nel bene o nel male, insegna che ai colossi di Internet si può imporre la legge delle nazioni e del loro interesse sovrano.

Intanto mi tengo kafkianamente lo shadobanno, senza sapere perché e senza sapere fino a aquando.

Un saluto a quelli che comunque riusciranno a leggere i tweet di CS.

 

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Benedetto

Berlicche - Mer, 11/07/2018 - 23:34

San Benedetto cercava Dio, per questo educò gli uomini, che fecero l’Europa.
Oggi vogliono dimenticare Dio per cercare l’Europa, e stanno solo disfacendo gli uomini.

Di come il rosso divenne un colore politico

Una penna spuntata - Mer, 11/07/2018 - 18:41

Se qualcuno avesse bisogno una volta di più di avere la conferma sul fatto che la ggggente è scema, suggerisco di farsi un giro sui social network usando come chiave di ricerca “maglietta rossa” (quella che siamo invitati in questi giorni a indossare in segno di appoggio ai migranti). Anche solo consultando la mia personale timeline di Facebook, potrei additarvi senza fatica quella che usa la stessa maglietta rossa da una settimana, lavandola la sera quando torna dal lavoro e rimettendosela addosso la mattina, e quella che – rea di aver indossato un toppino rosso che si accompagnava bene alle sue scarpe nuove – è stata esortata da sua madre a cambiarsi d’abito, perché la signora non vuole in casa “i pietisti delle magliette rosse”.

Certo che il rosso è un colore jellato, mi dicevano stamane tenendo in mano una blusa color vinaccia e soppesando pensierosamente la valenza socio-politica di quella specifica sfumatura. Non s’è mai visto nel corso dei secoli un colore che si porta appresso simbologie così tanto politicamente marcate: dal berretto frigio dei rivoluzionari alla bandiera rossa che trionferà, passando attraverso le giubbe delle armate garibaldine.

E allora mi sono chiesta: ma perché proprio il rosso?
Ok, nel caso dei rifugiati lo sappiamo bene: le madri vestono di rosso i loro bimbi prima di farli salire a bordo, per renderli più riconoscibili in caso di naufragio. E ok: ma i sanculotti? I comunisti? I garibaldini? Come mai proprio e sempre questo colore, tra tutti quelli che esistono al mondo?

Per fortuna che c’è Michel Pastoureau, storico francese che s’è fatto un nome in questo campo di ricerca. Il suo (consigliatissimo) Rosso: Storia di un colore è stato perfetto per aiutarmi a togliermi questa curiosità.

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È solo dalla fine del secolo XVIII che il rosso assume (e prepotentemente) un significato politico che lèvate. Fino ad allora, gli stendardi rossi non veicolavano alcun messaggio particolare, anzi erano dei semplici segnali di ordine pubblico: per avvisare il popolo di una minaccia, si faceva sventolare un vessillo dal rosso acceso. Era un segno di allarme, un “fossi in te, io me ne andrei da qui e pure in fretta”.
Nel corso del Settecento, le autorità francesi cominciano ad approfittare di questa simbologia non tanto per annunciare al popolo un pericolo effettivo, quantopiù per disperdere le folle che si radunavano in piazza. Nello specifico, nell’ottobre 1789, in Francia, l’Assemblea Costituente decreta che, in caso di tumulti (già in corso, o anche solo presagiti), le forze dell’ordine “portino in tutte le vie e in tutti gli incroci una bandiera rossa”, dopodiché “tutti gli assembramenti verranno considerati criminosi e dovranno essere dispersi”.
Insomma: una bandiera rossa dal significato piuttosto oscurantista e liberticida, verrebbe da dire – altro che simbolo del sol dell’avvenir!

Sventolava una bandiera rossa anche nella famosa giornata rivoluzionaria del 17 luglio 1791. Luigi XVI, dopo aver tentato di fuggire all’estero, viene bloccato a Varennes e riportato in patria. La folla si raduna sul Champ-de-Mars, è in subbuglio, il raduno spontaneo pare mutarsi in rivolta. Il sindaco di Parigi ordina di esporre le famose bandiere rosse per dare alla folla l’ordine di disperdersi, ma prima ancora che i parigini abbiano il tempo di allontanarsi le guardie nazionali aprono il fuoco, senza preavviso.
Le vittime – una cinquantina – vengono immediatamente proclamate “martiri della Rivoluzione”, e la bandiera rossa (naturalmente, ormai “tinta del loro sangue”) diventa provocatoriamente negli ambienti rivoluzionati il simbolo del popolo in rivolta, pronto a levarsi contro la tirannia.

Da quel momento in poi, scrive Pastoureau,

il rosso avrà questa funzione in ogni sommossa e insurrezione popolare. Viene risfoderato ogni volta che il popolo scende in strada o vengono minacciate le conquiste sociali ottenute grazie alla Rivoluzione. E’ un segno di riconoscimento la cui forza simbolica andrà crescendo per tutto il XIX secolo.

Prudentemente chiusa nei cassetti durante l’esperienza napoleonica, la bandiera rossa ricomincia a sventolare dalle brarricate man mano che si avvicina la metà dell’Ottocento. Nelle giornate rivoluzionarie dell’estate 1830, nelle insurrezioni repubblicane del ’34, nella primavera del popolo del ’48: in tutte quelle occasioni, la bandiera rossa è lì, forte della sua straordinaria potenza simbolica ormai acquisita.
Ma non solo: man mano che i moti del ’48 si allargano a macchia d’olio in tutta Europa, ecco, anche in quel caso la bandiera rossa è lì. Di Stato in Stato, “dal Mazzanarre al Reno”, il rosso è ormai diventato il colore dei poveri, degli oppressi, di chi lotta per un futuro migliore.
E – ça va sans dire – anche di chi politicamente sostiene la loro causa.
Attorno alla metà dell’Ottocento, cominciano a nascere nei vari Stati d’Europa i primi partiti operai. Non c’è manco bisogno di dirlo: ognuno di loro sceglie di adottare il rosso come proprio vessillo. E, a quel punto, gli esiti sono prevedibili: la bandiera rossa che inneggia a Lenin, il libretto rosso di Mao Tse-Tung, le Brigate Rosse di triste memoria, il rosso di piazza Tienanmen…

Il legame tra il rosso e i partiti o i gruppi politici di sinistra e di estrema sinistra ha dominato la storia di questo colore per un secolo e mezzo, relegando in secondi piano tutti gli altri suoi campi simbolici: l’infanzia, l’amore, la passione, la bellezza, il piacere, l’erotismo, il potere, e persino la giustizia.

Pastoreau, per la cronaca, se ne rammarica:

Una corrente di pensiero lo ha confiscato a proprio uso esclusivo come simbolo o emblema, facendone, più che un colore, un’ideologia. Tanto che, ancora qualche anno fa, non era possibile confessare di preferire il rosso a tutti gli altri colori senza passare per un comunista convinto.

Certo: il caso specifico delle magliette rosse a sostegno dei migranti ha origini ben diverse e molto molto circostanziate. Rosse – come sanno anche i muri – sono le magliette con cui vestono i migranti nella speranza di essere più visibili in caso di naufragio: se vogliamo trovare una origine per l’hashtag del momento, dobbiamo ricercarla non certo nel berretto frigio di qualche dipinto ottocentesco ma nel vestitino del piccolo Aylan e dei suoi sfortunati compagni.

Se Aylan – poniamo – avesse avuto un vestito giallo, di giallo, oggi, il web si vestirebbe.

Ma la storia dei colori, e delle simbologie ad essi collegati, è così: straordinariamente appassionante, e ricca di colpi di scena. A me piace così tanto esplorare le infinite vie per cui, nel corso dei secoli, proprio un colore (quello lì: non gli altri) assume (spesso per caso) un significato forte e pregnante (che, spesso, si imprime nella nostra mente… e, da lì, è ben duro a morire).

Bestemmiava contro le Sentinelle in Piedi, condannato il “Nazista dell’Illinois”

UCCR Online - Mer, 11/07/2018 - 17:55

Mentre i suoi “colleghi” picchiavano le Sentinelle in Piedi durante le manifestazioni contro la legge bavaglio sull’omofobia, lui, Giampietro Belotti, si travestiva da nazista dell’Illinois, con tanto di Mein Kampf e cartellone con la scritta: “I nazisti dell’Illinois stanno con le Sentinelle”.

«Sono sempre stato appassionato di feste in maschera e costumi assurdi», ha spiegato Belotti. Certo, ognuno ha gli hobby che meglio soddisfano la propria maturità intellettiva, tuttavia l’esibizione non è servita a nulla: la legge sul reato d’opinione è rimasta sepolta, i picchiatori Lgbt sono stati condannati (sei mesi di reclusione e 10mila euro di multa) e a lui hanno ritirato il porto d’armi. Ha impugnato il decreto del prefetto, ma il Tar gl

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Le storie di San Randazio: il prossimo abate

Berlicche - Mar, 10/07/2018 - 23:18

“Bene arrivato, Fratel Randazio! Fratelli, accogliamolo con un applauso!”
Randazio tossicchiò, chiaramente imbarazzato. Aveva viaggiato quattro giorni, a piedi da Collemagno, per raggiungere il monastero dove il suo superiore l’aveva inviato. Ad accoglierlo aveva trovato una folla, un comitato di benvenuto. Il monaco che aveva parlato si fece avanti e lo abbracciò. Era di mezz’età, leggermente pingue, con la barba e la tonsura curata e un saio assolutamente perfetto. Come del resto anche gli altri frati che avevano circondato il nuovo arrivato.
Il monaco ben vestito, tenendogli una mano sulla spalla, si rivolse agli altri. “Caro Fratel Randazio, è un onore che un personaggio così famoso abbia accettato il nostro umile invito di entrare a far parte di questa comunità. Sono sicuro che con voi come abate il nostro convento diventerà ancora più grande e prospero di quello che è.” Parlava con enfasi, intervallando le frasi con momenti in cui pareva prendere abbastanza fiato da gonfiarsi come un rospo. “Ah, dimenticavo di presentarmi: sono Fratel Duccio, il priore del nostro caro monastero di Valromita. Ecco, da questa parte”, il monaco fece segno, indicando l’ampio portone. “Permettete che vi accompagni nella prima visita di quella che sarà la vostra casa…”
“Hmm”, fece Randazio.

“Queste saranno le vostre stanze. Mi sono assicurato che il letto sia particolarmente confortevole. Notate il loggiato…”
“Vedo, vedo” disse Randazio. “Tutte le celle dei monaci sono così?”
“Beh, ovviamente no, ma tuttavia…”
“Andiamoci, allora”, tagliò corto Randazio.

“…Ecco le nostre celle, comode, ampie, confortevoli.”
“Non c’è l’inginocchiatoio”, fece notare Randazio. “Vi inginocchiate sul pavimento, qui?”
Il priore parve per un attimo smarrito. “L’inginocchiatoio? Ah, sì, la nostra regola non prevede preghiere particolari, quindi di solito non preghiamo in cella. Se qualcuno ne avesse bisogno di solito si reca in chiesa…”
“Hmm”, fece Randazio. “Andiamo in chiesa, allora.”

La chiesa era ampia, luminosa, pesantemente decorata. Randazio si inginocchiò, entrando, imitato dopo qualche secondo da tutti gli altri.
“Naturalmente abbiamo chiamato gli artisti più celebri per affrescare la nostra chiesa. Guardate poi che splendore queste statue d’oro!”
“Non vedo monaci in preghiera.”
“Beh, è pieno giorno, saranno tutti a lavorare. E poi oggi è il giorno della vostra visita, è comprensibile che ci siano meno confratelli del solito.”
“Dove sono i confessionali?”
“Ah, l’abbiamo spostato nella cappella laterale…capite, qui non sapevamo bene dove metterlo… i dipinti, sapete.”
“La cappella? Quella dove siamo passati prima? Non c’era nessuno.”
“Perché non è orario, probabilmente.”
“Hmm”, fece Randazio, giocherellando con il suo bastone da viaggio. “Quanti monaci avete qui, avete detto?”
“Quasi duecento. Ormai non è più il romitaggio che fu fondato da Sant’Elmando, siamo cresciuti a diventare una piccola città.”
“Hmm.”

Randazio fu guidato attraverso l’ampio cortile interno. “Gli affari vanno molto bene, la produzione agricola si è quasi raddoppiata anche grazie alle ultime acquisizioni di terre. Ed ecco i mercanti con i quali trattiamo abitualmente… volevano assolutamente conoscervi.”
Randazio fu presentato ad una successione di commercianti e notabili locali, insieme alle loro famiglie.
“Davvero gli affari vanno bene. Queste persone sembrano tutte ricche.” Sussurrò ad un certo punto Randazio a Duccio.
“La prosperità del convento si estende a coloro che stanno vicini” replicò il priore. “Tutto a maggiore gloria di Dio, ovviamente.”
“Hmm”, fece Randazio. “E la scuola come va?”
“Scuola? Che scuola?” chiese stupito Duccio.
“Quella per i figli dei vostri contadini. Perché è chiaro che non potete coltivare tutto da soli”.
“Ah, temo che quella non sia la nostra vocazione.”
“Hmm”, disse ancora Randazio.

Duccio rimase pensoso per un attimo, poi prese Randazio da parte. “Caro fratello, con voi qui il nostro monastero acquisterà la notorietà che gli spetta. So che ciò che vi ha reso famoso è il vostro zelo. Adesso però che siete finalmente arrivato a diventare abate, dovrete temperare un poco le vostre abitudini. Alcuni degli uomini che vi abbiamo presentato conducono una vita non proprio conforme a quelle regole strette che noi tutti sappiamo troppo astratte per la vita quotidiana. Sappiamo che almeno formalmente dovremmo chiedere di rispettarle, eppure riteniamo sia nostro dovere privilegiare l’accoglienza sull’osservanza. Ricordare a queste persone che vivono nel peccato potrebbe infastidirle, irrigidirle, farle allontanare. Perciò spesso ci capita di chiudere un occhio su alcune piccole mancanze, su situazioni irregolari, anche su certe opinioni che forse altrove sarebbero tenute come non del tutto ortodosse. Grazie a questo siamo in rapporti amichevoli anche con persone lontane da…”
“Peccatori, insomma”, interruppe Randazio.
“Come…? Ah, sì, peccatori.”
“E’ lodevole che dei peccatori vengano in questo santo luogo. Un po’ meno che ne escano restando peccatori.”
“Bisogna dare loro il tempo di capire… la Grazia agirà.” disse Duccio.
“La Grazia agisce tramite noi, mio buon priore. Se noi taciamo, chi parlerà?”
“Harr”, si schiarì la voce Duccio. “E’ ora di cena, ormai. Andiamo in refettorio? Abbiamo preparato un banchetto speciale, per festeggiare il vostro arrivo”.

Il banchetto era davvero ricco, ma Randazio toccò appena il cibo. Indicò un leggio su un lato della stanza. “Non c’è il lettore. Normalmente non dovrebbe esserci il silenzio, a tavola, per consentire l’ascolto delle letture sacre?”
“Abbiamo ritenuto…”
“Di fare un’eccezione per me, d’accordo. Ma di solito? Non mi sembra di avere visto applicata la regola del silenzio.”
“E’ una regola che ci sembra superata. A tavola è utile discutere dei problemi, non ascoltare trattati noiosi. Il silenzio è stato spostato nelle ore notturne.”
“Ah, capisco”, disse Randazio.

Duccio terminò il dolce, mise da parte il piatto e si fece serio.
“Ora passiamo alle cose ufficiali. L’elezione dell’abate, cioè voi, sarà domani mattina. E’ stato convocato il Capitolo Generale di tutti i monaci; terrete un discorso, quindi avverrà la votazione. Come vuole la regola, abbiamo scelto anche un altro candidato: Fra’ Tobia, quel vecchio là nell’angolo. E’ un poco tonto e non ha gran seguito, ha accettato per obbedienza, pensate un po’. E’ una candidatura solo per figura, si capisce. Non avrete nessun problema a farvi eleggere. E dopo avrete una dignità e un potere pari ad un vescovo. Naturalmente io e gli altri confratelli del Capitolo Maggiore vi aiuteremo a mantenere salda la vostra direzione, e confido che potremo darci una mano a vicenda. La memoria di chi ci ha permesso di diventare quello che siamo è una virtù cristiana.”
“Hmm”, disse Randazio. Accarezzò il suo bastone da pellegrino, quindi l’impugnò con forza e si alzò in piedi. “E’ l’ora della compieta, dopodiché mi ritirerò, se non avete nulla in contrario.”
“Nulla, ovviamente”. Duccio esitò. “Vi sono diverse pie donne donne del villaggio che hanno manifestato il desiderio di incontrarvi per chiedervi una guida spirituale, se non siete troppo stanco…”
“Sono stanco, infatti”, replicò Randazio picchiettando lievemente a terra con il bastone.
“Lo stesso desiderio hanno manifestato, allora, anche alcuni dei nostri giovani novizi, che li possiate guidare nella preghiera…”
“Novizi, eh? E va bene, mandatemeli pure.”
“Sarà fatto. Ora, se volete scusarmi…”

Il mattino seguente il responsabile dei novizi venne a cercare Frà Duccio. “Frà Randazio stanotte non ha riposato molto”
“Ah, lo supponevo” dise Duccio.
Il capo dei novizi aveva uno sguardo strano. “E’ stato tutta la notte a pregare in cappella. Lui e frà Tobia…”
“C’era anche Tobia? Che pregava?”
Il capo dei novizi annuì. “…hanno confessato i novizi che avevo mandato. Uno mi ha detto che lascerà il convento.”
“Ho un cattivo presentimento”, disse Frà Duccio.

La stanza del capitolo era affollatissima. Tutti erano riuniti per l’elezione del nuovo abate.
Duccio, con un filo di preoccupazione, arrivando vide che Randazio era già lì, che parlava fitto con il vecchio Tobia. Alla fine, Randazio gli baciò le mani.
Inquieto, Frà Duccio chiese e ottenne silenzio.
“Ed ora, prima del nostro voto, il nostro futuro abate ci terrà un discorso.”
Frà Randazio si fece avanti. “Cari fratelli, è una grande cosa quello che qui avete fatto. Grazie alla fede dei padri di questo monastero un vasto territorio è stato convertito al Vangelo ed ha trovato anche una prosperità materiale. Come Nostro Signore ci insegna, la cura del corpo è dovuta, perché siamo tempio di Dio. Dobbiamo però fare attenzione a non cadere nell’errore di dimenticare che il nostro primo dovere non è verso gli uomini, e neppure verso il nostro convento, ma verso Dio stesso. Non dobbiamo cercare la prosperità per trovare Cristo, ma seguire Cristo che ci donerà quanto abbiamo bisogno. Che quasi sempre è la sua croce. Se mi eleggerete ad abate, quindi, ecco alcuni dei cambiamenti che intendo fare….”
Duccio ascoltò, con sempre maggiore panico, l’elenco di Randazio. “Ma dove pensa di essere? E’ pazzo! Ci distruggerà!” mormorò uno degli anziani del Capitolo. “E colpa tua”, sibilò un altro “Sei tu che hai avuto questa bella idea di fare venire uno famoso. Come ce la caviamo, adesso?”
“Non è ancora perduto niente. Fate passare la voce tra i nostri: non votate per Randazio. Una volta che fosse abate potrebbe fare quello che vuole. Con Tobia ce la vedremo poi”.

Man mano che lo scrutinio proseguiva, la faccia di Tobia si allungava. Solo un terzo degli aventi titolo aveva votato per Randazio, gli altri avevano scelto l’anziano monaco. Randazio manteneva un’espressione imperturbabile.
Alla fine dello spoglio, Duccio si schiarì la voce. “Cari fratelli, lo Spirito e noi fratelli abbiamo scelto Tobia come nostro nuovo abate. Chiediamo a questo nostro confratello che ha accettato di servire il monastero di tenerci un breve discorso…”
Tobia si alzò, leggermente malfermo sulle gambe. “Avete udito”, disse, con voce inaspettatamente forte, “le cose che Randazio poneva come necessarie per far tornare questo nostro convento e noi a Cristo. Ebbene, io sono perfettamente d’accordo con quanto ha detto, e lavorerò a questo fine…”

Randazio salutò il nuovo abate, abbracciandolo, e riprese il suo cammino sulla strada polverosa. Allontanatosi di qualche centinaio di passi si volse indietro verso il convento. Sarebbe riuscito Tobia a cambiare le cose? Un poco in colpa si sentiva, per avere addossato a quel dolce frate un compito così gravoso. Ma poi si ricordò di Chi avrebbe avuto aiuto in quell’impresa. E comprese che andava bene così. Si voltò, e si concesse finalmente un sospiro di sollievo.

Nuovo studio: se è l’ateismo ad essere rassicurazione di fronte alla morte…

UCCR Online - Mar, 10/07/2018 - 16:35

Risale a Epi­curo e Lucrezio, prima, e Sigmund Freud, David Hume e Bertrand Russell, poi, la “tesi del comfort”, secondo cui la fede religiosa è un’invenzione di rassicurazione, di compensazione, di scongiuro di fronte alla paura dell’ignoto e della morte. Oggi, però, uno studio ha certificato il contrario: l’oppio dei popoli sarebbe anche l’ateismo, la mancanza di fede.

Piccola premessa: nemmeno lo stesso padre della psicanalisi credeva molto nella sua stessa interpretazione della fede, tanto che formulò a se stesso un’obiezione: «se la religione fosse davvero riuscita a rendere felice la maggioranza degli uomini, a consolarli, a riconciliarli con la vita, a nessuno verrebbe in mente di aspirare ad un mutamento dell’attuale situazione» (S. Freud, L’avvenire di un’illusione, Boringhieri 1990, p.74). Invece il cuore dell’uomo rimane inquieto, in ricerca. Ed anche il credente ha bisogno di approfondire ogni giorno il rapporto con il Padre,

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