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Jose Ocampos e padre Aldo Trento ci parlano della vita degna di essere vissuta

Costanza Miriano - 4 ore 34 sec fa

Nella giornata che ha visto in Italia l’approvazione della legge sul biotestamento, padre Aldo Trento, dalla Casa della Divina Provvidenza don Giussani ad Asunción in Paraguay, ci propone  la  testimonianza di Jose Ocampos un uomo che ci dice cosa rende una vita degna.


Tagged: biotestamento, eutanasia, Jose Campo, padre Aldo Trento, senso della vita

Chi uccide e chi tace

Berlicche - 12 ore 2 min fa

Domani sarà probabilmente  approvata in mezzo ad un assordante silenzio la legge sulla DAT, l’eutanasia per l’Italia.

Italiani, vi siete fatti abbindolare da chi odia la vita, da chi vi vuole usare per i suoi fini. Non è libertà decidere di morire: è la fine di tutte le libertà. Sia che la scegliate per voi, che per qualcun altro. La morte è accettabile sono in forza di una speranza. Ma sceglierla è la negazione della speranza.

Vorrei dire ai politici che si apprestano a votare la legge che la conseguenza della loro scelta saranno dei morti. In cambio di un illusorio vantaggio politico – che è discutibile esista – avrete dei morti sulla coscienza. Suicidi ed omicidi. Come si chiama chi causa indirettamente o direttamente la morte di qualcuno? Assassino. Lo diventerete, se già non lo siete. Non so quanto spessa sia la vostra pelle, ma è sotto, all’interno, che ciò accadrà. Non è qualcosa che si cancelli. Ne vale la pena?

E voi, pastori delle anime, sappiate che quella legge è un trucco. Il suo scopo ultimo è la distruzione della Chiesa, perché verrà il giorno in cui non sarà permesso curare i corpi senza accettare di ucciderli. E sarà domani. La scelta sarà tra perdere l’anima o il lavoro. Per la Chiesa, abbandonare un altra istituzione che ha creato, gli ospedali. Già accade: non è una fantasia. Come osate tacere?

Se tacessi, se io non dicessi niente, come purtoppo fanno in molti, sarei un complice.
Io non sarò complice.


DAT: un’altra conquista del mercato

Critica Scientifica - 23 ore 26 sec fa

 

sempre di più sottoscrivono l’appello in sostegno della richiesta di Michele Gesualdi per rapida approvazione legge biotestamento così com’è #fatepresto #biotestamento #testamentobiologico #mettiamocilafaccia adesioni a: appellofatepresto@gmail.com pic.twitter.com/cuM0aw1ioi

— Fate Presto – Biotestamento (@StoconMichele) 4 dicembre 2017

 

Sull’hashtag #TestamentoBiologico molti i commenti entusiastici per l’imminente approvazione della legge sul fine vita, un’altra “conquista di civiltà”: una conquista della civiltà del mercato dove ogni cosa è, e sarà sempre più, merce.

 

La facoltà di determinare anticipatamente le terapie e le cure a cui essere sottoposti in caso di necessità viene in questo momento salutata come una conquista sociale, è significativo che sempre più spesso le conquiste siano quelle di morte, dall’aborto alla selezione degli embrioni nella fecondazione assistita alle disposizioni testamento biologico all’eutanasia propriamente detta.

L’Ultimo Uomo nietzschiano nella sua condizione di esule dalla civiltà precedente ma non approdato alla condizione sognata di oltre uomo va oltre gli ideali di libertà sulla vita nascente non riconosciuta come tale e su quella malata non riconosciuta “degna” e assume gli ideali del personaggio dostoevskjano Kirillov che reclama come somma libertà quella al suicidio:

“Io sono obbligato a uccidermi, perché il momento piú alto del mio arbitrio è uccidere me stesso.”

“Ma non siete mica il solo a uccidervi: ci son molti suicidi.”

“Con una ragione. Ma senza alcuna ragione, ma solo per l’arbitrio, sono l’unico.”

“Non s’ucciderà”, balenò di nuovo nella mente di Pjotr Stepanovic.

“Sapete,” osservò con irritazione, “io al vostro posto, per mostrar l’arbitrio, avrei ammazzato qualcun altro, e non me stesso. Potreste essere utile. Vi indicherò chi, se non vi spaventerete. Allora, magari, non sparatevi nemmeno, oggi. Possiamo metterci d’accordo.”

“Uccidere un altro sarà il momento piú basso del mio arbitrio, e in ciò sei tutto tu. Io non sono te: io voglio il momento piú alto e ucciderò me stesso.”

Decidere in anticipo su una ipotetica condizione futura si avvicina all’ideale di Kirillov, ma quando il suicidio passa attraverso l’obbligo di attuazione da parte del medico succede qualcosa di più, è ancora un passo verso la delega ad autorità terze del diritto di vita o di morte, un medico privato della propria decisionalità è un esecutore che prima o poi diventa attuatore passivo di disposizioni che non verranno dal testamento del paziente ma da tecnici delegati dall’autorità competente.

Se ne caso di Charlie Gard di cui si è attuata l’espropriazione dell’autorità genitoriale, con le disposizioni di fine vita si attua l’espropriazione della discrezionalità del medico, unendo le due tendenze otteniamo in tempi più brevi di quel che si possa pensare la possibilità che un’autorità delegata possa decidere la soppressione di una persona ritenuta per la sua malattia troppo onerosa da mantenere e non più produttiva, senza possibilità di obiezione da parte medica.

Si tratta di una conquista di civiltà solo tenendo conto che si tratta di una delle “civiltà” pensabili,  quella della distopia huxleyana del “Mondo nuovo”, di fatto siamo assistendo ad uno scontro di civiltà, uno scontro che contrariamente a quel che pensava Huntington è tutto interno all’Occidente.

 

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Siamo donne. Oltre la differenziata c’è di più

Costanza Miriano - 23 ore 34 min fa

di Andreas Hofer

Dopo il successo di Osservazioni di una mamma qualunque, ritorna in libreria un’autrice che non ha bisogno di presentazioni per i lettori di questo blog: la regina Paola Belletti con Siamo donne. Oltre la differenziata c’è di più (ancora nella collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio” di Berica Editrice). Anche questo secondo libro, arricchito dalla brillante prefazione di Annalisa Sereni, non è tanto un saggio quanto un insieme di prose filosofiche, poetiche, narrative, giornalistiche attraverso cui Paola, col suo inconfondibile stile, propone una lettura in chiave femminile di quella ecologia integrale a cui papa Francesco ha consacrato una intera enciclica.

Ha preso così forma un manifesto (articolato in quattro sezioni: ecologia femminile, ecologia famigliare, ecologia pro-life, ecologia spirituale) per donne orgogliose della propria femminilità, le uniche vere femministe.

Non c’è femminismo, sostiene la Belletti, senza una ecologia del “cuore” umano. Da qui discende tutto il resto: ecologia ambientale, economica, sociale, culturale, etc. Per l’ecologia integrale “tutto è connesso” (Laudato si’, 117). L’unico nemico, in una tale prospettiva, è quella metafisica della separazione che costituisce il nucleo stesso del peccato.

E così Paola ci ha regalato un altro scritto profondo nato da un’esperienza di vita, coi suoi chiaroscuri. Nulla viene risparmiato: le luci come le ombre, le gioie come i dolori. È un libro dove il sapiente uso dell’ironia non alimenta alcuna fuga dalla realtà. Proprio per questa ragione appare così autentico, così poco “convenzionale” per i canoni di certa letteratura devozionistica. Il dolore non viene negato o, peggio ancora, banalizzato: le tragedie sono vere tragedie, le sofferenze sono vere sofferenze, le perdite sono vere perdite. Ma questo libro bellissimo testimonia come pochi altri che la speranza cristiana è una disperazione patita e superata. Non con le nostre povere forze umane, quanto con l’aiuto misterioso e immeritato della grazia. Spira forte, tra le righe, il respiro della gratitudine. Paola Belletti sa, sente con gli occhi del cuore ancor prima che con i lumi della ragione, che tutto è dono di un Creatore benevolente.

Una testa pensante, dunque, ma soprattutto un cuore orante, grande e profondo come un lago, capace di schiudere i propri tesori incastonandoli in autentici esercizi di stile. Al fortunato lettore sfileranno così sotto gli occhi veri e propri gioielli. È il caso di “Siamo donne”, il primo capitolo di questa storia di un’anima dove sapienza e bellezza letteraria si uniscono in un prodigioso equilibrio.

Ma Paola non ha solo cuore. Mostra di saper onorare anche il logos. Come quando individua, con notevole acume, le contraddizioni del tardocapitalismo: un capitalismo della seduzione che se da un lato eccita senza posa il lato selvatico del consumatore – per spingerlo all’acquisto delle merci – dall’altro lo esorta a un maniacale disciplinamento quando si tratta di gestire gli scarti del consumo di quelle stesse merci. Con una mano si violenta la natura, con l’altra la si sacralizza. Si è imposta così una sorta di «mistica del cassonetto» con la raccolta differenziata elevata a nuova religione secolare coi suoi dogmi intoccabili e i suoi infiniti precetti.

Siamo indotti a pensare che sia l’amore per l’ambiente a dettare l’imperativo della raccolta differenziata. Ma qualcosa non torna. Viene il sospetto che alla base di tutto vi sia una ideologia ambientalista che come tutte le ideologie serve a mascherare la vera natura dei rapporti economici. Più di un indizio concorre infatti ad indicare che quanto deve essere celato allo sguardo sia il cosiddetto “lavoro ombra”, costituito da tutte le attività che svolgiamo a titolo gratuito senza rendercene conto. Come fare benzina al self-service, utilizzare le casse automatiche al supermercato, montare i mobili dell’Ikea. La convenienza del lavoro ombra va tutta a vantaggio del venditore che in questo modo può scaricare sull’acquirente mansioni che rappresentano per lui un costo.

Allo stesso modo non si può coltivare l’ossessione per la raccolta differenziata e poi restare indifferenti davanti alla strage che colpisce i cuccioli d’uomo con l’aborto.

Ogni capitolo del libro tuttavia va meditato con attenzione. Alcuni esempi.

“Io e la mia vita” è una potente apologia della vita come dono di un Dio provvidente e creatore. Ogni vita è dono, ci dice Paola. Anche le vite considerate dai più come indegne di essere vissute. Paola che, come si sa, ha un figlio bellissimo ma seriamente malato, conosce a fondo, per esperienza diretta, il mistero del dolore nelle sue infinite e strazianti sfumature. Ma, come ci dice una delle tante schegge di luce del libro, «la fede è vedere senza vedere». Nell’oscurità, per grazia, Paola deve aver intravisto qualcosa: un mistero altrettanto innominabile, a cui accenna con infinita delicatezza attraverso poche semplici – ma incisive – parole che riproduco qui, con timore e tremore: la regola aurea consiste nel «lasciarsi amare e dipendere».

Un figlio malato è il testimone universale di un imperscrutabile disegno, un segno di carne posto lì, a ricordare che ognuno di noi è figlio, che ognuno di noi è bisognoso di essere amato, che ognuno di noi dipende dall’«amor che move il sole e l’altre stelle». È presenza viva che, interrogandoci senza posa, ci riporta alla nostra condizione di dipendenza originaria.

Tutti infatti dipendiamo da qualcosa o da qualcuno: dall’aria che respiriamo come dai genitori che ci hanno messo al mondo. La vera libertà, provvede a rammentarci Gustave Thibon, non sta nel rifiuto di ogni dipendenza. Giusto al contrario, siamo liberi quando dipendiamo da quanto amiamo. Pertanto dipendere da un Dio che ha l’amore come essenza è il vertice della libertà.

La fragilità, con l’imperfezione, è il marchio della nostra condizione creaturale. Non a caso l’homo fragilis è scandalo e follia in un mondo alla disperata ricerca di una inaudita autocreazione. Dove regna il culto della performance va da sé che una vita non performativa è la peggiore delle bestemmie. È la cultura dello scarto più volte additata da papa Francesco, figlia di un antropocentrismo che divinizza la volontà umana al punto di non ammettere più alcuna fragilità.

Siamo agli antipodi delle terre dell’amore divino, nel pieno delle terre del nulla, in un mondo chiuso in se stesso, sanabile solo da un amore che accolga la vita senza condizioni, che faccia spazio alla vita ferita, che si chini sulla carne colpita dalla sventura.

Di questo amore così prossimo all’amore materno parla Paola. Con la sua nuda esistenza, la vita più inerme comunica una verità invisa al Narciso che alberga in ogni uomo. Implicitamente essa ci dice che l’unico insuccesso della vita consiste nel non lasciarsi amare. Si può essere falliti di successo. È il destino che attende l’uomo incapace di lasciarsi amare. Si trovasse pure ai vertici della scala sociale, egli avrà fallito nella sola competizione che davvero conti, estremo paradosso per cui il massimo successo di fronte al mondo corrisponde al massimo fallimento davanti a Dio. È sicuramente in questo senso che va interpretata la celebre frase di Léon Bloy: «Esiste una sola tristezza, quella di non essere santi».

“Ci sono cose che ci stanno strette” si sofferma sui guasti derivati da una visione del corpo ridotto a cosa di cui disporre oppure a merce da esibire. Al rifiuto del corpo come dono corrisponde una astratta corporeità vissuta come strumento da potenziare (il corpo come “vestito senziente”). Al contrario, avverte Paola, «dobbiamo di corsa ricordarci che siamo umani e che il corpo non è una prigione né una macchina sportiva. Una res più o meno extensa della quale crederci ostaggi né uno status symbol da esibire per entrare nella lista».

“Davvero il mestiere più difficile del mondo” contrasta, come già aveva fatto Chesterton, la professionalizzazione della madre, sempre più coinvolta in un ingiusto corpo a corpo con le innumerevoli figure di “esperte in maternità”, chiamata a competere per aggiudicarsi il primo posto nella fornitura di “servizi familiari” di maggiore qualità.

“L’anima è intera” è invece un pezzo venato di lirismo. Nel mezzo di una meditazione sulla eccezionale forza d’animo di Bebe Vio, la giovanissima campionessa paralimpica di fioretto mutilata di gambe e braccia, Paola si slancia in un inno a quell’impasto di carne e spirito che è l’essere umano. Vale la pena di leggerne un estratto: «Quanta forza c’è nelle persone. Quanta magnifica bellezza c’è in noi, così carnali, corporei, sublimi. Quanta meraviglia. E il dolore, la malattia, la mutilazione sono come un accento di fuoco proprio sulla nostra povera carne; che allora grida forte e fa rizzare in piedi spiriti gagliardi. Oppure resta muta e nel suo ostensorio silenzioso lo stesso fa intuire che lì, nella carne di un bambino ammalato, nei pezzi di arti che non ci sono più brilla, brilla la nostra vera effigie, che è anche la Sua effigie».

“Attenzione ai prodotti editoriali pensati per (corrompere) le giovanissime” è una messa in guardia contro i guasti della maligna alleanza tra un certo femminismo e una certa “educazione all’affettività” che con la scusa di trincerarsi dietro i tecnicismi di un linguaggio solo apparentemente neutro finisce per veicolare una concezione degradante della persona umana.

“Ma per parlare di moda ci tocca ripartire da Adamo ed Eva? Meglio di sì” contiene un invito a non considerare l’abbigliamento attraverso due lenti egualmente distorte. La prima lente deformante si esprime nella vetrinizzazione del corpo – in particolare di quello femminile – propagata dalla pubblicità; la seconda lente alterata può essere rintracciata in quella soffocante precettistica che pretende di commisurare la modestia del vestiario ai centimetri di pelle coperta. Cosa scegliere tra la fiera delle vanità e la moda modesta? tra la frivolezza e la moralina? Entrambe, per un verso o per l’altro, avviliscono la bellezza della persona umana. Paola perciò propone una terza via invitando a riscoprire la magistrale lezione data da Karol Wojtyla in Amore e responsabilità.  Bisogna ripartire da una visione integrata della persona umana, dove corporale e spirituale risultano fusi in una misteriosa unità. E soprattutto indica un approccio che esalta il pudore come «segnalatore di qualcosa di prezioso che vuole restare nascosto per via del suo valore e della sua bellezza».

Un libro, in buona sostanza, dove la dignità della persona umana è difesa in tutte le sue forme. Paola stimola, fa pensare. La sua penna invita a meditare, in forma discreta e garbata, ma in maniera perentoria. Come sempre succede quando le domande non girano intorno alle questioni ma vanno dirette all’essenziale con cuore, intelligenza e coraggio.

(Apparso, con qualche modifica, su La Croce Quotidiano, 12/12/2017)



Tagged: Berica, Paola Belletti, Siamo donne, Uomo Vivo

L’offerta

Berlicche - Mer, 13/12/2017 - 23:16

Gli antichi non avevano il concetto di redenzione. Perché non c’era nessuno che li potesse liberare dal male. Non delle divinità dissolute e viziose quanto loro.
Si limitavano a presentare offerte a quegli stessi dei per comprare la loro benevolenza. Ma poi continuavano a comportarsi esattamente come in precedenza.

Con il cristianesimo, tutto cambia. Non è più una adesione formale ad alcuni precetti a salvare, ma seguire un uomo, come si segue chi si ama. Una sequela che ha come conseguenza l’abbandono delle vecchie strade: perché non è possibile amare davvero e restare gli stessi.

Sembra che quei tempi che ci chiamavano pagani ora siano tornati. Parrebbe che salvarsi voglia dire credere nel riscaldamento globale, nelle agenzie ONU, nella filantropia e nel diritto di fare quello che pare e piace con il proprio corpo. E con quello di altri, se consenzienti, certo.
Ovvero offerte a degli dei impersonali, senza la necessità di credere realmente; o cambiare. E si moltiplicano, sotto queste feste di cui non si capisce più il senso, i banchetti per versare il tributo a queste divinità sorridenti.

Sì darà qualche soldo, e si sarà sicuri di essersi comprati il paradiso. O il bollino di filantropo, o di cittadino, militante o quello che è. Si penserà di essere buoni, senza essere cambiati di una virgola. Senza la necessità di amare davvero.

Ma, sotto sotto, sapremo di non essere salvati.


Fine vita e le chiavi del mistero

Costanza Miriano - Mer, 13/12/2017 - 15:11

di Costanza Miriano

Non sono abbastanza competente per entrare nel merito della legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento. E’ un tema anche molto tecnico, del quale pochissimi di noi secondo me hanno titolo a parlare. Non doveva proprio diventare tema di una legge, non è qualcosa su cui si può legiferare: stiamo parlando di una materia viva e complessa come il corpo, singolo, individuale, particolarissimo, qualcosa su cui anche il nostro personale giudizio può cambiare profondissimamente anche a distanza di poco tempo, talmente tante sono le variabili in gioco, non ultima la malattia che non è un protocollo fisso a tappe programmate, ma un processo anche quello pieno di possibili varianti.

Comunque, come dicevo, io non sono competente, ma neppure riconosco allo Stato l’autorità di permettere un giudizio sulla vita di nessuno. Riconosco invece benissimo come il governo metta le priorità per obbedire alle agende dettate da qualcun altro (esiste qualcuno, a parte quei due o tre casi su milioni di malati, su cui i Radicali si sono buttati come falchi, per cui questa sia una priorità veramente, ideologia a parte?), sia per pagare, chissà, delle cambiali contratte non so dove, sia per fingere di fare delle riforme, ma a costo zero, anzi per risparmiare sulla sanità incoraggiando la morte: ovviamente costa molto di più curare fino alla fine che fare secco qualcuno con un’iniezione da pochi euro, per non parlare di riparare le strade, ricostruire le case, pagare assistenza ai disabili (d’altra parte lo Stato è coerente, ce l’aveva detto che bisognava ammazzarli, magari anche prima che nascessero, e se una famiglia ostinata vuole tenersi un figlio disabile e non ucciderlo nonostante le diagnosi prenatali, bene, se la veda da sola).

Ma che il Governo voglia risparmiare riesco persino a capirlo, seppure non a scusarlo. Che voglia chiamare questi tagli sulla vita delle persone “riforme” lo tollero di meno. Ma non mi scandalizza. Quello che invece desidero da mia madre, la Chiesa, maestra di umanità, è che non scenda a parlare di queste cose al livello di simili interlocutori. Non si metta a discettare di terapie o accanimento, o almeno non solo. Che la Chiesa continui ad annunciare, prima di tutto, con forza, fino a sgolarsi, che il mistero di ogni vita sofferente è una grazia, un aiuto per continuare a tenere gli occhi fissi sul Mistero. Perché il dolore esiste, la morte ci aspetta tutti, ed è il vero nemico di tutti (non credo a chi dice di non temerla: semplicemente la sta rimuovendo), ma è un nemico che Cristo ha sconfitto. E chi vive con questa speranza sa che la sconfitta è avvenuta proprio grazie alla croce: da allora ogni sofferenza, se accolta, può unirsi a quella sofferenza che, misteriosamente, continua a salvare il mondo. E’ vero, il dolore è un mistero, soprattutto quello innocente. Ma appunto ci permette di guardare il Mistero. E’ lì che si incontra, è nel deserto, è nella ferita, è nella sconfitta. E’ lì che Dio viene e ti fa entrare nella risurrezione già da adesso, da questa vita, se uno prende il giogo soave con lui. Perché esistano la croce, il dolore, la malattia, e poi la morte questo è un mistero. Ma sappiamo che la sofferenza accolta e non maledetta, la sofferenza offerta, salva. Non capiamo perché ma ci fidiamo, è un mistero di bene. Certo, non si pretende che lo capisca Marco Cappato, questo no, ma si pretende che la Chiesa lo annunci, e continui a farlo senza paura.

E se vogliamo dialogare con il mondo che non vuol sentire parlare di paradiso e inferno, di croce e redenzione, continuiamo ad annunciare almeno quello che ogni essere umano veramente umano può capire, cioè che il bene di ogni vita è dato dalla relazione con l’altro (è per questo che non c’è bisogno di essere cattolici per capire che l’aborto è terribile, e un inganno in cui troppe donne inconsapevoli sono cadute). Nessuno – come sta facendo l’ospedale inglese con Alfie – può permettersi di dire che c’è una vita che non abbia senso. Anche per chi non crede, c’è un valore di ogni vita dato dalla relazione. Mi domando: le persone che chiedono di morire, sono state circondate di persone vitali e gioiose, di persone amanti e ben certe del senso di ogni respiro? So di persone intubate e apparentemente incoscienti a cui, quando nella loro stanza entra qualcuno che amano, spuntano delle lacrime dall’angolo dell’occhio, persone il cui battito del cuore accelera quando sentono discorsi che stanno loro a cuore, anche se magari non parlano più da molto tempo… Per non parlare dei disabili, anche di quei cerebrolesi gravissimi la cui vita agli occhi del mondo è una sfortuna, che invece ridono al solo sentire le voci dei familiari, e che sono certamente molto più felici della maggior parte della gente che crede di essere normodotata e ha sempre il muso stampato in faccia, la fronte aggrottata e la testa incapace di vedere l’essenziale, invisibile agli occhi, chiarissimo a loro. Benedetti segnaposto dell’Altro, preziose chiavi del Mistero.

 

 


Tagged: Chiesa, Dat, eutanasia, fine vita, mistero, Verità

L’opzione messa di Natale

Costanza Miriano - Mer, 13/12/2017 - 09:47

di Emanuele Fant per Credere

Molte scuole superiori cattoliche stanno rendendo facoltativa la Santa Messa d’istituto di Natale. È una notizia che non sentirete al telegiornale, ma che anima dibattiti nei collegi docenti, tra insegnanti, studenti e genitori.

Chi applaude alla scelta, ricorda che la fede non può mai nascere per costrizione, fa notare che al momento della comunione, un intero popolo di ragazzini che si è guardato intorno perplesso fino a un momento prima, si alza e riceve il Signore, senza aver chiaro il valore del gesto, senza nessuna adesione interiore.

La seconda fazione non vuole avvallare un passo che pare un rischioso “rompete le righe”, una rinuncia epocale ad un gesto che non è solo una funzione, ma il culmine visibile di un patrimonio di valori condannato per nostra stessa colpa a tramontare.

Come al solito, non ho nessuna risposta, ma un bel bouquet di questioni, legate insieme dal filo sottile di un’esperienza personale: la mia fede è germogliata frequentando le comunità di fratel Ettore Boschini. Il frate dei poveri, a me e ai miei amici non credenti, imponeva tre rosari per ogni pomeriggio di lavoro, ci invitava a messe animate senza fine, proponeva processioni in corso Buenos Aires dalle quali poi nessuno poteva scappare. Faceva lo stesso con i malati di mente, con i mussulmani, con i giornalisti del Manifesto che lo andavano a intervistare. Non chiedeva adesione, ma presenza al Mistero che muoveva il suo lavoro.

Devo ammettere che è proprio a causa di questa ripetuta imposizione che a un certo punto mi sono sentito soffocare, e ho troncato ogni rapporto con lui. Per un po’ è stato molto liberante, mi ripetevo con fierezza: “Hai fatto bene”.

Eppure, il giorno in cui la vita quotidiana non mi è sembrata più bastare, dove sono andato a citofonare? Al cancello delle sue comunità per barboni. Chiedevo di essere riammesso a quel contenitore di riti fuorimoda che restituivano ai miei giorni un significato universale, e io già ne conoscevo già la grammatica principale.

 


Tagged: Credere, cristiani, fratel Ettore Boschini, libertà, Natale

Correzione compiti 2

Nihil Alieno - Mar, 12/12/2017 - 17:47

I miracoli sono quando Gesù aiuta una persona che non può essere aiutata da persone normali

_Alle volte bisogna accontentarsi

Le parabole sono delle specie di scritture che narrano delle storie che vengono raffigurate con molte immagini

_Gesù, l’inventore dei fumetti

Le parabole sono storie che usa Gesù per raccontare ciò che accade di bello nella vita

_Gesù, l’inventore dei social

Una volta Gesù stava camminando in città con gli apostoli, vide un uomo cieco che chiedeva l’elemosina e dopo avergli fatto alcune domande sulla fede, Gesù gli fece tornare la vista

_Tipo le interviste per la strada delle jene, solo che oggigiorno nessuno sa rispondere, e quindi non ottengono la vista

E nella sinagoga Gesù libera dal corpo di un uomo il diavolo

_Povero diavolo, era rimasto incastrato

Un miracolo è quando Gesù trasforma l’acqua in vino buono così tutti potesserlo bere

_Un miracolo è anche quando la grammatica viene usata nei compiti di religione

La parabola del Buon samaritano 1

C’era una volta un uomo che era povero perchè era stato assalito e stava sul ciglio di una  strada e poi passò una persona ricca e non lo considerò, ne passò un’altra, ma neanche quella non lo considerò, poi passò il terzo, lo vide e gli diede il suo mantello, poi andarono da dei medici per poterlo curare ma non lo guarirono, allora gli diede il doppio per curarlo e così lo guarirono, gli diede da mangiare, da bere, dei vestiti e dei soldi.

_Sulla faccenda di dover pagare il doppio per essere guariti sta indagando la Procura di Gerico. Sentito anche san Martino come persona informata dei fatti.

La parabola del Buon samaritano  2

Racconta di quando un ebreo sta viaggiando ma viene seguito e poi due persone lo derubano. Da quella strada prima passa un fariseo e lo ignora, poi ne passa un altro e anche lui lo ignora, quando crede di essere morto passa un cristiano e lo porta dal dottore che lo guarisce; lui li paga tutto e poi se ne va.

_Emergono nuovi particolari sull’assalto dei briganti. Erano due. La Procura di Gerico sta acquisendo i filmati delle telecamere di sicurezza.


Il metronomo integrato

Berlicche - Mar, 12/12/2017 - 16:28

Si può trovare in rete un filmatino istruttivo. Trentadue metronomi identici sono piazzati su una superficie elastica tenuta su da dei fili e quindi fatti partire in momenti diversi. All’inizio ognuno tiene il suo tempo. Poi, poco per volta, grazie alle vibrazioni trasmesse dalla base su cui appoggiano, si sincronizzano e finiscono per battere all’unisono.

Questo ci dovrebbe fare riflettere: anche uno strumento nato proprio per tenere un ritmo esatto può essere costretto ad adeguarsi in mezzo a tanti che si muovono diversamente. Adeguamenti impercettibili, fino a cantare la stessa musica.
E tutto questo perché non poggiano su una base solida e immutabile.


Ogni volta è oggi

Costanza Miriano - Mar, 12/12/2017 - 14:17

di Raffaella Frullone da facebook

La miglior descrizione dell’indignazione a reti unificate degli ultimi giorni l’ha fatta Assuntina Morresi mettendo nero su bianco quanto andato in onda nei Tiggì dell’altra sera:

«“C’era una signorina che leggeva le notizie, e diceva che in Italia c’è un grande pericolo fascista, tanto che la sinistra tutta insieme si era trovata a sfilare a Como, per protesta. Si erano trovati proprio a Como perché qualche giorno fa un pericolosissimo gruppetto di nazisti o fascisti o comunque rappresentanti della cupa onda nera che sta invadendo l’Italia, sono entrati – erano circa una decina – nella sede di una associazione, hanno letto un volantino piuttosto ridicolo contro il “turbocapitalismo” e gli “pseudoclericali” che favoriscono l’immigrazione, e se ne sono andati via mentre i membri dell’associazione pro-migranti gli intimavano (evidentemente in preda al terrore) “vedete di uscire in silenzio”, come a degli scolaretti”».

In realtà quella citata è solo l’ultima puntata della saga “pericolo onda nera in Italia”. Pericolo che ha portato lo stesso giorno Repubblica aprire con il titolo “Fastisti, un italiano su due ha paura”. In effetti basta andare al bar, al supermercato o all’ufficio postare e ascoltare le conversazioni della gente comune per sentire l’incubo peggio dei nostri concittadini è proprio il fascismo. Uno degli episodi più allarmanti è avvenuto a Roma quando un gruppetto di militanti di Forza Nuova (dieci o dodici persone?) si è guadagnato una notevole dose di isterismo collettivo con tanto di dichiarazioni in tono grave dalle massime cariche dello Stato per aver lanciato due fumogeni contro la sede di Repubblica e dell’Espresso, cosa di fronte a cui giustamente i miei cugini faranno una class action per tutti i raudi e che hanno lanciato nel giardinetto del vicino tra il 1985 circa e il 1989 senza che nessuno gli regalasse un solo minuto di notorietà.

Ma in effetti che c’è di male, con l’indignazione è sempre meglio abbondare, meglio prevenire che curare, se non fosse che l’indignazione è sempre e solo nella stessa identica direzione. Non mi pare di aver visto alcuna reazione per esempio al fatto che a Matteo Montevecchi, consigliere comunale a Sarcangelo nel riminese, sia stata frantumata con violenza la bacheca (forse perché non fa parte della sinistra antifascista che si è radunata a Como?), o sul fatto che il giorno della Festività dell’Immacolata a Roma nelle bacheche dell’Atac siano apparsi dei manifesti blasfemi il cui contenuto è irriferibile o ancora sul fatto che le Sentinelle in Piedi – Brescia siano state confinate nella piazza più nascosta della città, rinchiusi da transenne e circondati da poliziotti come se un gruppo di cittadini che stanno in piazza per un’ora immobili e silenziosi leggendo un libro costituisse una minaccia pubblica. Cosa sarebbe accaduto se un tale trattamento fosse stato riservato a qualunque gruppo o associazione di quelle presenti sabato a Como?

Ma tant’è, questa è l’Italia e tutto questo potrebbe anche avere del comico, se non fosse tragico. Se non fosse che tutti gli antifascisti così preoccupati per il ritorno dell’onda nera nel nostro paese non fossero totalmente indifferenti di fronte al fatto che giovedì in Senato verrà discusso un testo che apre all’eugenetica. Perché questo è. Da giovedì o forse venerdì nel nostro paese l’eutanasia potrebbe essere legale. Nell’indifferenza totale. Non solo dei cosiddetti antifascisti – che la promuovono presentandola come una conquista per la civiltà- ma anche di tutti gli altri. Non una sola voce autorevole si è levata per dire no ad una legge che è profondamente anti umana, prima di essere anti cristiana, non una sola voce importante si è levata per dire che LA VITA E’ SACRA. Pastori, dove siete? Cattolici dove siete? E dire che noi non dovremmo riuscire a dormire la notte per questo testo, ma evidentemente il Potere ha lavorato così bene che l’abbiamo già assimilato e pure digerito, ci siamo abituati così bene che non reagiamo più, tutto appare normale, e anche se non siamo proprio d’accordo siamo rassegnati all’idea che comunque accadrà.
Invece dovremmo avere quella sete di giustizia che diventa istinto irrefrenabile e interrompere qualsiasi attività stiamo svolgendo, dovremmo voler solo prendere un treno, andare a Roma e piazzarci in migliaia fuori dal Senato immobili fino a che non avremo rassicurazione che questo testo non passerà, ma siamo tutti impegnati in altro, il lavoro, gli impegni, i regali di Natale, e quella rassegnazione di fondo che ci fa pensare che tanto passerà, indipendentemente da cosa faremo noi. Qualcuno spera che con le elezioni le cose cambieranno, ma la storia ci dice che nessuna legge mortifera nel nostro paese è mai stata abrogata e probabilmente anche questa passerà. Il punto però non è l’esito, ma se questa legge vogliamo lasciarla passare nell’indifferenza generale, il punto è se vogliamo essere complici di un provvedimento che rende legale il diritto di morire, svilisce la professione del medico e lede la dignità umana.

Dove è finito il popolo che si è mobilitato in massa per Charlie Gard? Dove si è nascosto? Charlie, che con la sua innocenza ci aveva scatenato un moto del cuore è forse morto invano? Non ci ha ribadito con la sua breve esistenza che la vita è indisponibile sempre e comunque, inviolabile anche quando non rispetta i canoni di questo mondo? E allora cosa aspettiamo a muoverci? Questa legge eliminerà decine di Charlie Gard italiani, nostri figli, nipoti, pronipoti e dopo sarà troppo tardi per dire no. Perché qualcuno ci risponderà che è legale e quindi si può fare. Perché funziona così, la legge fa mentalità, ecco perché è impossibile modificare questi testi a posteriori e ancor meno abrogarli, perché nella mente delle persone scatta l’equazione “legale=giusto”, tant’è che nessuno si sogna di dire che il divorzio è un male, “perché ormai la legge c’è”, e nessuno propone di abrogare la legge sull’aborto, “perché ormai c’è”, nessuno pensa di togliere la legge sulle cosiddette unioni civili, sempre perché “ormai c’è”.
Questa società malata ha bisogno di sapere che c’è qualcuno che non ci sta. Certo ci si potrebbe affidare agli hacker russi, dato che “ha stato Putin” a fare eleggere Trump, a far trionfare la Brexit, a far fallire il referendum del 4 dicembre 2016, magari se glielo chiediamo fa nevicare per mezza giornata pure a Roma così nessuno riesce ad arrivare a Palazzo Madama. Ma forse nel frattempo è meglio che ciascuno di noi si ingegni e faccia tutto quello che può.

Questo mondo ha bisogno di sapere che c’è una minoranza che non smette di considerare sacra ogni vita, soprattutto quella più debole e fragile perché è lì che risplende la potenza redentrice di Gesù Cristo. Questo mondo ha bisogno di vedere e di sentire quel “Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata” di San Giovanni Paolo II. E “ogni volta” è oggi.

leggi anche:

Perchè le sentinelle ci esortano a vegliare oggi più che mai di Benedetta Frigerio

 


Tagged: assuntina Morresi, Benedetta Frigerio, comunicazione, fake news, fine vita, idee chiare, libertà, Raffaella Frullone, Sentinelle in Piedi

Perché spiegherò Darwin a cena da Costanza Miriano

Critica Scientifica - Mar, 12/12/2017 - 00:24

 

 

La teoria di Darwin non deve essere tolta dall’insegnamento come sostengono alcuni, il problema è che già non viene di fatto insegnata. La teoria va insegnata, ma bene, non la versione di comodo che circola sui manuali scolastici.

In questi giorni è stata sollevata prima sulla pagina Facebook di Costanza Miriano e poi con un articolo sulla Bussola Quotidiana la questione di come venga proposta la teoria dell’evoluzione sui manuali scolastici. Si tratta di un episodio che conferma di quanto vado sostenendo da sempre e cioè che la questione nata con la riforma Moratti che nel 2004 intendeva togliere l’insegnamento dell’evoluzione dalle scuole medie e con alcune iniziative come quella turca di toglierlo dalle scuole superiori dal 2019, è una falsa questione in quanto la teoria di Darwin di fatto già non viene insegnata.

Questa affermazione potrà sembrare una provocazione ma non lo è, come prova riporto la spiegazione che viene data dell’evoluzione sul testo da me stesso adottato in quanto per altro è un ottimo manuale di scienze:

 

A fronte di una pagina di premesse e considerazioni ideologizzate, la “spiegazione” della teoria di Darwin occupa solo una colonna nella quale si parla di selezione naturale e dell’analogia con le tecniche di allevamento. Secondo il manuale in questione quindi nella teoria di Darwin le specie evolvono per slittamento dei caratteri dovuto alla selezione che può spingere le specie ad una indefinita modificazione fino ad ottenere la varietà dei viventi. Punto.

La domanda posta dalla figlia di Costanza Miriano:

“Quelli con le braccia lunghe sopravvivono e fanno figli con braccia lunghe, ma com’è secondo lui che gli si dovrebbero allungare ancora di più?”

non trova risposta nel manuale di liceo tra i più adottati al mondo (la casa editrice da cui è tratto il brano è statunitense e leader a livello mondiale).

Se al posto delle braccia poniamo i colli delle giraffe il discorso è ricondotto nell’ambito più classico:

“Quelle con i colli lunghi sopravvivono e fanno figli con colli lunghi, ma com’è secondo lui che gli si dovrebbero allungare ancora di più?”

La risposta data è che le braccia crescono per selezione naturale, che non è una risposta e che comunque anche volendola interpretare come tale è errata. La teoria di Darwin non viene dunque spiegata ma di essa viene fornita una versione confusa e solo molto superficialmente accennata in modo tale che si resti con la sensazione che possa funzionare (chi può negare che negli allevamenti si possano ottenere delle variazioni?).

Nulla viene detto riguardo l’adesione di Darwin alla teoria della trasmissione dei caratteri acquisiti (condivisa con la teoria di Lamarck), nulla sulla smentita di questa ipotesi, nulla sulla crisi della teoria alla fine dell’Ottocento, nulla sul colpo di grazia inferto dalla riscoperta degli studi di Mendel.

Nelle pagine seguenti si parlerà di mutazioni ed altre cose senza chiarire il nesso con la teoria originale, come se tutto fosse andato liscio senza problemi, sempre con lo stesso metodo: spiegazioni generiche che danno la sensazione che sia tutto chiaro (tranne a chi legge con attenzione).

Ecco perché diventa necessario andare a spiegare ad una studentessa cosa dice la teoria di Darwin, perché nei manuali scolastici non viene spiegata e così non è possibile neanche criticarla. Da parte nostra faremo di tutto perché nelle scuole si insegni davvero la teoria di Darwin e la spiegazione che avrà la figlia di Costanza Miriamo potrà essere leggibile da tutti gli studenti. Senza dover invitare uno ‘scienziato’ a cena.

 

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Un peso per tutti

Berlicche - Lun, 11/12/2017 - 18:12

“Non ci voglio andare all’ospedale!” Biascicò il vecchietto.
Arturo era stato a suo tempo un uomo alto e vigoroso, un atleta, un lavoratore, ma gli anni l’avevano ristretto e incartapecorito come gli arrosti lasciati troppo nel forno. Mimmo il nonno l’aveva visto sempre così: aveva gli stessi occhi chiari e il naso bulboso delle foto dei quadretti, ma sembrava una persona differente. Uno gnomo uscito da un altro tempo.
Il nonno non stava bene, ultimamente. “L’età”, diceva lui, e si rifiutava ostinatamente di vedere dottori. “Non mi fido di loro”.
La mamma diceva che non aveva mai perdonato loro la morte della nonna, entrata in ospedale per una banale operazione e mai più uscita. E faceva capire che erano fisse da anziano, le paranoie che ha chi per l’età non disingue più il falso dal vero.
Fatto sta che il nonno stava male. Così il papà di Mimmo aveva ignorato le sue proteste, l’aveva preso di peso e caricato in macchina.
A Mimmo aveva fatto impressione la reazione del nonno. Quando aveva capito di non avere più voce in capitolo si era azzittito, e al ragazzo era parso di vedere i suoi occhi inumidirsi. Avevano aspettato un po’ al pronto soccorso, poi due infermieri avevano caricato il signor Arturo in barella e l’avevano portato via.
Un oretta dopo avevano chiamato il loro nome. Mimmo e i suoi genitori erano entrati nello studio del medico di guardia, un dottorino di mezz’età con una piega triste delle labbra che lo faceva sembrare un pesce. “Firmate qui”, aveva detto il dottore.
“Cos’è?” Aveva chiesto suo padre.
“Oh, burocrazia” aveva replicato il medico. “Abbiamo messo il suo parente in sedazione totale. Sa, era in stadio terminale”.
Il papà era sbiancato. “Come, stadio terminale? Cos’ha?”
Il medico aveva giocherellato con la penna. “Sa, a quell’età non conviene mai approfondire le patologie. Sicuramente qualcosa di terminale, o non l’avreste fatto ricoverare, giusto?”
“Ma…”
Il dottore dalla faccia di pesce aveva alzato la mano. “Guardi, i protocolli di cura sono molto chiari. Insistere con i trattamenti si configurerebbe come eccesso di cure, che tutti i testi medici concordano sia estremamente dannoso. Da evitare.”
“Ma non c’era nessun trattamento…”
“Perché l’età del paziente è troppo avanzata, e quindi non conviene neanche iniziarli. La legge è chiara: bisogna evitare ciò che potrebbe essere inutile e causerebbe senza motivo sofferenze al paziente. Voi non volete che vostro padre soffra, vero?”
“Certo che no…” ammise il padre di Mimmo.
“E suo padre adesso non soffre. Le assicuro che tutto si svolgerà molto rapidamente e senza traumi, lui non se ne accorgerà nemmeno. E’ già addormentato e non si sveglierà più, tutto qui. Accade in continuazione, è la vita. Consideri che il nostro ospedale è all’avanguardia nei trattamenti compassionevoli.”
Il figlio di Arturo scosse la testa. “Non mi convince…non stava poi così male, lui diceva che era solo influenza…”
“Le diagnosi, se permette, è meglio che le facciano i medici. Professionalmente le posso dire che negli anziani le influenze sono spesso fatali, ma non è questo il punto. Le cure, nel caso peggiore, potrebbero essere molto lunghe e costose, e non possono essere tutte a carico del sistema sanitario nazionale, credo mi capisca.”
“Costose?”
“Migliaia di euro, anche decine di migliaia. Sono sicuro che suo padre non lo vorrebbe, non desidererebbe essere trascinato per anni di letto in letto nel dolore. Non è che ha fatto un testamento biologico?”
“No, non ha mai creduto in queste cose”.
“Benissimo, fa lo stesso, perché dall’ultima finanziaria si presume che in mancanza dello stesso valga la volontà di non procedere con nessuna cura. Sa, è più semplice così, si evitano un sacco di malintesi. E adesso, se vuole firmare, potrà passare a ritirare il corpo di suo padre all’obitorio tra un paio d’ore…”
“Ma come? Non era solo sedato?”
“Sì, ma vede, manca poco a Natale, abbiamo pensato che convenga a tutti abbreviare il più possibile la fine inevitabile. E’ molto brutto passare le feste in ospedale, concorderà con me. Sarebbe un peso per tutti.”
Mimmo e i suoi genitori uscirono dallo studio, e suo padre camminava con una faccia lunga, trascinando i piedi, mentre la mamma gli parlava fitto all’orecchio. “Ma il nonno non torna a casa?” Chiese Mimmo.
Suo padre scosse la testa. “No, Mimmo, non torna più.”
Mimmo si mise a piangere. Suo padre l’abbracciò. “Su, su, non piangere. Guarda, per Natale ti arriverà quel cucciolo che volevi tanto.”
Il bambino si allietò immediatamente, ma sua madre abbrancò il papà per la manica della giacca. “Ma sei matto? Uno è andato, e adesso ce ne mettiamo un altro in casa? E quando cresce?”
Il marito le fece l’occhiolino, e le sussurrò “Oh, non te ne preoccupare. Se darà fastidio, in qualche modo ce ne libereremo.”


Se Cristo è l’unico che può riempire il nostro cuore

Costanza Miriano - Lun, 11/12/2017 - 15:15

di Costanza Miriano

“Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. … Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica”.

Così scriveva Ratzinger 50 anni fa, e a me sembra di vedere tanti segni di questa Chiesa: sono circondata da santi. Da gente che nessuno conosce, e che prega ed è fedele alla propria vocazione con amore, con fatica magari (togliamolo pure, il magari), con tenacia. Gente che da quando si sveglia al mattino a quando va a dormire semina bene intorno a sé: non perché sia buona, è ovvio, ma perché sta attaccata al Signore, l’unico buono, e diventa così capace di bene.

Per dire, ieri durante un viaggio su un regionale con tre figli e la gente ammassata oltre la decenza dentro il treno – Trenitalia, perché vendi più biglietti dei posti a disposizione? – e sulle banchine, prendendo spintoni da madri nervose col passeggino e calci da adolescenti iperattivi, ho pensato che chi dubita dell’esistenza del peccato originale ogni tanto dovrebbe fare un bagno di realtà. Eppure, l’uomo è anche capace di bene, ed è questa la gloria di Dio. Che l’uomo sia persino capace di amare. L’Internazionale è in edicola questa settimana con la copertina Perché odiamo?, segue un corposo susseguirsi di pezzi, di analisi. Ma noi cattolici lo possiamo dire gratis: odiamo perché c’è il peccato originale. E’ quando amiamo che è un miracolo. Solo che, purtroppo, il miracolo non avviene cantando Imagine, inneggiando all’assenza di religione e di appartenenza, e sventolando bandierine arcobaleno.

Ho scritto Si salvi chi vuole perché volevo dire anche agli altri di tutta la bellezza che ho visto nelle persone consegnate a Dio e perciò capaci anche di bene. Perché si può ogni tanto essere tentati, pensare di poter giudicare questo momento particolare della vita della Chiesa, e invece quello che ci è chiesto è solo stare nel nostro pezzo di trincea, tenere la postazione, non abbassare mai la guardia contro il nemico, che è, prima di tutto, quello interiore, cioè il nostro peccato. E siccome è un combattimento, bisogna organizzarsi. Avere una strategia e anche una tattica (ho studiato e ho capito la differenza: dobbiamo avere un piano ad ampio spettro e poi delle tecniche per raggiungere obiettivi progressivi), avere un piano, un progetto. Non procedere a caso, non improvvisare. Pensare che è qui che si gioca la parte più importante della nostra vita, e non nella soddisfazione professionale o economica, e nemmeno in quella affettiva. Se Cristo è l’unico che può riempire il nostro cuore e rispondere alle attese, dobbiamo fare di tutto per incontrarlo e stare con lui, quindi recintare uno spazio per il nostro desiderio di lui, e, cosa che mi sconvolge ogni volta che ci penso, per il suo desiderio di me, di te.

Si salvi chi vuole racconta i miei ondivaghi, maldestri, insufficienti tentativi per organizzare l’incontro con lui, passando per le vie che la Chiesa ci suggerisce (e che, per chi ci crede, la Madonna a Medjugorje ripropone con forza, ma per chi non ci crede è lo stesso, bastano duemila anni di Chiesa, direi): preghiera, parola di Dio, confessione, eucaristia, digiuno. E racconta di quel monastero in cui mi sento unita in comunione spirituale con tante amiche e amici, fratelli e sorelle di cordata, molti, moltissimi neppure li conosco ma so per certo che ci sono. Sono quelli con cui si procede verso la stessa meta e, incredibilmente, si tifa gli uni per gli altri (anche per quelle più toniche, e questo è il miracolo della comunione dei santi). La Chiesa infatti mi ha regalato una sorellanza di cui non mi credevo capace, un affetto vero per l’altro, per il suo destino (una delle cose che ho capito, infatti, è che Cristo è morto per quella creatura, e che se io mi metto contro di lui, o lei, sto odiando Cristo). La Chiesa mi ha regalato la certezza che se tieni gli occhi tesi verso il Mistero, forse ce la puoi fare ad agganciarlo, a entrarci in relazione. E quando varchi la soglia, hai svoltato: sei intimo di Dio, tutto il resto sono particolari.

***

La presentazione romana del libro sarà martedì 12 dicembre

alle 21 a Chiesa Nuova.


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Correzione compiti

Nihil Alieno - Dom, 10/12/2017 - 17:15

I miracoli sono dei fatti sovrannaturali che sono compiuti anche da Gesù

_ Benvenuto nel club, caro Gesù. Anche tu, eh?

I miracoli sono degli avvenimenti che si possono chiamare miracoli

_ Bene, sennò dovevamo chiamarli Ugo

I miracoli si chiamano miracoli perchè nella vita terrena sono quasi impossibili

_ Quasi, eh? Giusto, sempre meglio non esagerare …

I miracoli sono avvenimenti che non possono funzionare nella vita terrena

_ Tipo l’hula hoop: mai riuscita a farlo funzionare, io

Gesù trasformò l’acqua in vino, cura Lazzaro…

_ Una cura molto in extremis – sempre per la serie “non bisogna esagerare”

Gesù racconta la parabola della pecora perduta per insegnare che se si perde qualcosa non bisogna arrendersi e continuare a cercarlo

_ Hai capito, Dio? Vedi di non arrenderti …

Gesù usava le parabole per spiegare alla gente concetti difficili

_ La relatività, la teoria dei quanti…  Un Piero Angela d’altri tempi

Gesù gli dice “Lazzaro, alzati e cammina”

_ Non ho raccontato l’episodio del paralitico apposta, quest’anno. Niente da fare, fanno il minestrone dei due episodi lo stesso. Dev’essere un bug del catechismo italiano. O forse mondiale. Magari in Cina non sanno chi è Gesù, ma sono persuasi che Lazzaro fosse paralitico e sia stato guarito da un tale che gli ha detto “Alzati e cammina”. E che a un paralitico sia stato detto “vieni fuori” e sia andato in discoteca anche se era giovedì. Cose così.

Gesù guarisce un ceco che stava male

_ Non sapremo mai di che male soffrisse il povero abitante della Cecoslovacchia. Forse di nostalgia di casa? In effetti era molto fuori zona.

Le parabole sono delle storie di Gesù che poi traduceva ai suoi discepoli

_ Dal o in cecoslovacco

Un ragazzo scappa di casa e dopo tanti anni torna ed il padre lo perdona. Gesù racconta questa parabola perchè dietro c’è un altro significato.

_ Molto, molto dietro

C’era la suocera malata e Gesù gli prese la mano…

_ Unioni civili…


I sicari dell’editoria

Critica Scientifica - Sab, 09/12/2017 - 00:41

Chiusure improvvise di testate che funzionano, editori che comprano per poi bruciare i capitali investiti, qualcosa di insolito si muove nell’editoria. Sicari dell’editoria, più efficaci della censura, più definitivi.

 

La notizia della chiusura della testata giornalistica “Intelligo News” è arrivata inaspettata, chi conosce la realtà dell’editoria sapeva che la situazione era soddisfacente nonostante le difficoltà in cui versano molte realtà. La sorpresa è evidenziata dall’articolo pubblicato il 7 dicembre scorso su Stampa Romana, il portale dei giornalisti del Lazio:

“La lettura dei bilanci ci racconta invece tuttora una storia di assoluta sostenibilità dell’impresa editoriale.

Forse ha inciso di più la collocazione di Librandi all’interno del Partito democratico. Forse Librandi con una nuova “divisa” non si è sentito di assicurare la precedente linea editoriale.”

Senza troppi giri di parole viene detto che esiste il sospetto che la decisione dell’editore sia stata dettata dall’opportunità di chiudere una testata scomoda per la parte politica in cui lo stesso è andato a collocarsi, la linea del direttore Fabio Torriero era quella dell’ospitalità a pareri contrapposti per fornire al lettore le differenti visioni sugli argomenti di attualità politica e sociale e da tali contributi spesso giungevano considerazioni scomode per il pensiero politcally correct.

A difesa della testata sono intervenuti esponenti di varie forze politiche, anche dello stesso partito dell’editore Librandi che però non sembra demordere dalla sua decisione di affossare una propria attività in buona salute.

La vicenda di Intelligo News si verifica quasi contemporaneamente a quella della testata Tempi che dopo una ventennale attività è stata chiusa dai nuovi editori senza neanche un tentativo di rilancio editoriale.

Davvero singolare il caso di Tempi, nello scorso gennaio 2017 la proprietà era passata dalla EDT digital a due nuovi proprietari, gli imprenditori Davide Bizzi e Valter Mainetti, quest’ultimo già sbarcato nell’editoria per aver acquistato la proprietà del Foglio nel 2016.

Il primo atto della nuova proprietà è stato il licenziamento dello storico direttore Luigi Amicone per sostituirlo con Alessandro Giuli, un giornalista licenziato dal Foglio perché non abbastanza renziano, sostiene il Fatto quotidiano:

Mainetti e Bizzi hanno scelto di puntare sul direttore Alessandro Giuli. E cioè su un giornalista cresciuto nella scuderia di Giuliano Ferrara, ma licenziato dal Foglio nel 2016 perché non in linea con la visione renziana del direttore Claudio Cerasa. All’epoca del licenziamento, la vicenda aveva fatto scalpore per le modalità brusche con cui Giuli era stato messo alla porta.

E forse anche per questo oggi con Tempi, Mainetti e Bizzi tentano di recuperare dando un nuova opportunità a Giuli che esordirà con il suo giornale il prossimo 2 febbraio. Il direttore 41enne succederà al fondatore Luigi Amicone, che creò il settimanale nel 1995 affidando l’editoriale del primo numero a Giuliano Ferrara. Ma forse quelli erano altri Tempi.

La nomina d Giuli a direttore di Tempi appare a distanza di pochi mesi una beffa, privata la testata della guida del fondatore si è poi proceduto ad affondarla senza spiegazioni e nel minor clamore possibile, ecco come lo stesso Amicone dava la notizia della chiusura a sorpresa il 24 novembre scorso:

 

Per anni e sacrifici abbiamo tirato la carretta Tempi. Nel bene e nel male abbiamo tenuto in piedi una voce originale, cristiana. E un po’ di famiglie. Sembrava che questi imprenditori ci volessero scommettere qualcosina. Invece 8 mesi e chiudono così. https://t.co/H4qHmG3WNT

— Luigi Amicone (@LuigiAmicone) 24 novembre 2017

 

E così, passando attraverso la proprietà si chiudono testate vitali, voci contro corrente vengono silenziate senza il rischio di venire accusati di censura. Sempre attraverso la proprietà editoriale si erano colpite le trasmissioni televisive condotte da Maurizio Belpietro (“Dalla vostra parte”)  e Gianluigi Paragone (“La gabbia”) che nonostante gli ottimi ascolti venivano inaspettatamente soppresse.

Mentre l’informazione libera viene demonizzata e colpita con il pretesto delle “fake news”, il giornalismo tradizionale viene svuotato delle voci dissonanti passando attraverso lo strumento legale della proprietà, editori che andando contro i propri interessi economici sopprimono testate e programmi di successo.

Nasce una nuova figura, quella dei sicari dell’editoria.

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Preghiera di san Bernardo per il nome di Maria

Costanza Miriano - Ven, 08/12/2017 - 02:40

il blog di Costanza Miriano

Chiunque tu sia,
che nel flusso di questo tempo ti accorgi che,
più che camminare sulla terra,
stai come ondeggiando tra burrasche e tempeste,
non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella,
se non vuoi essere sopraffatto dalla burrasca!
Se sei sbattuto dalle onde della superbia,
dell’ambizione, della calunnia, della gelosia,
guarda la stella, invoca Maria.

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Quaderni

Berlicche - Gio, 07/12/2017 - 23:49

Secoli di bene
ci hanno abituato bene.
Ci hanno viziato.
Ci hanno fatto credere
che la virtù fosse scontata
Insita nell’uomo
Ragionevole
ed è ragionevole
se la ragione è il rapporto,
è la relazione
Tra noi e l’infinito.
Ma siamo troppo piccoli.
Abbiamo abbassato il cielo
fino a calpestarlo.
Abbiamo reso la ragione
la misura delle nostre orme.
Troppo piccole, ho già detto.
Piccoli uomini
Per piccole virtù
e grandi vizi
Piangendo abbiamo implorato
di essere grandi
Poi abbiamo preteso
ciò che non abbiamo
Che non è in nostro potere
dare o avere
Chiamandolo diritto
Illudendoci
di diventare più grandi
salendo sopra quel cielo
che osiamo negare.
Ma noi siamo quaderno
non scritto da mani d’uomo
neppure le nostre.
Non possiamo cambiare
Il colore della copertina
La consistenza della carta
Il numero di pagine
Possiamo strapparle,
Ma questo non fa di noi
Poesie migliori.

Guardare oltre il cielo
questo l’inizio che
solo può aprire il senso
della nostra storia scritta
con inchiostro di Mistero.


Perché la disuguaglianza cresce

Critica Scientifica - Gio, 07/12/2017 - 16:25

Persino gli economisti del Fondo Monetario lo riconoscono: neoliberismo e austerità aumentano la disuguaglianza, rendendoci tutti più poveri. Tranne l’élite.

 

Di Ilaria Bifarini

 

Ogni tanto, tra le varie notizie di propaganda che dipingono un paese irreale, in cui un aumento quasi impercettibile del Pil -peraltro stimato- e una diminuzione lievissima del tasso di disoccupazione attualmente alle stelle -perlopiù legata a fattori stagionali- vengono spacciati per crescita, trapela qualche dato reale sullo stato di salute del Paese. Uno di questi è quello divulgato ieri dall’Istat -e precedentemente anche dall’OCSE- sul livello di disuguaglianza interno alla popolazione: mentre una fascia ristretta della popolazione diventa sempre più ricca la schiacciante maggioranza si impoverisce. In un solo anno, dal 2015 al 2016,  la percentuale di italiani a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 28,7% al 30%.

Il trend non è solo a livello nazionale, ma rispecchia una tendenza globale in atto già da decenni ed è strettamente collegato alla modello “di sviluppo” neoliberista e alla finanziarizzazione dell’economia ad esso connessa.

Se osserviamo i valori relativi al reddito medio del 99% della popolazione più povera e dell’1% più ricco, osserviamo come i primi siano cresciuti fortemente a partire dal dopo guerra fino agli anni 70, contro un ritmo più moderato del secondo gruppo. Improvvisamente il trend si inverte, inizia il rallentamento della ricchezza del 99% più povero (cioè la stragrande maggioranza della popolazione del mondo, cioè noi) a fronte di un’impennata del reddito dell’1% più ricco.

Cosa accade in questi anni? Di certo non è casuale che proprio il 1973, anno della crisi petrolifera e della conseguente stagnazione, segni la data di morte del keynesismo e il trionfo indiscusso della dottrina neoliberista.

L’economia reale lascia il passo alla finanza, che diventa sempre più predatoria e totalizzante, l’apertura al commercio mondiale diventa sempre più completa e priva di protezioni statali, l’inflazione e il debito pubblico diventano i nemici giurati mentre l’austerity il nuovo culto. L’indice di Gini, che misura il livello di disuguaglianza all’interno di una popolazione, cresce su scala globale, come riflesso di un modello economico fallimentare e infondato applicato a livello universale. In uno studio effettuato sul caso degli Stati Uniti è stato stimato che una crescita del 2% del Pil comporta una decrescita del reddito del 90% della popolazione.

Siamo dunque di fronte a un modello economico di crescita antisociale in cui all’aumento del reddito globale corrisponde un impoverimento della quasi totalità della popolazione, ad eccezione di una ristretta fascia di élite che si fa sempre più esclusiva.

Basti pensare che nel 2012 metà della ricchezza mondiale era concentrata in soli 64 individui. Oggi la stessa ricchezza è detenuta da un manipolo limitatissimo di otto persone. D’altronde le proiezioni dell’OCSE sul lungo periodo parlano chiaro: saremo sempre più poveri e più diseguali, tanto che da qui a una quarantina d’anni il tasso di disuguaglianza aumenterà del 40%.

La correlazione con il modello economico neoliberista, e in particolare con il mantra dell’austerity, è talmente evidente che persino il Fondo Monetario Internazionale, l’istituzione icona delle politiche neoliberiste, in un suo studio (Neoliberalism Oversold, IMF, 2016) ha dovuto riconoscere la fallacia di questa politica. È stato calcolato che in media un consolidamento del debito pari all’1% del Pil aumenta dello 0,6% il livello di disoccupazione di lungo termine e fa crescere dell’1,5% in cinque anni il tasso di disuguaglianza!

Secondo gli economisti del Fondo monetario, le politiche di austerity non solo, infatti, comportano costi per il welfare, ma danneggiano anche la domanda, aggravando così il problema della disoccupazione, in un circolo vizioso che aumenta la disuguaglianza, nonché la corruzione a essa correlata. Non è infatti difficile comprendere come l’élite di privilegiati eserciti un potere sempre maggiori su una fascia sempre più alta della popolazione a rischio povertà, disposta ad accettare le logiche clientelari per sopravvivere…

Nonostante l’evidenza dimostrata sia dagli studi economici sia dai dati inconfutabili della realtà, gli organismi economici sovranazionali che governano il mondo continuano ad applicare le stesse rovinose politiche economiche, che risultano altamente efficaci e redditizie per quell’1% della popolazione, che pure va sempre più restringendosi e divenendo sempre più élitarista al suo interno.

Il paradosso economico è divenuto realtà.

ilariabifarini.com

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